Paul Schrader, un uomo solo in una stanza

Ogni volta che entra in una delle infinite camere di motel dove trascorre una sola notte, pagamento anticipato in contanti, William Tell (nome assunto in luogo di quello originario, Tillich) esegue con cura meticolosa un rito di purificazione. Da questi ambienti anodini, all’apparenza tutti uguali, toglie alla vista gli ornamenti – quadri o eventuali suppellettili – e sigilla i mobili con grandi teli bianchi che porta sempre con sé, in una delle due borse dove – possiamo intuire – è racchiusa la sua esistenza. Solo quando l’ambiente appare asettico nel suo candore, l’uomo si siede al tavolo e alla luce di una lampada anch’essa velata di bianco comincia a scrivere con una grafia nitida e ordinata il suo diario.

Tell/Tillich è il protagonista dell’ultimo film di Paul Schrader, The Card Counter – e già il titolo della pellicola, come il doppio nome del personaggio (dove convergono il leggendario eroe dell’indipendenza svizzera e il filosofo e teologo luterano Paul Tillich, la cui opera è sicuramente nota a Schrader), fornisce indizi utili per comprendere la costruzione di un personaggio che si pone – lo ha confermato lo stesso regista – nella scia di altri “uomini soli in una stanza”. Come il Travis Bickle di Taxi Driver (di cui Schrader aveva firmato per Martin Scorsese – qui invece produttore esecutivo – la sceneggiatura), il Julian Kay di American Gigolo e in tempi recenti il pastore Ernst Toller di First Reformed, anche Tell – interpretato con fissità magnetica e inquietante da Oscar Isaac – aspetta il suo momento (il suo kairós, avrebbe detto Paul Tillich) senza sapere quando verrà, in quale forma si presenterà.

Intanto, vive in un limbo: sono un limbo, anche visivamente, le camere di motel dove cerca inutile protezione dai suoi incubi, lo è l’automobile che a sera lo porta da una città all’altra, e più di tutto le cupe sale dei casinò dove si guadagna il necessario per sopravvivere – contando le carte, appunto. Lui stesso, con piatta voce off, ci spiega come nel blackjack e in altri giochi (solo apparentemente) d’azzardo la memoria di quello che è stato calato sul tavolo sia essenziale per vincere. (E qui va notato per inciso che una volta di più il titolo italiano, Il collezionista di carte, tradisce il film insensatamente).

È, questa memoria prodigiosa grazie alla quale Tell potrebbe guadagnare somme ben maggiori di quelle di cui si accontenta, un talento coltivato in otto anni di detenzione nel carcere militare di Leavenworth. Prima di costruirsi il suo fragile limbo, infatti, Tell è stato all’inferno, in un luogo che tutti abbiamo imparato a conoscere qualche anno fa attraverso immagini la cui stessa esistenza ha sovrapposto orrore a orrore, umiliazione a umiliazione: la prigione di Abu Ghraib in Iraq. Lui è stato un interrogatore: ha torturato i detenuti, li ha fotografati, si è fotografato con loro. Quelle immagini, quei ricordi – solo brevemente evocati, e tradotti dal bravissimo cinematographer Alexander Dynan in visioni ossessive, davvero infernali grazie alle lenti abitualmente in uso per la realtà virtuale – continuano a invadere i suoi sogni e a incrinare le sue regolatissime veglie.

La compostezza, i capelli sempre ben ravviati, le mani scrupolosamente deterse, non possono cancellare la colpa, come non sono serviti gli anni del purgatorio, il carcere militare, durante i quali Tell si è offerto alle aggressioni degli altri detenuti nell’inutile tentativo di espiare e/o di morire. Per Schrader, cresciuto in un ambiente rigidamente calvinista, la colpa e l’assunzione di responsabilità che ne dovrebbe conseguire sono da sempre, e qui più che mai, temi centrali, a maggior ragione “in un mondo come quello contemporaneo dove – ha detto il regista a proposito di The Card Counter – tutti cercano di giustificarsi, di trovare scuse per le loro azioni”, un mondo – potremmo aggiungere – nel quale i vecchi peccati della religione cristiana sono diventati patologie sempre nuove, esposte a diagnosi, a cure e terapie, e (chissà, forse) a guarigioni.

Inconcepibile per Tell anche solo pensare di guarire dalla colpa, tutt’al più potrà illudersi – solo per pochi istanti – di poter trovare qualcosa, qualcuno, che gli dia occasione di riscattarsi dalla sua infamia. Sarà questo il kairós, che gli si presenterà nella duplice forma di una donna, La Linda (interpretata con uno spirito giocoso e dolente dall’attrice comica Tiffany Haddish), che lo vuole ingaggiare tra i super giocatori finanziati da ricche e ignote entità, e di un ragazzo, Cirk (Tye Sheridan), il cui padre, commilitone dell’allora soldato Tillich, ne ha condiviso la sorte e si è poi ucciso. Ora Cirk cerca vendetta, sperando nell’aiuto di Tell: il suo bersaglio è infatti il maggiore John Gordo (un appropriatamente demoniaco Willem Dafoe, da sempre attore amato da Schrader) che, superiore e istruttore dei due giovani militari ad Abu Ghraib, ha avuto l’accortezza di restare nell’ombra e oggi non può che occuparsi con successo di security.

È perfino inutile chiarire che il tentativo di Tell di salvare il ragazzo, e in qualche modo se stesso, è destinato a fallire. Il paradiso resta inattingibile. Eppure (lo ha scritto molto bene Giulio Mozzi in una pagina del suo romanzo Le ripetizioni) anche solo sapere che l’amore esiste perché ne abbiamo avuto esperienza è tanto forte da darci – per evocare ancora il teologo Paul Tillich – il coraggio di esistere. Come il “Tutto è grazia” con cui si chiude il Journal d’un curé de campagne di Robert Bresson, il regista che con Dreyer e Ozu più di tutti ha influenzato Schrader e che è qui indirettamente citato proprio attraverso il diario di Tell, come l’abbraccio straziante nel finale di First Reformed, anche l’ultima lunghissima inquadratura di The Card Counter riporta all’idea che la speranza nell’amore (divino o umano, poco conta) sia una virtù, la più potente e necessaria per sostenere la condizione umana.

Il collezionista di carte
Paul Schrader
USA, Gran Bretagna, Cina 2021, 109’

Giornalista, autrice e traduttrice, ha coordinato la redazione della rivista online «alfabeta2» dal 2014 fino alla sua chiusura, nel settembre 2019. In precedenza ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina99», ha lavorato alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto» e ha curato alcune edizioni del festival romapoesia. Da diversi anni si occupa di promozione della lettura in Italia e all’estero. Il suo libro più recente, “111 cani e le loro strane storie”, è uscito nel 2017 per Emons e l'anno successivo è stato tradotto in tedesco.