Franco Fontana, fotografie saltate all’occhio

Esce domani in edicola il dodicesimo volume della serie «Visionari. I geni della fotografia», edita da «la Repubblica» e «National Geographic Italia» in collaborazione con Contrasto/Roberto Koch editore, dedicato stavolta (dopo Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Vivian Maier, Man Ray, Tina Modotti e Martin Parr, fra gli altri) a Franco Fontana (pp. 143, € 14,90). Ogni mese un maestro della fotografia del passato, o come in questo caso del presente, viene presentato da Michele Smargiassi, mentre il commento alle immagini del portfolio è affidato ogni volta a una diversa firma del giornale. In questo caso di Fontana scrive Valerio Magrelli, e per la cortesia dell’autore e degli editori proponiamo qui un estratto del suo testo.

A.C.

Difficile spiegare quali criteri ho seguito per scegliere dieci scatti sui sessanta a disposizione; difficile, anzi, affermare di avere seguito dei criteri. Dato che seguo la fotografia da semplice amateur, parola francese praticamente intraducibile (en amateur significa più o meno “da dilettante”, o “per divertimento”), mi sono affidato all’ampia messe selezionata da Michele Smargiassi, e poi ho aspettato. Aspettato che cosa? Che alcune di quelle immagini mi saltassero all’occhio. Occupandomi di scrittura, oltre che di traduzione (attività talvolta assai sottovalutata), certe espressioni mi incuriosiscono estremamente. Per esempio, spiega il dizionario Treccani, “saltare all’occhio” è formula di impiego comune ma con uso figurato. In genere sta a indicare qualche cosa che si manifesta con immediata evidenza. Nel mio caso, il bersaglio di una simile manifestazione, di una simile evidenza, ero appunto io stesso, io stesso che, come un San Sebastiano della visione, attendevo paziente di ricevere senza dolore, anzi, con uno spiccato piacere estetico, una decina di quelle foto-frecce. Insomma, mi sono esposto a tali radiazioni formali e cromatiche, affidandomi alla loro efficacia e insieme alla mia sensibilità. Ho aspettato il loro arrivo, il loro impatto sul mio sguardo. Altrimenti detto, mi sono fatto io stesso carta sensibile, per essere impresso, ossia per ricevere dalle immagini le mie impressioni – in breve, per restarne “impressionato”. Soltanto allora sono potuto passare all’atto critico vero e proprio, consistente nello spiegare come mai, tra tante fotografie, proprio quelle dieci, molto più delle altre, mi avessero punto sul vivo. Così, di fatto, ogni didascalia racconta come una precisa immagine mi abbia aggredito, ovvero mi sia “saltata all’occhio”.

Houston, 1985

Luce americana, indubbiamente. Però anche spazi americani, anzi, dimensioni americane. Poiché un individuo, un passante intento ad aspettare qualcuno, può appoggiarsi dovunque, a un’auto o a un edificio, a una moto o a un muretto, magari tenendosi il mento con la mano. In questa foto, invece, vediamo dilatarsi enormemente il rapporto tra l’essere vivente e l’artefatto che lo sostiene. Infatti abbiamo a che fare con una creaturina che si staglia contro un’immensa, illimitata parete di cemento armato, appena ingentilita da una scritta in stampatello collocata in alto – scritta di difficile decifrazione, se non per la parola “ARTS” sotto cui sosta, in maniera emblematica, il nostro eroe solitario. Il tutto in una tinta che, tranne qualche lieve sfumatura beige, corteggia sfacciatamente il bianco e nero. Che dire, poi delle ombre? A destra, piccolina e ritagliata, quella inclinata del nostro personaggio in attesa; a sinistra, quasi avanzasse proprio contro di lui per divorarlo, il nero del palazzo, a inghiottire due terzi della foto.

[…]

Tra tante Ombre fotografate da Fontana, scelgo questo unico scatto, perché mi pare riunire in maniera mirabile due forme della nostra modernità. Da un lato vedo L’uomo della folla, a suo tempo annunciato da Edgar Allan Poe e qui raffigurato dalle nere sagome di individui obliqui e paralleli, nell’atto di camminare sull’asfalto, in città; dall’altro, similmente parallele, ma verticali rispetto all’inquadratura, stanno le strisce pedonali, proprio loro, quella specie di codice a barre che Ermanno Rea ha innalzato a simbolo stesso del vivere civile, in quanto suprema difesa del debole pedone contro la prepotenza delle macchine. Cito da Napoli Ferrovia: “La democrazia non è altro che questo: la fermezza di una città nel rivendicare strisce pedonali su tutto il territorio urbano e la capacità e l’intelligenza di un’amministrazione pubblica di soddisfare tale richiesta facendole collocare dappertutto e soprattutto facendole rispettare. Una pura questione di zebre, insomma”. Pertanto, in questa immagine così astratta, rigorosa, geometrica, mi sembra di poter cogliere un elemento larvatamente politico, come il sentimento di una possibile comunità.

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Frammento, 1981

Confesso che ho cercato di resistere a questa immagine, dove vedo accalcarsi metallo e asfalto, stoffa e vernice. Ma alla fine ho ceduto, conquistato dalla sua smagliante incongruenza. Dev’essere l’ingresso di qualche magazzino, delimitato da una striscia gialla, in terra, con un portone in ferro dipinto di celeste, quel celeste che a volte appare in Grecia, sulle porte di legno. E poi, colori a parte, colpisce lo scarto tra la superficie liscia del portellone, e la grana rugosa dell’asfalto, materica (particolare che mi ricorda il famoso tronco descritto dal giovane eroe del romanzo La nausea, di Jean-Paul Sartre). Ammiro il fatto che l’occhio dell’autore abbia saputo cogliere un dettaglio tanto fragile, sfuggente, posto ai limiti della nostra percettività. Forse, però, talvolta il soggetto della fotografia deve urticare come fosse un bruscolo nell’occhio di chi lo inquadra.

Los Angeles, 1979

Che cosa si può dire, davanti a una foto del genere? Smaccata, sfacciata, doppia, binaria fino all’oltranza, questa figura gioca al yin e yang orientale ma ricorrendo alle strutture del mondo mediterraneo. Da un lato il cielo, l’azzurro, il vuoto; dall’altro, il muro, il bianco, il pieno. Mentre a sinistra il campo appare intatto, a destra il fusto snello di una palma, col suo verde-marrone, si piazza giusto in mezzo alla parete di calce. Come se non bastasse, poi, la pianta si raddoppia nella sua ombra. Che cosa si può dire, davanti a una foto del genere? Questa immagine si imprime nella memoria con una specie di irridente ingenuità, per l’impudente felicità che ci regala.

Vita Nova, 2010

Panneggi, panneggi a non finire… Certo si scorge un collo, un seno, il braccio curvo di una figura femminile in fuga, con la gamba che avanza spingendo, tendendo la muscolatura. Qui, tuttavia, il soggetto è un altro: puro panneggio, puro dinamismo. Ed è proprio per questo che l’immagine si impone prepotente rispetto a tutte le altre di Fontana. Invece del colore, troviamo adesso un rigoroso monocromatismo; invece della stasi e della campitura, invece delle superficie murarie o delle terre “piatte”, compare un gorgo d’ombre affastellate, ritorte. È uno di quei casi in cui l’artista sembra voler sfidare la propria arte, la viola, ne infrange le leggi, per mostrare il contrario del suo stile. Meglio: per spingere il proprio stile fino a rappresentare il suo contrario.

(Roma, 1957) ha pubblicato sei libri di poesie (raccolti nel volume “Le cavie”, Einaudi 2018), il pamphlet in versi “Il commissario Magrelli” (Einaudi 2018), e un ciclo di quattro volumi in prosa (concluso con “Geologia di un padre”, Einaudi 2013). Professore ordinario di letteratura francese all’Università Roma Tre, ha diretto la serie trilingue “Scrittori tradotti da scrittori” Einaudi (Premio Nazionale per la Traduzione 1996). Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana.