Marx può aspettare

Si sente spesso dire che per fare del cinema occorrono molti soldi. Non ho idea di quanto sia costato l’ultimo film di Marco Bellocchio, Marx può aspettare, ma non credo abbia attinto a grandi somme. È un lungometraggio girato con attori non professionisti (la famiglia del regista), all’interno di ambienti familiari, senza particolare sofisticazione cinematografica. Ma si tratta di cinema e della più alta levatura. Molto riduttivo sarebbe, come sta avvenendo, derubricarlo nella categoria documentario. Cosa fa, dunque, la differenza? Cosa fa che una serie di riprese come tante altre (certo sostenute dall’ottimo montaggio di Francesca Calvelli) diventi una storia che lascia incollati al grande schermo per oltre un’ora e mezza, alternando nello spettatore la commozione fino alle lacrime e l’ilarità di una risata piena? 

Credo che la risposta sia molto semplice: Marco Bellocchio ha qualcosa da dire. Certo, questo “qualcosa” è una resa dei conti, decisamente lucida e trasparente, con la propria storia familiare, con il suicidio del fratello gemello, Camillo, all’età di ventinove anni, ma, allo stesso tempo, questa resa dei conti personale avviene attraverso la riduzione di una storia particolare alla sua essenza umana, facendo sì che una biografia o una autobiografia privata, come è ogni biografia, si trasformi in un ritratto archetipico, in un’analisi precisa e profonda di quel coacervo di sentimenti torbidi che intessono l’esistenza di ogni nucleo familiare. 

Bellocchio, con il passare degli anni, invecchiando (diciamolo pure), si asciuga, arrivando a una precisione narrativa davvero impressionante. C’è della sprezzatura in questo film. Si dice quel che si può dire e, del resto, si tace.

Raramente, negli ultimi anni, mi è capitato di provare una così forte emozione come nella scena in cui Letizia, la sorella di Marco affetta da mutismo, in contrappunto alla cognata, racconta del ritrovamento del corpo di Camillo. Sembrava davvero di assistere a una deposizione e ad una delle più grandi, degne del Pontormo o di van der Weyden. Il tutto attraverso la parola, una parola non recitata, sottolineata e amplificata dalla musica di Ezio Bosso. La tensione narrativa di un dolore che, trovando come sola sponda l’amore, porta l’umano oltre l’umano. 

È una grande storia d’amore e di dolore quella che Marco Bellocchio narra e immagina da quasi sessant’anni. E, in questo film, così discreto e agile, è come se l’intero arco cinematografico del regista piacentino trovasse la sua chiave di volta.

Dentro a questa traiettoria, intorno alle linee di forza che sorreggono l’opera di Bellocchio, alla luce delle parole asciutte di questo film, si comprende come vi sia anche un ripensamento profondo del rapporto tra l’impegno civile, la volontà di giustizia sociale della sua gioventù e maturità, e l’accecamento verso l’ingiustizia più prossima, la più complessa da percepire o da vedere, quella verso chi si ama, verso i più prossimi, verso il proprio doppio speculare, il proprio gemello. “Marx può aspettare” sono le parole con cui Camillo rispose a Marco il giorno in cui, negli anni della spinta rivoluzionaria, il giovane intellettuale comunista indicava al fratello, che non aveva saputo trovare una propria strada, la via dell’impegno politico per la risoluzione dei propri problemi esistenziali. Non c’è certo, in questo film di Bellocchio, una stupida e inutile chiusura sul privato, o, peggio, un ripudio dei film precedenti e del loro impegno, ma una lucida comprensione del fatto che, per parafrasare Wittgenstein, quand’anche tutti i problemi sociali avessero trovato una risposta, i nostri problemi vitali non sarebbero stati ancora nemmeno toccati.

L’alternativa non è e non sarà mai tra l’impegno civile e la sfera individuale o affettiva, tra la comunità fusionale della moltitudine o la comunità degli amanti, ma tra una visione presbite dell’esistenza, che vede solo lontano, e un’altra capace di prestare attenzione tanto a quel che ci costituisce in lontananza (il senso non è mai solo mio) e quel che ci è più prossimo (quell’altro che rischia di diventare invisibile per eccesso di prossimità).

Il film di Bellocchio è un capolavoro di attenzione, riesce a cogliere sfumature sottili nelle parole dei suoi personaggi, che poco importa non stiano recitando (altrettanto potenti sono le scene tratte da I pugni in tasca, Salto nel vuoto, Gli occhi, la bocca, L’ora di religione). È un invito a non lasciarsi distrarre dagli eventi della vita, da quel che ci trasporta ciecamente oltre noi stessi. 

Quel che commuove, che ci sospinge e ci muove, tutti, è percepire che la vita è questa continua oscillazione tra la tragedia e il riso, tra il dolore inconsolabile della perdita e la leggerezza del ritrovarsi tra sopravvissuti. Così, alle parole senza redenzione possibile sul cadavere di Camillo si accompagnano quelle, sempre di Letizia, che, alla fine del film, in una sua lingua al limite del linguaggio, confessa che lei spera di ritrovare, alla sua morte, il papà, la mamma e tutti coloro che ha amato (di incontrare Dio e tutti i Santi – aggiunge – gliene importa quasi niente), ma che crede sarà difficile “perché saremo in miliardi”.

La vita, la morte, le lacrime, il riso. E l’amore sullo sfondo, tenace e oltre umano, unica misura per contenere il dolore. Marx può aspettare.

In copertina: Marco Bellocchio (a sinistra) e il fratello gemello Camillo

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).