Le immagini non bastano. A vent’anni dal G8

A distanza di vent’anni dal G8 di Genova, un avvenimento che – sia pure in modo sotterraneo – ha segnato una generazione, il 21 luglio alle 15:10 va in onda su Rai3 un documentario di Elio Mazzacane che ripercorre, oltre agli scontri di quei giorni e alle violenze che ebbero luogo a porte chiuse nella scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, il faticoso lavoro di ricostruzione dei fatti da parte della magistratura. Per ricordare quegli eventi e più ancora per capire in quale misura siano vivi oggi, proponiamo un dialogo con Mazzacane, già autore di altri documentari importanti (ne ricordiamo in particolare uno, La bomba atomica. Un modo molto piacevole di morire).

Maria Teresa Carbone: Di Genova 2001, lo si dice proprio all’inizio del tuo bel documentario, esistono migliaia di foto, centinaia di ore video. Su quali criteri, a vent’anni di distanza, hai basato la tua scelta per condensare in soli cinquanta minuti una vicenda così complessa?

Elio Mazzacane: Secondo i parametri abituali della televisione cinquanta minuti sono tanti, ma per raccontare tutti gli aspetti del G8 di Genova in effetti non sono sufficienti. Per questo ho deciso di concentrarmi sulle difficoltà incontrate dalla magistratura nel ricostruire i fatti, anche in presenza di migliaia di prove audiovisive, perché mi sembrava l’aspetto più importante e meno ricordato di quella vicenda. Quando ho cominciato a visionare il materiale video dell’epoca, a fare le interviste e a studiare i documenti processuali, mi sono reso conto che tutti ricordiamo i fatti di Genova e diamo per scontato che la ricostruzione degli avvenimenti sia stata facile: con migliaia di riprese e di fotografie, servizi televisivi e film, è ovvio pensare che tutto sia stato raccontato grazie a questa marea di immagini. In realtà le immagini sono state solo uno dei mezzi che hanno permesso di ricostruire l’accaduto. In determinate situazioni, per esempio la notte della Diaz o i fatti della caserma di Bolzaneto, se sappiamo cosa è avvenuto, è solo grazie a una manciata di persone e mi è parso importante mettere in luce le difficoltà di questi eroi civili.

È la dimostrazione che quello che ci hanno insegnato e che a nostra volta dobbiamo insegnare ai giovani è vero: per la verità bisogna combattere, non arriva da sola. In altri termini, non bastano le foto con il cellulare per raccontare cosa accade. Le immagini puntano il dito, attirano l’attenzione, ma da sole non portano alla comprensione degli eventi e alla individuazione delle responsabilità. Per quello che riguarda il G8 di Genova quella enorme mole di fotografie è servita per le condanne ai manifestanti e non per i fatti gravissimi accaduti alla Diaz o a Bolzaneto. Insomma, l’importanza delle immagini per la memoria storica è innegabile, ma non sempre questo coincide con la loro utilità giudiziaria. E più in generale, ci sono fotografie che hanno avuto un peso enorme nella visione globale di un avvenimento, penso per esempio alla bambina vietnamita che fugge dopo i bombardamenti al napalm. Ma in quel caso, se non ci fosse stato un fortissimo movimento pacifista, probabilmente non sarebbe successo nulla, e comunque la guerra del Vietnam è durata vent’anni. Del resto, ne abbiamo una dimostrazione anche oggi: la foto del piccolo migrante morto sulla spiaggia greca ha fatto il giro del mondo e ha commosso tutti, ma si sta forse facendo qualcosa per porre fine alle dinamiche che hanno causato quella tragedia?

MTC: Ancora a proposito della immensa quantità di immagini sul G8, potresti commentare i materiali che hai visionato? Te lo chiedo perché anche visivamente Genova 2001 mi sembra segnare uno spartiacque: è uno dei primi grandi raduni di protesta in cui i manifestanti si fanno testimoni grazie alla moltiplicazione dei dispositivi foto-video, ma al tempo stesso – non essendo ancora nati i social – la circolazione delle immagini resta relativamente circoscritta e rallentata.

EM: Con Roberta Vannucci, la mia collega ricercatrice di immagini, abbiamo faticato molto perché le riprese Rai, specialmente quelle della sede di Genova che Roberta ha recuperato, erano girati in cui l’audio era importante quanto e più del video. Questo ha comportato che non potevamo vedere i video a velocità doppia o tripla come si fa normalmente in questi casi, perché a velocità accelerata perdevamo i commenti o le grida di aiuto. Il lavoro ha richiesto quindi molto tempo e la sensazione è che probabilmente non abbiamo visto tutto, che ci sia qualcosa che abbiamo perso. Un dato che mi ha fatto riflettere è che le immagini che hanno colpito più emotivamente le persone sono state quelle trasmesse dal TG1. Ci sono video molto più violenti di quelli andati in onda sulla rete ammiraglia, ma alla fine è il mezzo di diffusione che fa la differenza e in qualche modo prevale sulle immagini stesse. E in generale, sì, forse proprio con Genova è iniziata l’era dell’ipercopertura mediale, delle troppe immagini: oggi il problema di una foto o di una ripresa, anche fondamentale, è che si perde in un mare di rumore, nel magma dei social.

MTC: Per molti il ricordo di Genova 2001 si salda al film di Daniele Vicari Diaz evocato anche da Paolo Mieli alla fine del tuo documentario. Lo hai visto? È stato fonte di ispirazione o hai cercato invece di distanziartene?

EM: Anche alla luce del mio lavoro sul documentario, sono convinto che il film di Vicari abbia avuto un ruolo molto importante per la comprensione di cosa è successo davvero dentro la Diaz, anche più delle riprese reali, che in sostanza mostravano solo i feriti mentre uscivano dall’edificio. È una ricostruzione che ho trovato estremamente utile e efficace, mentre sui fatti della caserma di Bolzaneto a mio avviso Diaz resta più in superficie. Avrebbe avuto bisogno di un altro film, o di una serie televisiva, sono così tante le cose successe lì!

MTC: I video recenti dal carcere di Santa Maria Capua Vetere ci dicono – nel caso non ce ne fossimo accorti – che la violenza di Bolzaneto o della Diaz è meno “eccezionale” di quanto ci piacerebbe pensare. Qual è il tuo punto di vista? Ne hai già accennato prima, ma vorrei ci ritornassi: secondo te l’attuale diffusione delle immagini può avere una valenza di dissuasione e controllo, può – detto banalmente – “cambiare le cose”? (Penso naturalmente anche agli effetti negli Usa e non solo del video dell’uccisione di George Floyd).

EM: Come ho detto, la mia posizione su questo punto è sfumata. Sicuramente le immagini possono avere un impatto grandissimo e nel caso di George Floyd lo abbiamo visto, ma vorrei aggiungere che molto dipende dal momento. C’erano già stati video in cui la violenza della polizia Usa nei confronti dei neri appariva in modo evidente e non avevano avuto lo stesso effetto. E comunque possiamo citare altri casi in cui immagini anche molto potenti, come quelle dell’assalto al Congresso a Washington, sostanzialmente non cambiano nulla. Tutti noi siamo un po’ prigionieri del mito che grazie alle immagini sapremo com’è andata “davvero”, che potremo inchiodare i colpevoli alle loro responsabilità. Ma senza un movimento di opinione che protesti, che chieda giustizia, le fotografie da sole non possono nulla. Inoltre, dimentichiamo che le immagini si possono manipolare in tanti modi, che l’importanza del montaggio – come già ci insegnavano i grandi maestri del cinema – è fondamentale. Sicuramente, però, le immagini possono servire nell’immediato come indiretto deterrente: i fermati davanti alla Diaz hanno raccontato infatti che l’arrivo delle telecamere fece terminare le manganellate.

MTC: Ricollegandomi a quello che dici, mi vengono in mente due cose: la prima è che uno dei motivi per cui la morte di George Floyd ha inciso così tanto nella percezione pubblica, anche da parte di persone che prima avevano ignorato il movimento Black Lives Matter, è che si è inserita in un periodo di grande angoscia globale legata alla pandemia; la seconda è che in effetti meno di due mesi dopo Genova 2001 le immagini dell’11 settembre hanno offuscato, se non cancellato, quelle del G8. E oggi le rivediamo, ma per un anniversario, così come tra poco saremo inondati di torri gemelle distrutte. Da persona che lavora con le immagini, quale pensi sia il rapporto tra impatto e durata?

EM: Il rapporto fra immagini e memoria è complesso. Di sicuro la possibilità di rivedere chi eravamo, cosa avevamo fatto, è utile per la nostra memoria, storica e personale. Se non ho fotografie della gita scolastica di seconda media, la ricordo molto poco, solo per frammenti. Il nostro cervello ricostruisce di continuo i ricordi, li plasma con il passare del tempo. In questo senso le immagini/riprese ci permettono di avere una sorta di àncora, di mettere a confronto il nostro passato interiore con quello esterno. Sul piano generale, riguardo all’impatto e alla durata, la neurobiologia ci insegna che le emozioni attraverso l’amigdala rafforzano la memorizzazione. I ricordi di eventi fortemente emotivi si memorizzano più fortemente, anche a livello sociale.

MTC: Dopo avere realizzato il documentario, la tua lettura politica di quello che è stato Genova 2001 (non parlo solo della Diaz e di Bolzaneto, ma dell’intera manifestazione: la preparazione, il global forum, il ruolo dei black bloc) è cambiata rispetto a quello che ne pensavi prima? Se sì, in che modo?

EM: Come sempre l’approfondimento di un tema te ne svela aspetti diversi, che prima non conoscevi. In fondo, uno dei motivi per cui fai un documentario, è per imparare qualcosa di nuovo. In questo caso un aspetto che ho trovato particolarmente interessante, e che in certa misura mi ha sorpreso, è la grande polarizzazione dei due schieramenti che si sono confrontati al G8 di Genova – una polarizzazione che in qualche modo supera anche il momento contingente (il governo Berlusconi si era insediato circa un mese prima, ma la contrapposizione dei due fronti si era consolidata nei mesi, se non negli anni, precedenti). Un altro aspetto che mi ha colpito anche più di quanto mi aspettassi è quanto quella vicenda sia stata fondamentale nella vita di chi vi ha preso parte di persona. Per le mie interviste ho incontrato uomini e donne che mi hanno raccontato di avere cominciato a parlarne solo a distanza di anni, una reazione psicologica tipica dei grandi shock.