Il silenzio dell’arte. Danh Vo

La prima volta che sentii il nome dell’artista danese, di origine vietnamita, Danh Vo fu circa undici anni fa, a Lisbona. Me ne parlò un critico militante della scena portoghese, Óscar Faria, che, se la memoria non mi inganna, lo aveva invitato a una mostra collettiva presso il Museo Serralves di Porto. Lo ritrovo oggi da Massimo De Carlo, nei magnifici spazi della galleria milanese, all’interno di Casa Corbellini-Wassermann opera di Piero Portaluppi. Si tratta di una mostra senza titolo, senza comunicato stampa e di cui, praticamente, tutte le opere sono senza titolo.

Siamo tutti abbastanza avvezzi alle trovate postproduttive, ruminazioni logore degli anni Sessanta e Settanta del novecento, per subodorare una trovatina da tre soldi atta a creare un po’ di stupore che vira, nei commenti dei più boccaloni, nell’orrido “geniale” o, nel caso dell’idiota patentato, nel paralizzante “genio”. Eppure, in questo caso, penso si tratti davvero d’altro.

La mostra ideata da Danh Vo non è solo la collazione di un insieme di opere di una qualità formale ed estetica molto pregevole. Nell’alternanza tra pezzi di recupero d’arte dell’antichità (comprati all’asta sul mercato antiquario) e masse geometriche di riciclo, provenienti dalle cave o dai grandi grossisti di pietre nobili della scultura, Vo crea una tensione spaziotemporale di grande intensità. Là dove la figura della storia si rompe e tende a disfarsi, la contemporaneità non riesce ancora a trovare nuove figure direttive, ma solo a recuperare masse di materie prime che, certo, contengono infinite possibilità ma ancora esclusivamente come potenziali, come pura potenza. Le pietre della contemporaneità sono segnate, non dalla mano che ripete il gesto di un saper fare sedimentato, ma da un uso meccanico e tecnologico (tagli di sega a getto d’acqua), cioè, in certo senso, disumano (seppur, chiaramente, frutto di altri saperi, di altre visioni del mondo, di altri mondi possibili). Il contrasto, quando le pietre della statuaria antica si approssimano alle masse geometriche contemporanee, proietta in una dimensione di sospensione del giudizio, una sorta di attesa dello sguardo. Non siamo più a nostro agio né nel passato né nel presente. Siamo sospesi.

Nessun titolo a supporto, nessuna indicazione di senso, viene in aiuto. Abbandonati a noi stessi e alla primordialità di uno sguardo, del nostro sguardo. È davvero potente questo silenzio che Danh Vo inserisce nel suo gesto artistico. Direi che sia proprio in questo silenzio la chiave della sua opera.

La lettera datata 20.1.1861 (anche se il titolo dell’opera, la sola ad averne uno, è “2.2.1861”, giorno dell’esecuzione del mittente) – nella quale l’artista fa riprodurre periodicamente da suo padre l’ultima lettera che Saint Théophane Vénard scrisse a suo padre prima di essere decapitato in Vietnam – è solo apparentemente una cifra per entrare nella mostra. È, più che altro, un appiglio che placa lo spaesamento per la mancanza di significati manifesti. Lo spettatore si aggrappa a una dimensione linguistica (la lettera, la similitudine del rapporto padre/figlio, i contenuti edificanti, il Vietnam, una possibile lettura postcoloniale, ecc.) per sottrarre lo sguardo alla necessità di confrontarsi con un’indigenza di senso che rispecchia, non tanto o non solo il gesto più evidente dell’operare di Danh Vo, ma la situazione in cui l’arte tutta, come tutto il nostro tempo, è sprofondata.

Quel che davvero colpisce è come Vo di fronte a questa indigenza, a questo silenzio, non indietreggi né contrapponga una nostalgia o una postura di accettazione cinico-parodistica. No, Vo predispone lo spazio, lasciando respirare le opere, salvando i frammenti del passato e lasciando al presente il proprio spazio di possibilità.

Una piccola scultura in bronzo accenna una massa ancora informe che cerca, però, una propria nuova forma. Anche se una vera forma ancora non c’è. Nessuna nuova figura direttrice, nessuna parola d’ordine. Ma questo informe silenzio inizia già, in qualche modo, a fare ugualmente senso, al di là delle parole. E’ solo un’alba di senso. Eppure è già moltissimo, dopo un secolo di distruzione programmata e di disincanto nichilistico. Qualcosa inizia a fiorire, nell’intimità di un giardino privato, di un hortus conclusus, di cui non tutto è comprensibile e di cui non tutto deve essere compreso. Si tratta, per ora, di seminare e coltivare. L’opera di Danh Vo è questo gesto di disseminazione di senso al di là della temperie da fine dell’arte, da fine del mondo che ci ha trascinati in vortici di nullità, spingendoci a credere all’esistenza dei vestiti dell’imperatore, ai simulacri di senso, quando, in realtà, la scena era squallidamente vuota. Vo ha l’onestà di tacere e mostrare quel che resta; indica da dove ricominciare. Lo fa in silenzio, sfiorando, qua e là, quello che Wittgenstein chiamava il Mistico.

Danh Vo
Galleria Massimo De Carlo
Viale Lombardia 17, Milano
fino al 30 ottobre 2021
su prenotazione

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).