I.
La mano sul vetro
attimo che si estingue
nella scena muta. Alla finestra
il respiro, spalle
all’acqua della cucina,
pensiero che piove
tra il rubinetto
e il lavandino.

II.
Il gelo nitido delle stelle
riflesso sul vetro di questa terra.
Voci chiamano dai muri del borgo,
dall’ombra assoluta nel bosco
vento obliquo sui tetti
a scheggiare il fumo,
immagine che sciama dai camini.

III.
Lo sguardo si illude
che la quiete giunga
dalla pelle del borgo,
dalle sue interiora buie.
Pace nel respiro,
nei passi in discesa
a sedersi accanto al gatto
che dorme calmo,
coda rossa ferma nell’ombra
occhio ad asola che aspetta
il bottone del tempo.

IV.
La bruma sale dal bosco, ammanta
Sorano coi suoi bianchi d’acqua
sposta di una tacca la lancetta
sulla torre, bagna le piume
gli uccelli sulla croce, il campanile,
le muffe sui coppi, il paese
e i suoi camini muti. La bruma
trascorre, bussa senza nocche
alle finestre, tocca le campane,
ma il sonno nei letti
continua anche se il mattino è già stanco
di tenere le nebbie a terra
e le nuvole lontane dal masso.

V.
Folate di torrenti affilano gli artigli
nelle vie cave, a scalfire
i segni già incisi nel tufo
e l’umore dell’estate. In alto
il vento madre scuote le cime,
il bosco, foglie come fiumi
nell’intermittenza di silenzi
e cascate tra il chiarore
nitido di un indaco spazzato
dai flussi, ultimi guizzi di lucertole
ad attraversare le rive estreme del sole.

VI.
Dalla rocca l’affaccio sul borgo
è slancio innalzato a vedere
compiersi il tempo spettatore dei tetti,
voli che non lasciano tracce
nella pioggia. Calma
per non pensare al mistero,
ai significati delle case, agli alberi
uno diverso dall’altro nel bosco.
Solo respiro e sguardo, flusso
sulle labbra, nel luogo che abbiamo scelto
per osservare universi – dalle strade
o dalle finestre – stelle nelle pupille,
visuali, anche a occhi chiusi,
che nutrono il pugno rosso nel petto.

VII.
Ristabilito l’ordine
il passo indietro dalla finestra
invochi qualcosa
da non dire. L’accento del respiro
entra nell’ombra, nella frazione
del giorno. Chiama l’immagine
impressa nel vetro, la voce
del bosco che rimane fuori.

Mauro Zanchi è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra le altre, da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, CURA, Skinnerboox, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Scrive per Art e Dossier, Doppiozero e Atpdiary.