Non ci crederai ma ho aperto una pagina a caso, come se fosse l’I Ching, e ti leggo: “Mi è nota la tua condotta: che cioè non sei né freddo, né caldo; oh, se tu fossi freddo o caldo! Così, poiché tu sei tiepido, cioè né caldo né freddo, io sono sul punto di vomitarti dalla mia bocca” (3,14). Non è l’unica vomitata dell’Apocalisse, c’è anche quella di un dragone che scaraventa un fiume di acqua per sommergere una donna, senza riuscirci peraltro.

Vomitato da Dio: puoi immaginare il mio stato d’animo. Qui a Patmos giro con l’Apocalisse nello zaino, tra la crema protezione 30, la maschera col boccale, la borraccia e un sacchetto di frutta, pani e dolcetti locali. Ci tenevo a leggerla sull’isola in cui è stata scritta, sotto il sole, davanti al mare, sdraiato sulla spiaggia, coi granelli di sabbia che entrano nell’incavo delle pagine – e io a squinternare il libro ogni due per tre.

Ma questa storia del tiepido non l’ho presa benissimo.

Sul ponte mi sono ritagliato un angolo con le sedie al riparo dal vento e dal fumo della nave. Intravedo una collina deserta con le luci di un paesino in cima e m’immagino vivere da quelle parti, circondato solo dal mare e dal cielo e una nave in lontananza in alta stagione. Mi affaccio ma la miopia mi gioca un brutto scherzo. I miei vicini greci commentano animatamente, chiedo il nome del paesino da favola: non sono luci, mi spiega con calma, ma la lingua di fuoco di un incendio che, come apprenderò dai telegiornali greci, sarà domato dopo giorni. Le temperature sono salite fino a 45 C e il vento ha fatto il resto: tra la Grecia e le coste dell’Egeo in Turchia ci sono 56 focolai attivi, impossibile domarli.

Mentre a Tokyo si giocano le Olimpiadi, qui si fatica per fermare le fiamme che cingono i monumenti di Olimpia.

Leggo di migliaia di persone costrette ad abbandonare le loro case in Grecia e Turchia. A Eubea sono evacuati via mare, usando imbarcazioni private e  turistiche, da pattuglia e da pesca. “Stiamo parlando di un’apocalisse, non so come altro descriverla” dice Sotiris Danikas, capo della guardia costiera di Aidipsos (lo riporta “The Guardian” il 6 agosto).

Eccomi, penso, un tiepido in un’estate rovente afflitta dai mega-incendi.

A tempo perso mi sono messo sulle tracce di Robert Lax, il poeta americano minimalista amico di Thomas Merton e di Ad Reinhard, che ha vissuto a lungo a Patmos. Ma di tracce ne sono rimaste poche, ahimè. L’hotel Rex dove ha vissuto alcuni anni prima di trovare casa, sempre a Skala, è chiuso da anni. Persino localizzarlo non è stato facile nonostante sia in una stradina vicino al porto. Come vedi la foto non dice un granché e ha poco di regale. Sono passati solo una ventina d’anni ma il vento ha già spazzato via tanti ricordi.

Alcuni locali con cui ho fatto amicizia mi hanno promesso di mettermi in contatto con la signora che gestiva l’hotel che conosceva chi si occupava di Lax negli ultimi anni e che dovrebbe sapere dove abitava il poeta e che potrebbe poi mettermi in contatto con chi ci abita adesso.

Ci vuole pazienza. Tra un caffè freddo e un ouzo, le conversazioni si perdono in mille rivoli, e i mille rivoli sono così floridi che non mi passa mai per la testa di riportare la discussione su Lax e Patmos come un professorino. Così dopo due settimane non sono avanzato molto sulla questione.

A proposito, ho finito di leggere l’Apocalisse: nel complesso finisce bene, ma per pochi eletti. “Colui che scruta i reni e i cuori” (2, 23) se la prende con gli empi ma ce n’è per tutti, credenti inclusi: “Quelli che amo, li rimprovero e li castigo” (3,19). Il libro è pieno d’incendi, di “grandine con fuoco mescolato a sangue che cadde sulla terra” (8,7), di angeli che versano la coppa del furore di Dio sul sole “affinché avvampasse gli uomini col fuoco; e questi, tormentati da un calore insopportabile, si misero a lanciare bestemmie contro il nome di Dio, dal quale provenivano questi flagelli”(16, 8-9).

E se vi sono mari vitrei come cristalli – che l’autore aveva sotto gli occhi mentre scriveva e in cui m’immergo ogni giorno – non mancano stagni di fuoco e zolfo. Ma sono stagni allegorici, s’intende.

Buone vacanze!

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.