Noi e i talebani. Quel che mostrano le immagini

Leggendo, questa mattina, l’articolo di Sergio Benvenuto, Freud all’epoca dei talebani, mi pareva di sentire risuonare le parole del Grande Inquisitore di Dostoevskij: gli uomini non vogliono la libertà, ma il pane e qualcuno che gli dica cosa debbano fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Nei giorni scorsi mi ero posto le stesse domande di Benvenuto, mi ero cioè chiesto come fosse possibile, da un punto di vista militare, che delle milizie potessero conquistare, in pochi giorni, quasi un’intera nazione (ad eccezione del Panshir, dove si stanno raccogliendo tutti gli oppositori alla nascita di un nuovo emirato islamico), senza incontrare quasi nessuna resistenza. E la sola risposta che sono riuscito a darmi va proprio nella direzione delle ipotesi tratteggiate da Benvenuto. In modo evidente, ci deve essere, all’interno della maggioranza della popolazione, una non opposizione a una presa del potere da parte dei talebani. Sulle ragioni di questo “consenso” io avrei posizioni più sfumate, rispetto alle certezze di Benvenuto, anche per le mie superficiali conoscenze della storia dell’Afghanistan e delle complesse dinamiche tribali presenti nel paese. Ma resta che la conquista talebana di Kabul pone dei seri interrogativi per la nostra coscienza che, almeno in me, non trovano risposta nelle contrapposizioni Occidente/Islam, Imperialismo/localismo, Democrazia/Teocrazia, Bene/Male, ecc.

È fuor di dubbio, anzi, che le immagini provenienti dall’Afghanistan mettano sostanzialmente in crisi ogni interpretazione lineare di quel che in quei territori sta accadendo. E a nulla servirà liquidarle come propaganda di una parte o dell’altra, perché una simile critica non ha per niente compreso quanto il sistema spettacolare globalizzato sia ormai al di là di ogni possibile organizzazione centralizzata del consenso. Se il sistema spettacolare reticolare ha mostrato qualcosa è che ogni teoria del complotto è fallimentare proprio perché l’insieme del sistema è ingovernabile da un’unica mente. I timori adombrati da molti sull’opportunità dell’introduzione di nuovi programmi di AI (intelligenza artificiale) sono già evidenti nel sistema dell’informazione spettacolare. La macchina è molto più potente dell’intelligenza dei singoli e nessuno è più in grado di governarla, nel bene e nel male. L’era della propaganda è conclusa. Semmai, oggi, il problema è quello della veridicità delle fonti.

Ma, tornando all’Afghanistan, prendiamo, ad esempio, i video realizzati dai talebani per essere poi postati su social o altre piattaforme di condivisione. E prendiamo, nello specifico, i video sugli autoscontri o nella sala pesi di una palestra. Al di là dell’agghiacciante spettacolo di persone la cui immaturità psichica rasenta il patologico, cosa sono quelle immagini? Sono la resa a un modello spettacolare che si fagocita, in pochi secondi, tutta l’iconoclastia degli studenti dei sacri testi islamici, che somigliano più a narcotrafficanti in libera uscita (come ricorda giustamente Roberto Saviano in questi giorni) che a uomini pii animati da religiosi furori. Il narcisismo più becero e la compulsione esibizionista. Quale differenza, se non l’alone di morte che porta con sé, rispetto ai miliardi di video emulativi di TikTok? Sono le immagini della vittoria della globalizzazione spettacolare.

Ma se passiamo ad altre immagini, alle immagini dei disperati che precipitano dagli aerei di rifugiati in partenza dall’aeroporto di Kabul, sentiamo immediatamente il brivido analogico che ci riporta ad altri esseri umani, in quel caso newyorkesi, che si lanciano nel vuoto dalle Twin Towers in fiamme. Come se l’inizio e la fine coincidessero dando origine a un identico immaginario. Come se la tragedia si ripresentasse priva di ogni possibilità catartica. Come se la storia fosse un eterno ciclo senza soluzione di continuità. La percezione claustrofobica di una impossibile azione prometeica, in cui l’Occidente, più di qualunque altra civiltà, ha creduto. Le vuote chiacchiere di Biden, su uno sfondo da reality show, ne testimoniano al di là di ogni possibile dubbio. Il dramma del Vietnam che si fa news plastificata, tra una pubblicità e l’altra, appena prima del meteo.

E se poi arriviamo all’insostenibile immagine delle madri che lanciano i propri figli oltre il filo spinato dell’aeroporto o delle ambasciate, sentiamo che il nucleo di dolore della guerra è immobile nel tempo. Il dolore, l’amore e la pietà o la misericordia, per usare una parola più islamica, come insuperabili confini dell’umano. L’amore al di là del legame, l’amore come rinuncia a sé affinché l’altro sia. Sant’Agostino, “voglio che tu sia”. La grande mistica ebraica dello Zohar. Ma anche l’Islam che Ahmad Shah Massoud rivendicava proprio contro i talebani, un Islam umanista con la sua poesia, il suo rigore e la sua fantasia; un Islam che non ha nulla a che spartire con l’assassinio, nulla a che vedere con il rifiuto del diritto delle donne ad avere un ruolo nella società; l’Islam del Dio Clemente e Misericordioso che accoglie e non respinge. Lo stesso Islam che spinge quelle madri a rinunciare ai propri figli, come estremo atto d’amore.

Sì, probabilmente, Benvenuto e Etienne de la Boétie e Hobbes e Dostoeveskij e Musil e Freud e molti altri ancora hanno ragione, l’uomo preferisce il pane alla libertà, ma quelle immagini ci indicano anche che esiste una indistruttibile prossimità tra tutti noi, tra tutti gli umani. Una prossimità che, al di là delle differenze culturali, sociali, religiose, ci fa sentire, proprio tramite quelle immagini (le immagini che rendono prossimo anche ciò che è lontanissimo) l’esistenza di un destino comune, l’impossibilità dell’alzata di spalle davanti alla sofferenza altrui e la certezza che là dove la testa di un uomo è sotto il piedi di un altro siamo di fronte a un’ingiustizia che ogni umano sa riconoscere e alla quale è chiamato ad opporsi.

Immagine di copertina: ©Paula Bronstein

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).