L’ombra e l’icona

La montagna è lo specchio dove di tanto in tanto un dio si riflette, l’icona è lo specchio dove di tanto in tanto si riflette un uomo. Discorriamo intorno a due libri. Il primo, ripubblicato da poco, è Icone. Il grande viaggio, a cura di Tania Velmans per le edizioni Jaca Book. Il secondo è una nuova traduzione delle Porte regali di Pavel Florenskij, per le edizioni Adelphi.

Al polso porto un orologio Wittnauer, antico, dorato. Comprato qualche anno fa dall’orologiaio sotto casa. Una particolare bottega d’orologiaio, dalla consonanza ticchettante coordinata dal suono dei pendoli appesi alle pareti. Per anni l’ho visto chinato al suo tavolo di lavoro, col suo monocolo d’ingrandimento incastonato nell’occhio, per smontare e rimontare marchingegni precisissimi in miniatura, bilancini che con il loro minuscolo movimento ci fanno ascoltare le macchinose teorie del tempo. L’orologiaio era incaricato anche della manutenzione dei grandi orologi in città. Da circa un anno ha chiuso bottega. Oggi è domenica, e l’ho incontrato. Un po’ debole; mi ha confidato che ha problemi di salute. Lui che ha trascorso la vita a far scorrere esatte le lancette sul quadrante, una dietro l’altra; lui che con le mani e gli occhi faceva degli orologi una partitura musicale. Ora sono le lancette del suo tempo che si stanno scombinando. Quando gli parlavo, ma anche oggi, l’ho sempre guardato fisso negli occhi, come per volerci scoprire un segreto. Occhi che sanno tutto del tempo racchiuso dentro un orologio. Avevo la sensazione che guardandolo potessi sapere qualcosa in più, del tempo…

L’icona è lo spazio, l’orologio il tempo al nostro polso. Battono insieme, orologio e polso, un flusso di due ticchettii dodecafonici. Unendosi sfociano nello spazio senza nessun ordine. Interrogando quanto capita nella vita apriamo il sorprendente libro di Tania Velmans, nel suo viaggio in territori geografici intorno a figure preziose, figure-fazzoletti che da più di un millennio asciugano le lacrime conservando la speranza sul viso del pianeta. Esplorando queste pagine l’orologio non ci abbandonerà, è il meccanismo che l’uomo ha dato al tempo per vederselo trascorrere in direzione dello spazio dei propri passi. L’icona è il meccanismo visivo che l’uomo ha dato allo spirito per vedere la preghiera fluire insieme ai propri gesti. Entrambi sono costruiti in modo esatto: come l’orologio l’icona ha i suoi bilancini, fatti di stratificazioni e trame geometriche di pigmenti, legni e scintillii. Come l’orologio l’icona è fatta d’un metallo prezioso, l’oro.

Formatasi con André Grabar, Tania Velmans è diventata una delle più importanti esperte di pittura murale bizantina. Che succede quando si leggono libri di storia dell’arte di studiosi originali? Si percorrono le pagine con la sensazione che i rami del nostro linguaggio sboccino; che ci fiorisca intorno un altro mondo, quello dell’impegno dello studio, campi di saperi e ricerche. Staccando gli occhi dalle pagine ci appaiono linee di figure nello spazio che ci circonda; la parola è precisa, generosa di doni, non ci obbliga a sapere; pagina dopo pagina ci sprofonda nei colori e nell’aria che queste tavole, il più delle volte di piccole dimensioni, sanno come restituirci, profumi fatti di purezza d’altitudini. Anche le altitudini sono acherotipe, non fatte dalla mano dell’uomo, come si pensava fossero le icone. Di quante cose abbiamo ancora bisogno, che non siano fatte dalla mano dell’uomo?

In queste preziosissime pagine il silenzio contemplativo della lettura ci dilata gli occhi, ci deposita nella vista l’attenzione. Un’attenzione che ci rinnova lo spirito, che dona curiosità ai bulbi oculari. Questo libro ci insegna perché le icone ci parlano, perché ci orientano attraverso polifonici percorsi della vista senza farci perdere l’indirizzo di casa, perché ci fanno segni con le mani delle sante figure. L’architettura di un’icona ci orienta nello spazio col suo ampio catalogo di possibilità, è un saliscendi tra la terra e il cielo. I nostri occhi sono due biglie terrestri che solcano l’inatteso campo del lontano e del vicino, che orbitano da uno scintillio all’altro, tra una croce e una montagna, disegnando una griglia di forme geometriche perfette, una via lattea di umiltà e conoscenza, una storia naturale senza sprechi.

Il libro curato dalla studiosa pesa qualche chilo. Lo si porta sottobraccio con un piccolo sforzo e questo sforzo smagrisce lo sguardo, lo rende accorto e acuto come quello di un’aquila; la sua lettura fa crescere la sensazione di avere tra le mani il tepore delle ali di un rapace, fa rabbrividire fra le altezze delle tavole di legno colorate. Gli occhi ci conducono verso l’alto, dove le figure ci guardano in maniera planante e delicata. Nei miei soggiorni al Monte Athos, ammirando alcune delle icone riprodotte nel libro, sentivo nelle orecchie il caldo fruscio d’ali delle mani dei monaci-pittori. Ci meravigliano gli stupendi alpeggi striati con pennellate di lavoro, altitudini di preghiere dipinte seguendo istruzioni ferree. Seguendo ordini da ergastolano, Andrej Rublev ha composto spazi siderali.

A metà libro si apre il Dittico “menologion”, il raccolto dei nomi dei santi di tutto l’anno liturgico conservato nel monastero di Santa Caterina nel Sinai. Qui l’orologio è chiarissimo, il monaco-pittore chino sulla tavola dorata ha dipinto le lancette-rintocco di colori che vocalizzano il nome del santo, si ammira nella figura dei santi la liturgia dei giorni. Banale parlare di astrazione e figurazione: quante stupide escrescenze mentali da tagliare per tornare a vedere. L’atto del vedere è un continuo fluire di musica e luce, occhio e orecchio: queste due funzioni ci danno la forza di attraversare il deserto del sapere, di alzare lo sguardo al cielo di notte, di riconoscere le “parabole” delle stelle, e allo stesso modo di decifrare per la durata di un giorno un singolo granello di polvere. Così sapremo dove ci troveremo, sprovvisti di questo non sarà possibile orientarsi. Il libro curato da Tania Velmans è uno strumento necessario all’istruzione della vista.

Un film di Andrej Tarkovskij è un’iconostasi. Un quadro di “Casimiro” Malevič è un’icona. Il pittore urbanista sapeva che non c’è nessuna differenza tra visibile e invisibile, ben altri erano i mondi della sua riflessione. Gli scritti del monaco-filosofo e scienziato Pavel Florenskij sono stratificazioni luminose che penetrano pareti mobili d’iconostasi. La sua scrittura ieratica, come le figure ieratiche dei santi, dà respiro a inchiostro e occhi, alle cose che leggiamo e guardiamo; la sua scrittura è un potente carotaggio di verità. Si parla oggi di Pavel Florenskij come del Leonardo russo, ma mentre il nostro Leonardo passava da una corte all’altra disegnando elicotteri, armi da guerra per i potenti e gioconde varie, secoli dopo il nostro ascetico monaco, lui stesso un’opera d’arte, veniva martoriato e trasportato da un gulag all’altro nella glaciale Siberia, nelle isole Solovkij. La sua opera è stata scritta in queste condizioni, tranne qualche momento di pace in famiglia. Un ultimo viaggio da Solovkij a Leningrado nel 1937; nella notte dell’8 dicembre di quell’anno venne fucilato a Levasovo, non lontano dalla città di Pietro il Grande, e gettato in una fossa comune. La lettura delle pagine di Padre Pavel è un caritatevole abbraccio fraterno tra più saperi. Leggendo i suoi pensieri, macerati nel ghiaccio e nella verità, ci carichiamo di speranza.

Pellegrini in questi due libri, percorriamo la Russia, la Siria, l’Armenia, la Grecia, la Romania… Seguiamo le catene montagnose degli Urali, innalziamo lo sguardo verso l’alto spirito ararattiano e sinaico, tra purezza e contemplazione. “Viandiamo” da icona e icona, da testo e testo, da villaggio a villaggio. E ci lasciamo penetrare da lingue che hanno il fuoco e la sonorità del ghiaccio, lontani da qualsiasi dissonante rozzezza creativa.

«I pittori di icone non sono uomini comuni: rispetto agli altri laici occupano una posizione superiore. Devono essere umili e miti, serbare la purezza sia dell’anima che del corpo, vivere nel digiuno e nella preghiera, e presentarsi spesso dal padre spirituale per averne consiglio». Le porte regali di Padre Pavel è un libro oramai divenuto un classico della “differenza” storica tra Oriente e Occidente, tra fede cristiano ortodossa e cattolica. Ma qualcosa forse ancora è sfuggito dalle pagine di questo libretto… la realtà del nostro tempo porta alla luce questo sentimento.

Seguendo la lezione di Dante, nei registri visivi della Cappella Brancacci nella chiesa del Carmine a Firenze, Masaccio rende vivi i corpi umani proiettando le loro ombre sul suolo. Così Dante all’Inferno veniva riconosciuto come essere vivente perché il suo corpo, a differenza di quello di Virgilio, faceva ombra a terra. Leggendo le pagine di Padre Pavel ci accorgiamo di una cosa non da poco, qualcosa di raro. Ci descrive la preparazione dei colori, le qualità dei differenti rossi, dei blu, la composizione chimica della foglia d’oro, le differenti qualità di legni utilizzati per la costruzione delle tavole, la preparazione dei loro fondi con varie qualità di composti. Descrive lo stato d’animo degli “ikonniki”, dei pittori di icone. Le sue parole vanno dal mondo visibile all’invisibile, dall’astratto al figurato, si ha la sensazione che nulla sia “fuori”, che tutto sia sempre “dentro”. In poche parole, Padre Pavel ha conoscenza profonda del soggetto di cui ci parla. Ne conosce gli elementi più intimi, ne conosce la morfologia. E conoscere è far proiettare ombra alle cose che studiamo. È dare vita alle parole. Sono rarissimi i libri il cui autore conosce gli elementi morfologici e qualitativi di cui parla. Dove non c’è ombra non c’è vita.

Non posso non comparare il lavoro poetico di Osip Mandel’štam al lavoro di Padre Pavel. Mandel’štam seguì il suo identico destino un anno dopo: nel 1938 senza più forze morì nel campo di transito di Vladivostok, scomparso in una fossa comune. Mandel’štam ha studiato Dante e certamente sapeva quanto sia importante l’ombra per dare vita al pensiero. Queste forze di pensiero potevano nascere solo in quella Russia, a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, che ancora oggi ci meraviglia.

«Tuttavia, anche un’icona-copia, ogni singola icona di quelle che a milioni sono prodotte dai pittori di icone, deve testimoniare il più vividamente possibile la realtà autentica di un altro mondo, e una sua certificazione poco chiara, o peggio confusa e magari erronea, può arrecare un danno a una o molte anime cristiane, la sua veridicità spirituale aiuterà e fortificherà altri». E fra le righe delle Porte regali, ancora, si legge della «malfermità carnosa» della prospettiva rinascimentale…

Molte cose succedono leggendo queste pagine. Pagine che vennero cominciate nel 1917 e pubblicate nel 1922, insieme all’altro caposaldo, La prospettiva rovesciata. Libri scritti in anni terribili, nei quali la distruzione della memoria sacra della Russia procedeva a pieno regime. La spiritualità accorata di Padre Pavel cercava di conservare la memoria devastata dal potere di quegli anni. La colonna e il fondamento della verità è il suo libro mastro, nella forma-struttura di una serie di lettere scritte a un amico. Affianco questa forma per concludere il percorso tra i due libri.

Caro Andrea, non ho potuto scrivere cos’è un’icona, non ho potuto scrivere cos’è il libro di Padre Pavel. Sento di aver scritto piuttosto cosa può donare un’icona, cosa può donare un suo libro. Noi, scolari di un nuovo anno scolastico che non sarà come quelli trascorsi, dai vecchi mobili decrepiti di uno stanco sapere spolveriamo quello che è inutile sapere del passato, e così scopriamo un altro passato nel quale senza dubbio l’avvenire vorrà riflettersi per trovare le vere rughe di cui avrà bisogno per esserci amico. Non abbiamo paura di parlare lingue non più occidentali, diamoci il coraggio di andare a piedi dove ancora l’ombra della vita ci aspetta felice, e così raggiungere lo sguardo dell’amico commosso dal nostro abbraccio. Il viaggio che ci fa attraversare le porte regali.

Pralognan la Vanoise, agosto 2021

Pavel Florenskij
Le porte regali. Saggio sull’icona
traduzione di Leonardo Marcello Pignataro
Adelphi, 2021, pp. 210, € 215

Icone. Il grande viaggio
a cura di Tania Velmans
traduzione di Chiara Formis, Chiara Beccari, Daria Rescaldani, Maria Luisa Milazzo e Max Česky’
Jaca Book, 2021, pp. 396 ill. a colori, € 60

Elaborazioni fotografiche di Giuseppe Caccavale

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).