Dante nostro non contemporaneo

La lettura dell’interessante saggio di Fulvio Conti Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione consente di effettuare un viaggio nei due secoli del culto dantesco, dalla riscoperta preromantica alla definitiva iconizzazione nella cultura popolare che ha arriso all’Alighieri nel corso dell’ultimo trentennio. Esso offre anche l’opportunità di qualche riflessione sull’effettiva persistenza di un’identità collettiva e – soprattutto – sul ruolo della letteratura nella formazione di questo patrimonio condiviso. Il percorso di Conti corre veloce tra le epoche presentando, soprattutto nell’ultima parte, alcune curiose novità al lettore comune. Al dantista la lettura offre l’occasione di rispolverare molte curiosità già note, mentre più sorprendente potrebbe rivelarsi questa raccolta per un lettore meno esperto, che potrà persino meravigliarsi dell’abbondanza di forme e liturgie con le quali il culto dantesco si è manifestato nel corso dei secoli, a partire dalla riscoperta settecentesca.

Il viaggio inizia da Mazzini che mise mano agli scartafacci di Foscolo per pubblicarne – con molti dubbi su diversi aspetti dell’operazione – l’edizione della Commedia o quello che ne rimaneva, e fece così di Dante un “apostolo della nazione” (lo stesso Mazzini aveva esordito con una riflessione sull’Amor patrio in Dante). Da qui in avanti il culto dantesco, la santificazione civile, la monumentalizzazione dell’autore si intrecciano con necessità e rivendicazioni politiche. Molti sono gli esempi, che non è necessario ripercorrere analiticamente, ma il culto di Dante si espande in maniera direttamente proporzionale al radicamento del patriottismo e del nazionalismo (il monumento di Trento, nato quando la città faceva ancora parte dell’impero asburgico, è un ottimo esempio di questa tendenza). Dante ha fornito alimento per tutte le stagioni e per tutte le rivendicazioni nazionalistiche, il che è sorprendente se pensiamo a quanto il suo universalismo imperiale fosse in inconciliabile opposizione con l’idea di monarchia nazionale che andava alla sua epoca formandosi soprattutto in Francia, e che la sua figura è stata adattata all’idea di nazione per un preciso disegno politico da Mazzini.

Monumento a Dante a Trento

Dante è stato a lungo preso a modello ed esempio, vorrei dire alla stregua di una divinità del campo dei penati, ogni volta che si è dovuta rivendicare l’italianità, dare nerbo all’idea di nazione e di identità collettiva, o fare e “rifare” gli italiani. Naturalmente questo sarebbe poi accaduto anche durante il fascismo, tanto che si susseguono ancor oggi anacronistici appelli a “defascistizzare Dante”. Molto istruttiva è la vicenda di alcune delle celebrazioni del sesto centenario della morte ricordate da Conti (pp. 122 ss.). Per rendere onore a Dante, infatti, il 12 settembre del 1921 Italo Balbo marciò con tremila camicie nere su Ravenna: i giornali riferirono solo delle celebrazioni e della pars construens, dimenticando di scrivere che gli squadristi prima omaggiarono la tomba di Dante, poi devastarono la Camera del lavoro, i circoli socialisti, la sede della Federazioni delle cooperative, e appiccarono in piazza un rogo di carte, documenti, giornali, quadri, panche e libri. Come i suoi scherani, anche Mussolini (che da alcuni studiosi fu paragonato al veltro: ma era in buona compagnia, perché lo stesso destino era e sarebbe capitato a molti, a Napoleone, per esempio, o a Stalin), pensava che Dante potesse essere il modello di ciò che gli italiani nuovi dovevano essere, una volta abbandonati i propri vizi e tendenti a un alto senso morale. E questo potrebbe bastare per capire quanto le letture e le appropriazioni possano essere indipendenti dagli aspetti letterari e frutto di letture semplificatrici. Conti ricorda anche come Mussolini volle dedicare a Dante non un monumento, ma un tempio, il Danteum, progettato da Mario Sironi e Giuseppe Terragni. Il monumento sarebbe dovuto sorgere a Roma sulla via dei Fori Imperiali ma non vide mai la luce.

Cartolina che raffigura l’Italia tra Dante e Gabriele D’Annunzio, intento a declamare: “Sereno o torbido, il Carnaro fu sempre per noi sacro mare di Dante”

Le notizie che ricaviamo (o, a seconda dei casi, rispolveriamo) dalla lettura del libro sono molte, tutte riconducibili a un dato comune: un’appropriazione, cioè, di diversa natura e con diversi scopi della figura di Dante da parte di diversi e anche contrastanti progetti culturali o politici, che prescinde sempre e comunque – salvo i primi casi; diciamo da Mazzini in poi – da una assimilazione autenticamente critica di Dante e della sua poesia. Tutte queste appropriazioni, che si risolvono in definitiva in una imbandigione di Dante al banchetto della cultura di massa – che è cosa ben diversa dalla cultura popolare, per la quale si veda invece il recente libro di Lino Pertile pubblicato da Longo) hanno in comune il fatto che, il più delle volte, Dante “ci sta a pigione”, come diceva quel tale. Consegnato alle masse, nel linguaggio pop delle masse (tra i quali la pubblicità: vd. pp. 185 ss.), Dante diventa un brand, buono per tutti, lettori forti e deboli, e persino non lettori.

L’aspetto contraddittorio e paradossale di questa trasformazione di Dante in icona globale – ben riassunta nell’ultimo, documentato capitolo – è che essa è cresciuta negli anni sulle spalle di un uomo sostanzialmente sconosciuto, se non per quanto racconta di sé nelle sue opere (ergo per un’autobiografia tendenzialmente mendace). La prevalenza, in questo centenario, delle biografie su altri generi interpretativi e saggistici, quasi che Dante avesse bisogno di rivivere come uomo, è a questo proposito singolare, e spiega molto della nostra necessità di dare consistenza a un mito. Da un manipolo di documenti si può trarre una vita molto sintetica, difficile arrivare alle quattrocento e più pagine che caratterizzano dalle ricostruzioni recenti. Questo interesse non sottrae la figura di Dante alle strumentalizzazioni e agli incasellamenti della storia. La public history non fa che assumerne la cangiante figura per adattarla all’estro del momento; se ieri Dante era un modello di riscatto nazionale, oggi sarà il campione dell’identità individuale, domani chissà… è evidente che la ricca ricostruzione di Conti deve metterci in guardia dai rischi dello “sfruttamento intensivo” di quella che è diventata una icona culturale e letteraria. Le icone sono buone per tutti gli usi e per tutte le ideologie, ma spesso chi le venera dimentica che Dante è irriducibile ad alcune di esse, se non a patto di diversi anacronismi.

Cartolina promozionale della Società Dante Alighieri

Anacronistica è pure, per le più avanzate teorie critiche angloamericane, anche l’idea che esista una identità collettiva, o tantomeno nazionale, alla cui formazione la letteratura possa aver dato alimento. In un recente intervento in un convegno che metteva a confronto dantisti italiani e statunitensi sono stato amichevolmente bacchettato per aver usato la parola “universalismo” riferita a Dante. Premesso che la usavo non in senso politico (e sarebbe stato legittimo farlo, viste le idee dell’autore sull’impero universale), ma come riconoscimento della universalità del messaggio poetico e della sua capacità di fare breccia nell’animo degli individui, qualunque sia la loro cultura di provenienza e la loro formazione, la categoria di “universale” è una di quelle sotto attacco negli studi di teoria della letteratura; figurarsi quale accoglienza può mai avere l’idea di “nazionale”. Prevale invece l’idea di “cosmopolitismo”, cui concorrono tutti gli individui, ritenuti moralmente responsabili secondo lo stesso standard indipendentemente dalla loro provenienza, ai quali le nuove teorie critiche si rivolgono a livello individuale piuttosto che collettivo.

Ebbene, Dante non è “accountable” in questo senso, per vari motivi. La prima e la più importante ragione contro l’inclusione di Dante nell’eletto e rispettabile insieme dei cosmopoliti d’ogni tempo è il trattamento dei diritti individuali. Dante non si occupa dei diritti o degli obblighi degli individui, ma piuttosto dell’umanità considerata nel suo insieme, in cui le esigenze e i desideri individuali sono irrilevanti di fronte alla superiorità di uno scopo universale. Dante non considera gli obiettivi individuali e neanche quelli di sottogruppi (familiari, locali, comunali, ecc.), o li sottomette gerarchicamente a un disegno che li oltrepassa. Dunque, tutto il discorso sull’identità collettiva che Dante (o meglio, una o più idee che di Dante si sono succedute) ha contribuito a creare non incontrerà il gusto o l’approvazione dei nuovi critici e del nuovo cosmopolitismo che essi rappresentano o inseguono. E fin qui, pazienza. Sorvoliamo anche sul fatto che, proprio per aver contribuito a creare una “cultura nazionale” – indipendentemente dalla sua volontà, sia chiaro – Dante subirà presto o tardi lo stesso destino della cultura classica, sarà dunque esposto a diffamazione e al ludibrio del suo suprematismo coloniale e della sua whiteness (si può rimandare a un assennato articolo di Franziska Meier, Defaming Dante, in «Dante Studies», 137, 2019, pp. 187-196). Ma l’aspetto più importante della combinazione tra la vicenda storica della ricezione popolare di Dante minuziosamente narrata da Conti e l’“idea di Dante” che la critica contemporanea sta costruendo (o meglio, decostruendo) prescinde totalmente da un aspetto, che è quello letterario.

Interrogarsi ancora sul ruolo attribuito a Dante nella creazione di un pantheon identitario e nazionale può però servire a metterci in guardia sui limiti di questo destino. Nel processo che lo ha portato a essere dapprima l’Apostolo della nazione, poi il Sommo italiano, poi già negli anni Venti il “testimonial” inconsapevole di dentifrici e marche rhum, e infine l’icona pop della pubblicità delle carte igieniche e dei gelati, Dante è un personaggio dall’arcigno profilo e dal bizzoso carattere, non l’autore della Commedia. L’effetto è straniante: tutti siamo portati a pensare di avere familiarità con lui, ma allo stesso tempo ben pochi ne hanno letto con consapevolezza le opere. Magari qualcuno ricorderà, come Voltaire, alcuni passaggi e pochi personaggi drammatici, decontestualizzati, dimenticando il resto («Il y a de lui une vingtaine de traits qu’on sait par coeur: cela suffit pour s’épargner la peine d’examiner le reste»). Tutti pensano di poterne parlare con cognizione di causa, continuando a definirlo padre della nazione e della lingua. Chi come me tenta di fare di tanto in tanto un corso sulla Commedia sconta di anno in anno una difficoltà di approccio e di lettura da parte degli studenti, come se quel baratro che ci separa dal tempo e dalla lingua di Dante si allargasse col tempo. Al contrario, la pervasività del personaggio che ce lo fa ritenere quasi un contemporaneo è ingannevole sotto questo profilo, al pari della apparente consentaneità della sua lingua con la nostra. In un certo senso, la notorietà di Dante nuoce alla piena comprensione della sua poesia.

Enrico Pazzi, (1818-1899), Monumento a Dante, Firenze, piazza Santa Croce

Infine, vorrei soffermarmi su qualche lettura di Conti che può essere discussa (è poca cosa rispetto alla ricchezza del libro). Contrariamente alla lettura qui riproposta, tra Foscolo e Dante (è stato dimostrato a sufficienza dagli studi recenti) non c’è una particolare solidarietà poetica, e a stento si trovano allusioni alla Commedia nei versi del poeta di Zante. L’omaggio giovanile opportunamente ricordato è una prassi che Foscolo condivide con diversi contemporanei, ma la sua formazione è ancora tutta settecentesca, e gli rende aliena e quasi barbara la lingua della Commedia. Foscolo scopre Dante solo in esilio, da una prospettiva nuova, ma ancora letteraria più che politica. Su un’altra lettura ho un’opinione diversa, perché a me pare difficile sostenere ancora la polarizzazione tra un Dante emblema nazionale e un Petrarca relegato a strumento di celebrazione delle identità locali (Arezzo, Arquà): l’autore si muove sulla scia di Quondam, e dell’opposizione che egli qualche anno fa ha provocatoriamente creato tra un Petrarca dileggiato dalla cultura nazionale e un Dante destinato a diventare il faro della nazione; ma sarebbe bastato che qualcuno, tra Quondam e Conti, si fosse ricordato – ad esempio – del discorso di Carducci alla tomba di Petrarca ad Arquà in occasione del centenario del 1874, o del successivo destino del testo dell’Africa, offerto nel 1926 ai fati d’oltremare che incombevano sul cielo della patria, per mettere in dubbio questa ricostruzione.

Il libro ha certamente il merito di accennare soltanto a temi troppo noti, ancorché decisivi, come l’intervento di Mazzini nell’edizione dantesca curata da Foscolo, e di indugiare invece in episodi di minore risonanza nella considerazione degli studiosi ma altrettanto significativi, come ad esempio i viaggi danteschi in Italia (soprattutto a Ravenna), di diversi cultori europei di Dante (il tema del viaggio dantesco come nuovo modello di grand tour per le élites colte europee è largamente sviluppato), o la presenza di Dante nell’illustrazione, nella pubblicità, nei fumetti. A me resta il dubbio che le due dimensioni, quella letteraria e quella della cultura di massa, possano essere accostate e messe in dialogo, poiché sono convinto che l’una abbia conservato, anche all’avvento della massificazione, una sua specifica esclusività che si è ben guardata dal condividere con le masse. Queste ultime, invece, hanno pescato dal serbatoio della cultura alta modelli e riferimenti che, una volta assunti al consumo popolare, non sono stati più gli stessi.

In una parola il Dante di Alfieri e Foscolo non è lo stesso “offerto al popolo” nelle celebrazioni del 1965 (e ancor più in quelle del 2021): gli eventi di divulgazione e di public history tendono necessariamente ad ottunderne la complessità; la brandizzazione la stermina. Dunque, in buona sostanza, al termine di questa interessante lettura non possiamo non chiederci quale relazione il percorso della “popolarizzazione” di Dante e della pervasività che questa icona ha raggiunto negli ultimi due secoli nella cultura italiana, e ancor più da quando è nata la cultura di massa) abbia con la sua poesia, e cioè con quella vicenda di perfezione formale e di tetragona solidità del messaggio morale che Dante ha inseguito per tutta la vita. Probabilmente la risposta è che non c’è alcuna relazione tra la popolarità di Dante e la poesia della Commedia, così come non c’è alcuna relazione tra chi pensava che la sua patria fosse Firenze, o al massimo l’impero (o meglio ancora il regno dei cieli) e chi ne ha fatto il padre di un’entità, la nazione, che egli forse neppure immaginava potesse esistere (non come stato, nonostante l’invettiva del canto VI del Purgatorio e altre consimili). «Il poeta che inventò l’Italia», recita il sottotitolo di un libro dedicato a Dante dal giornalista Aldo Cazzullo, che ha reiterato per le masse, oggi, la stessa idea che aveva animato il dibattito due secoli fa (il dibattito critico-accademico, come è giusto che sia, ha fatto qualche passo avanti), Ma se Dante ha inventato l’Italia, lo ha fatto a sua insaputa. In fondo, la ricchissima ricostruzione di Conti lascia aperte due strade: una per gli attori della divulgazione e della public history, che sono messi in guardia dal “relativismo” temporale delle appropriazioni culturali e delle monumentalizzazioni, sempre mutevoli; e l’altra per chi è chiamato a leggere e insegnare Dante, che dovrebbe a sua volta rifuggire dalle semplificazioni e assumere come unica e solida certezza la poesia della Commedia (e delle altre opere) come prevalente, se non unico, oggetto di studio e di didattica (a patto, però, che se ne abbiano le competenze in termini linguistici, poetici, retorici, di conoscenza delle fonti e dei modelli: chi non ne ha, può benissimo dedicarsi ai cultural studies e includervi Dante, ma se lo attualizza troppo non rende un buon servizio ai suoi studenti).

Insomma, Dante non è un nostro contemporaneo; questa prospettiva ingannevole, favorita dalla pervasività della sua figura nella nostra cultura, va ribaltata tenendolo “a distanza” e tentando di colmare il divario che ci divide dal senso della sua poesia con tutti i mezzi tecnici a nostra disposizione. Questo vale tanto più in un’epoca in cui l’idea di “identità collettiva” e ancor più “nazionale” è, per certi aspetti anche giustamente, messa in discussione (se non del tutto crollata sotto i colpi del neocosmopolitismo), e in cui l’unico legittimo dialogo con Dante sembra essere quello individuale: un dialogo possibile solo se un interlocutore conosce la lingua dell’altro; nel nostro caso, se conosciamo la lingua poetica di Dante.

Fulvio Conti
Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione
Carocci, 2021
pp. 242, € 18

In copertina: Giotto e bottega, affresco con ritratto di Dante, Alighieri, 1321-1337, Firenze Museo Nazionale del Bargello

insegna Letteratura Italiana all’Università di Roma Tre. Tra le pubblicazioni dantesche da lui curate, “Dante e la retorica” (Longo 2017), “Dante e il mondo animale” (Carocci 2013), il commento alla “Comedia” di Dante con figure dipinte nell’edizione nazionale dei commenti danteschi (Salerno 2015), oltre a numerosi contributi danteschi in volumi e riviste (tra i più recenti, quelli dedicati ai canti VI e XI del Paradiso). È stato Fulbright Distinguished Lecturer all’Università di Notre Dame (2013) e ha tenuto corsi e seminari in diversi atenei.