Due mondi, io appartengo all’altro

A tutti i lettori assidui di Cristina Campo è successo di rimanere colpiti da questa frase a lei così cara: “Ci sono due mondi – io vengo dall’altro”. E’ una frase talmente nuda da lasciare pietrificati. Rende immediatamente il senso di una cesura, nel tempo e nello spazio. In quelle pochissime parole si condensa il senso di straniamento di molti isolati o intempestivi che hanno trovato la propria tonalità emotiva fondamentale nel disagio verso il proprio mondo e il proprio tempo. Ce ne sono stati tanti in ogni epoca, di questi marginali. Spesso – ma non sempre – sono stati e ancora sono tra quelli che hanno saputo resistere all’effimero successo dettato dalle regole del potere, dal gusto dominante, dal narcisismo, dalle mode passeggere.

Non è difficile – guardando il trionfo dell’ignoranza, dell’ipocrisia e della miseria umana del secolo (poco importa quale sia la data che si scelga sulla retta del tempo) – dirsi, “io vengo da un altro mondo”. Eppure, rileggendo, oggi, la perfezione di quella frase sento una nota che non mi appartiene. E questa sonorità, alle mie orecchie stridente, è quel “vengo da…”. In fondo, in quel situare la propria origine in un mondo altro traspare un sentimento di superiorità, di alterità assoluta, di completa non appartenenza e, infine, si intravede un destino già da sempre segnato.

Non dubito che questo potesse valere per Cristina Campo, per la sua vita assoluta. Ma penso che, per me, come per molti altri, il senso di non appartenenza a questo mondo non derivi affatto da una predestinazione, da una provenienza aliena a questo mondo, ma da una scelta, da un faticoso cammino di liberazione dalle catene del proprio tempo. Se si dà un mondo altro – e non ne abbiamo alcuna certezza, perché mai l’abbiamo conosciuto dentro la miseria di questo spazio e di questo tempo in cui ci è capitato di nascere – ecco, allora questo mondo lo avremo, sarà nostro, vi apparterremo solo perché lo avremo scelto e voluto. Io non vengo da un altro mondo. Sono nato qui, in questo mondo di volgarità e ignoranza, di povertà e sofferenza, di ingiustizia e sopruso e morte, in questo mondo che non ho mai sentito davvero mio. Ed è proprio perché provengo da questo mondo che so di appartenere ad un altro, di cui non conosco quasi nulla, ma che sento mi penetra fin nelle viscere e mi proietta al di là del claustrofobico orizzonte del mondo che tutti conosciamo.

Sì, due mondi. Il mondo del cattivo demiurgo e l’altro, un mondo oltre il mondo. Un mondo abitato da spettri e fuochi fatui. Forse, un mondo altro dentro all’abisso di questo mondo. In ogni caso, due mondi. Io appartengo all’altro.

In copertina: Odilon Redon, Hommage à Goya, 1885 (particolare)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).