Pensate domani è la fine del mondo. Su un video di Elena Bellantoni

Vediamo quello che sembra un corpo femminile, minuto, di spalle, vestito di nero, che cammina con passo deciso in un corridoio spazioso, antico. Sullo sfondo, oltre un’ampia porta a vetri, si scorge la scalinata che porta al convento di Santa Maria in Aracoeli. Siamo a Roma, al Campidoglio. Siamo in cielo. Insieme ai passi della figura femminile si sentono dei versi d’uccello, scopriamo poi che sono dei corvi.

C’è uno stacco, primo piano sul viso dell’artista, Elena Bellantoni, concentrato, attento, gli occhi sembra guardare in direzioni diverse, proprio come quelli degli uccelli. Ma ora c’è anche un altro suono, che sentiamo, o forse è un rumore, o meglio ancora, qualcosa che – come i versi degli uccelli – non sono suoni comunicativi, articolati, ma nemmeno rumori, come quello del motore di una motocicletta che passa per strada. In effetti sono le braccia di alcune donne che vediamo sulla scalinata del Vignola al Campidoglio; battono ritmicamente, braccia che si muovono come le ali di un uccello, regolari, insistenti. Le donne, sembrano proprio donne, hanno il volto coperto da una maschera, la testa e il becco di un corvo. Volano stando ferme.

L’artista ha in mano delle lettere lettere di ottone tirate a lucido, e comincia ad affidarle alle mani delle donne sulla scalinata. Dopo che la donna-uccello ha preso fra le mani la lettera l’artista gliele sfiora, con un gesto affettuoso, come se stesse loro affidando qualcosa di prezioso. Un gesto particolare, perché gli uccelli non ispirano affetto, i loro occhi sono troppo lontani e antichi perché possiamo riconoscerci in loro (per questa ragione Derrida ha potuto pensare L’animale che dunque sono a partire dallo sguardo di una gatta; se fosse stato un pappagallo forse non si sarebbe sentito coinvolto e interpellato da uno sguardo così assolutamente inumano). Le lettere fermano il movimento delle ali-braccia. Il linguaggio ferma il movimento, è la sua principale funzione. Lentamente – man mano che le donne con la maschera da corvo ricevono le lettere – il suono-rumore delle braccia si attenua.

Ma siamo nel cielo di Roma, l’abbiamo detto. Mentre l’artista consegna le lettere alle donne-uccello improvvisamente arriva il verso straziante e sgraziato di un gabbiano, uno di quelli che di notte volteggia sinistro sopra l’Altare della Patria.

Lo sguardo si sposta, siamo ai piedi della scalinata, possiamo mettere insieme le lettere, formano una scritta: pensate domani è la fine del mondo. Chi è che deve pensare questo pensiero? E che cosa possiamo fare, ormai, visto che il mondo domani finirà? E ancora, le donne-uccello, per parte loro, sono già in quel mondo che è finito, non sono più donne, sono qualcos’altro. Capiamo ora la ragione del gesto con cui l’artista, dopo aver affidato le lettere alle mani delle donne-uccello, gliele carezze, ne aggiusta la presa: forse non è una carezza, forse è un commiato, è l’ultimo saluto che si riserva a qualcuno, o qualcosa, che si sa che non vedremo più. È un addio.

In effetti, dopo aver aggiustato l’allineamento e la posizione delle lettere l’artista risale le scale che ha appena disceso, e indossa anch’essa una maschera d’uccello. L’ultima figura che era rimasta esterna rispetto alla scena vi fa ritorno. Dopo che, attraverso un’ultima e veloce sequenza visiva, abbiamo letto e riletto la scritta lucente che si è formata sulla scalinata, sentiamo l’artista – quella che prima di divenire uccello era l’artista – prendere un profondo respiro, e quindi cominciare a muovere le braccia. Ora è lei che vola. Ma il respiro è affannoso, presto si ferma. Il video ci lascia con un respiro lunghissimo

In una nota di commento al video l’artista precisa, e la precisazione ci aiuta a risuonare con quel respiro, che “l’ultima lettera che consegno è la ‘o’ che come un grande buco chiude la fine del discorso”. In un buco si cade, ma siccome la lettera O è solo, appunto, una piatta lettera d’ottone, dall’altra parte ritroviamo lo stesso ambiente che c’era da quest’altra parte.  Eppure qualcosa è successo, siamo passati attraverso il linguaggio, abbiamo visto che dietro di esso non c’è nulla (“Il n’y a pas d’Autre de l’Autre” dice Lacan), la sua potenza è tutta immaginaria. Non c’era niente a trattenerci, solo la nostra mancanza di immaginazione. E che cosa c’è dopo il linguaggio? C’è l’animale, c’è il divenire animale, il divenire uccello. C’è il cielo, anche se l’unico cielo dell’umano è terra terra. Ecco che c’è, allora, dall’altra parte del linguaggio, il divenire terra del vivente che parla. Capiamo così che quello del pensate domani è la fine del mondo non è né una minaccia né una preghiera, è l’ultimo pensiero prima di un altro pensiero. Che avrà la forma di un verso di corvo, oppure sarà indistinguibile da un lungo e profondo respiro.

Poesia e Rivoluzione
Galleria Giampaolo Abbondio 
via Porro Lambertenghi 6, Milano
dal 15 settembre al 30 ottobre
Aperta dal martedì al sabato, dalle 11.00 alle 19.00