Talismano Jean Cocteau

Quel che il pubblico ti rimprovera coltivalo, sei tu.

La tirannia del like è una peste. L’ansia di piacere a tutti costi: ecco la vera peste del presente. Chi non capisce di cosa sto parlando – e soprattutto perché ne parlo – è uno che o non ha occhi per vedere o ha un’anima ch’è tutta un bubbone. La faccenda è endemica, capillare, riguarda chiunque. Il sottoscritto punta il dito, certo, ma lo fa in prima battuta contro se stesso, non si tira fuori, c’è dentro fino al collo.

Il 27 giugno 2006 dialogavo con Terry Gilliam per “Cineforum” al termine di un’anteprima bolognese del suo Alice nel paese delle meraviglie, ovvero Tideland. Si sfogava così il chisciottesco cineasta: «Quel che si dà in pasto al pubblico sono prodotti di una stupidità incredibile, roba predigerita e priva d’interesse, pappetta per neonati. Oggi sono davvero pochi i film in circolazione che vale la pena di andare a vedere, i film che inducono lo spettatore a riflettere. Per questo sono costretto a farli io». Tutto si può dire eccetto che da allora la situazione del cinema – parte per il tutto dell’arte – sia migliorata. Con un’accelerazione dovuta ai recenti ripetuti lockdown nonché a Netflix et similia, il sistema della settima arte è in caduta libera o – da una prospettiva più neutra – alle prese con un cambio di pelle epocale. A ogni modo, niente di nuovo sotto il sole. Già Eschilo, nel Quinto secolo avanti Cristo, lamentava il progressivo involgarimento del gusto dei suoi benamati Ateniesi.

Quello che sto ponendo è un problema, in primo luogo, d’artista. L’artista, perlomeno, che prova troppo disagio per zompare sul pacchiano carrozzone del così fan tutti. L’artista in rivolta contro lo status di fabbricante di «pappetta per neonati». L’artista che ha bisogno d’identificarsi con le forme espressive che crea. L’artista che tende, con un parolone, all’autenticità. Ebbene – che armeggi con le immagini, le parole, i suoni – questa specie a rischio ma non protetta dovrebbe tatuarsi dove non batte il sole la seguente frase di Cocteau, un talismano che sta in epigrafe a Le Potomak (1919), il suo romanzo d’esordio: «Quel che il pubblico ti rimprovera coltivalo, sei tu».

Jean Cocteau fotografato da Philippe Halsman nel 1949

Eclettico Cocteau. Funambolico Cocteau. Grande Cocteau: pochi hanno colto la sua abbacinante profondità dietro lo specchietto per le allodole della mondanità. Un artista è essenzialmente ciò che gli viene rimproverato di essere: non si sfugge, che l’artista lo sappia o meno. Siamo i nostri difetti, i nostri azzardi, le nostre proteste, i nostri pozzi ctoni, i nostri spigoli vivi. Siamo la nostra ferita, tanto più quando essa duole, quando suppura, quando spruzza e spruzzando sprizza. Luce e calore.

Siamo i nostri errori e, a tal riguardo, il non-solo-poeta si rifà alla lezione di un amico degli anni d’oro, a quel «maestro della sacralità dell’errore» ch’è Pablo Picasso, il quale «riteneva che soltanto gli errori prevalgano sull’abitudine» per conferire all’opera «quel rilievo casuale senza il quale il conformismo tesse la sua tela». La citazione proviene da un libro apparso nel giugno 1962, un anno prima della morte di Cocteau, Le Cordon ombilical.

Il cordone ombelicale cui si riferisce questo ragazzo terribile del Novecento è quello tra noi e le nostre opere. Una volta tagliato suddetto cordone, ci ritroviamo tragicamente o comicamente soli su un’isola deserta, unici giudici di noi stessi, disorientati da un guappo che in fondo conosciamo poco niente: l’io oscuro che ci governa. Se in fase di gestazione lo abbiamo tradito, questo sconosciuto, lo abbiamo tradito per calcolo o per vigliaccheria, sono cazzi acidi, la resa dei conti ci attende e ci sarà sangue. Se invece lo abbiamo affrontato a viso aperto, senza distogliere lo sguardo, possiamo contare su un armistizio, pur senza metterci al riparo da rovinose rappresaglie. Comunque sia, tocca a noi e soltanto a noi sbrogliarcela con lui.

In ultima analisi: creare è un modo di essere, almeno a un certo livello di compenetrazione tra arte e vita, di vitarte. Piacere a tutti vuol dire non piacere davvero a nessuno. Qualcuno ci rigetterà in blocco. Qualcuno si leccherà i baffi con la nostra polpa e lascerà nel piatto la pelle e le ossa. Qualcuno andrà dritto al midollo e con accanimento succhierà. Qualcuno non ci capirà un’acca e qualcun altro, pur capendo, ci rifiuterà perché si sentirà in qualche modo accusato o delegittimato dai nostri esiti, ci rifiuterà perché magari anche lui è un artista e il suo meccanismo di solitudine non coincide col nostro meccanismo di solitudine, ci rifiuterà perché banalmente non gli piace il nostro sapore. Qualcuno però ci amerà e coloro che ci amano quando ci mettiamo a nudo non sono più semplici ammiratori bensì – come rammenta Cocteau – «sono degli amici».

Jean Cocteau nel suo Il testamento di Orfeo (1960)

Questo talismano è la versione integrale dell’elzeviro di apertura di «Mimì», l’inserto culturale domenicale nazionale del «Quotidiano del Sud», il numero del 20 giugno 2021. Lo devo, questo talismano, a Domenico Brancale che mi ha fatto dono del Cordone ombelicale di Jean Cocteau, edito nel 2020 da La Grande Illusion, nell’ispirata traduzione di Cristina Costantini con la collaborazione di Brancale.

In copertina: Berenice Abbott, mani di Jean Cocteau, 1927

(1976) cineasta e scrittore. Ha da poco ultimato la post-produzione di "Sbundo", lungometraggio girato in un quartiere rom off limits. Con Fabio Badolato ha fondato nel 2005 la BaCo Productions e insieme realizzano opere che cortocircuitano i confini tra cinema narrativo, documentario e sperimentale, tra cui "La lucina" (2018), "Il firmamento" (2012), "Beira Mar" (2010), "Le Corbusier in Calabria" (2009), "Jazz Confusion" (2006). Scrive su “Il primo amore”, di cui è redattore, e “Rifrazioni. Dal cinema all’oltre”, che dirige. È docente presso la Scuola d'Arte Cinematografica Florestano Vancini di Ferrara dove tiene il corso “La regia: poetiche e pratiche del cinema”. Nel 2016, con Effigie, è uscito il suo primo romanzo, "Mal di fuoco".