Sans trêve sans merci. Claudia Rankine e l’11/9

Quando nel 2004 Claudia Rankine pubblica Don’t Let Me Be Lonely sono passati tre anni dall’11 settembre. Sulla scia della notorietà di Citizen, di dieci anni più tardo, Non lasciarmi sola arriva oggi in Italia, ben tradotto da Isabella Ferretti (come Citizen per i tipi di 66thA2nd) – proprio in occasione del ventennale dell’attentato alle Torri gemelle.

Al momento della pubblicazione l’America si interrogava. Nel sentimento diffuso, nella letteratura, c’era la certezza di aver sofferto un trauma collettivo che produce tristezze private. E da subito l’11 settembre è la data in cui il personale allaga lo spazio pubblico. Tremila candele tremila nomi elencati a ogni anniversario uno a uno. La celebrazione delle storie, delle microstorie. La fotografia di ogni vittima per dirne la vicenda singolare, la solitudine di chi è rimasto.

Poeta, accademica, fondatrice del Racial Imaginary Institute, Rankine mette a tema il lutto, il dolore del settembre. Non come evento eruttivo, immediato contraccolpo della tragedia, ma come scia di dolore che si aggiunge ad altre scie. Se il titolo è legato ai postumi del trauma improvviso, il sottotitolo, Una lirica americana, va preso nella disarmante ambiguità del suo aggettivo. Quale lirica può dirsi americana, dopo l’atto di guerra a un paese mai colpito ‘da fuori’ eppure in guerra civile permanente?

Nel 2001 il dramma personale somiglia al collettivo. Per questo Rankine sceglie una forma letteraria sorprendente. Non lasciarmi sola è prose e versi indiscernibili, istantanee e fotogrammi e lunghe note in coda. E un’immagine seriale: la televisione a tubo catodico quando è senza segnale. Sono proprio le striature sul televisore com’era un tempo a incidere cesure in questo libro dal formato oblungo.

In copertina.

Ovunque tra i capitoli.

Nei testi sovraimpressi nello schermo nero. Nella tragedia mediatica per eccellenza, un reperto mediatico del passato iscrive una traccia di continuità nell’eccezionalismo del trauma americano.

Contano gli incisi in questo libro, le cesure. «C’era un tempo in cui potevo dire che nessuno di quelli che conoscevo bene era morto», l’incipit. Appena dopo, la lacerazione: «la gente moriva solo in televisione – a meno che non fossero Neri, non si vestissero di nero o non fossero malati terminali».

Il trauma è enorme e toglie il fiato, ma una buona rappresentazione – suggerisce Rankine – dice che già c’era. Che già eravamo senza fiato. Già eravamo tristi, soli. Che nelle vite capita di nuotare in apnea: la morte, la sofferenza – vettori di solitudine. Qui Alzheimer, cancro, depressione diventano malattie parlate, prendono forma in dialoghi fratti, considerazioni di un io dimesso («anch’io dimentico le cose»), storie riferite: «non posso impedire alle persone di dire quello che hanno bisogno di dire. Non so come fermare queste sequenze ripetitive». L’io è solo davanti a serie tutte uguali.

Rankine narra in versi senza pause senza a capo la ricerca di una tregua. Anche una persona triste – racconta –, una persona depressa dal lutto personale, politico, può avere un «felice momento di vuoto», spiega un soggetto in difficoltà a chi la soccorre. Di fronte a un istinto suicidario però Rankine sposta il punto di vista. Il trauma non è solo solitudine e volontà di annullamento, non è atemporale, astorico. È anche il frutto di stigmi, di norme, di discriminazione, di violenze passate. Ma non spiega Rankine, non fa storiografia. Dà la parola al soccorritore: «è molto semplice: opporre resistenza renderà solo le cose più difficili. […] Per legge, dovrò immobilizzarti».

Il paese che per legge ‘contiene’ è il paese attraversato da incontenibili conflitti, che li appoggia e li fomenta. Che ‘contiene’ fino a sparare, a soffocare i ‘contenuti’ – dall’Amadou Diallo cantato in American Skin di Springsteen («If an officer stops you, promise me you’ll always be polite») a George Floyd.

Dopo la contenzione razzista chi resta è sola eppure in lotta. Perché Rankine politicizza l’empatia col trauma, interroga la scia emotiva delle notizie tragiche di quegli anni: l’11 settembre, Lady D, Diallo. Non rimuove il flusso, ma arresta – prima nella forma poi nelle parole – l’affezione al dolore, la sintonia con l’angoscia. Disloca i sensi della tristezza e dall’etimo medievale li porta fino al ‘me’.

Triste è una di quelle parole che dà la vita per il nostro paese, una martire del sogno americano, è stata neutralizzata, cooptata dalla nostra cultura. […] Ma la tristezza è reale perché una volta significava qualcosa di reale. Significava dignitoso, serio; significava affidabile; significava incredibilmente cattivo, deplorevole, vergognoso; significava massiccio, pesante, che forma un corpo compatto. Significava cadere di schianto; […] significava di colore scuro, scurirsi. Significava me. Mi sono sentita triste.

La tristezza che è mia convive con chi è caduto di schianto, chi è di colore scuro. Con chi capisce quanto è «incredibilmente cattivo, deplorevole, vergognoso» che un presidente come Bush non conosca il razzismo assassino dello Stato che ha governato. «La mia tristezza vive accanto alla consapevolezza che miliardi di vite non hanno mai avuto alcun valore. Lo scrivo senza che mi si spezzi il cuore».

Per chi sopravvive, la tristezza ha vita acquatica. Rankine narra di quando la morte arriva negli occhi del padre: fissa il vuoto «come se perdesse acqua». Narra di un amico malato che guarda Fitzcarraldo di Herzog senza smettere di piangere.La perdita amplia i confini del sé. Il pianto allaga ogni discernimento, ogni crasi tra giorno e notte. Non lasciarmi sola è un atto poetico di resistenza al diluvio. E una trattativa coi sogni.

In un altro tentativo di farla finita, un sogno (la ragazza che canta penzoloni dal tetto Dono di Czesław Miłosz: «il male accadutomi, l’avevo dimenticato»), è la polizia a prendere abiti umani, a fare l’unica domanda.

«Ma che diavolo pensavi di fare?» La ragazza lo adora per averglielo chiesto. Lo adora perché la costringe a pensare al presente anche se le sue azioni si stanno dissolvendo nel nostro passato. In tutti i nostri sogni quella domanda è l’unica che resta.

Per questi inseguimenti («la morte ti segue nei sogni»), questa persecuzione, la solitudine va esplorata, interrogata nei suoi strati d’acqua: l’analogia tra sogno, acqua e trauma è tra i fili rossi del libro. È qui che Rankine incontra Paul Celan. E incontrandolo si lega ad Anne Carson, al suo Economia dell’imperduto (uscito nel 1998): entrambe citano la stessa poesia di Celan, e non tra le più note. Nella sua intrigante fuga tra Celan e Simonide, Carson analizzava un frammento simonideo su Danae che mescola il sonno del figlio Perseo, destinato alle acque, e la sua veglia gravida di terrore per quanto può accadere. Per Carson quel componimento è metapoetico. Fornisce «un quadro della situazione del poeta: la sua solitudine, la sua marginalità, la sua comprensione del rapporto tra visibili e invisibili, la sua tenacia – a metaforizzare, chiamare per nome, pregare, attraverso la catastrofe».

Carson giustappone Simonide e Danae a una poesia di Celan, Alle die Schlafgestalten, uscita postuma nel 1976. Per Carson anche quella è meta-poesia che racconta, tra immagini di veglia e di sonno, lo sforzo del poeta «di “stare con” la poesia». La ritraduciamo.

Tutte le figure in sonno, cristalline,
che accogli
all’ombra della lingua

a loro
traduco il mio sangue,

le linee di scansione, le
devo salvare
nelle vene fessurate
della mia conoscenza –,

il mio lutto, lo vedo,
ti tracima addosso.

Oggi – grazie al commento ai Gedichte celaniani di Barbara Wiedemann – sappiamo che Tutte le figure in sonno venne composta a Place de la Contrescarpe, a Parigi, il 23 luglio del 1969. Quel giorno Celan legge un approfondimento sull’allunaggio avvenuto il 20 luglio. La Frankfurter Allgemeine discettava delle differenti linee di scansione nella banda di trasmissione tra televisione tedesca e americana. Nei suoi versi, come spesso gli capita, Celan riprende un termine tecnico – Bandzeilen –, per dire, così Carson, come la poesia cristallizzi quel che appare ‘in sonno’. Celan associa quel termine – linee di scansione – alle vene ‘fessurate’, al sangue che vi scorre. Il dormiente è la persona che ripete il trauma. Ma il lutto (la Trauer) che ne segue, se rappresentato, porta conoscenza.

Come rappresentare l’imperdonabile? si chiede Rankine chiamando in causa Derrida. Come dire il dopo, il perdono, se non come «postura di un vuoto che non si può colmare assunta da chi è vivo»? Tracciando le Bandzeilen, le linee di scansione del lutto in cui ricordo e oblio si snaturano, Celan rappresenta la perdita di segnale, le righe grigie e bianche dello schermo. In altri termini, l’empatia impossibile col passato nell’impossibilità del plurale: «tutti i colpi di pistola, non si arriva mai a quarantuno, non diventano mai una forma plurale e non rimarranno mai nel passato. Piangere di fronte allo schermo all’annuncio della morte di Amadou Diallo sembrava quasi uno spreco». Rankine rappresenta l’insociabilità del lutto – il conflitto alla sua base. L’odio razziale isola, inibisce il lutto ‘insieme’, perché ogni perdita «è sempre […] qualcosa che si sperimenta fisicamente». E la risposta alla solitudine, se c’è, riparte dal corpo, dall’aria che attraversa i vivi.

Quando prendiamo respiro pensiamo. Quando spezziamo il pianto col pensiero, aggiunge Rankine, respiriamo insieme. La ‘rappresentazione’ di Benjamin (l’«ininterrotto riprender fiato è la forma di esistenza più propria della contemplazione») diventa cospirazione: «dobbiamo essere in due qui in questo mondo in questa vita in questo luogo che indica la presenza di». Anche le tregue del lutto, lo spreco d’ossigeno, sono un passo a due. Come si legge in Citizen: «una parte di tutto il ricordare, una misura di tutta la memoria, è il respiro e per respirare tu devi stabilire una tregua». Per siglare la tregua devi ricordare ogni respiro, ogni sua pausa (I can’t breathe), senza pietà.

Claudia Rankine
Non lasciarmi sola. Una lirica americana
traduzione di Isabella Ferretti
66th and 2nd, 2021, pp. 180, € 16

Tutte le immagini che corredano l’articolo sono tratte dal volume di Claudia Rankine, Non lasciarmi sola, riprodotte nel contesto delle rispettive pagine.

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e i saggi "Foto di gruppo con servo e signore", e "I tuoi occhi come pietre. Trauma e memoria in W.G. Sebald, Paul Celan, Charlotte Salomon (Castelvecchi 2017 e 2020). Ha tradotto e curato opere di Max Weber ("Economia e società", Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin ("Senza scopo finale"; "Esperienza e povertà", Castelvecchi 2017 e 2018), Georges Bataille ("Piccole ricapitolazioni comiche", Aragno 2015), e Georg Heym ("Umbra vitae", Castelvecchi 2020). Ha pubblicato inoltre "Berlino Zoo Station" (Cooper 2012), guida eccentrica alla città di Berlino, "Happy Diaz" (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è "Nico e le maree", biografia fantastica dell'artista tedesca (Castelvecchi 2019).