Sulle cose da salvare

Nel complesso reticolato della storia, vi sono epoche finali ed epoche di apertura. Vi sono, poi, epoche di passaggio. La nostra è una di queste.

Un piccolo e, per certi versi, insignificante sintomo di questa sorda transizione può essere percepito entrando in una libreria, una di quelle grandi librerie che, negli anni Sessanta e fino ai primi anni Novanta, ha svolto un ruolo di orientamento nel campo della cultura. La sensazione, varcata la soglia di uno spazio che assomiglia più a un fast food che a un luogo di lettura, è quella dello spaesante confronto con una congèrie di prodotti industriali, studiati e confezionati da abili uffici marketing. Si dirà che l’industrializzazione della cultura non è certo fenomeno nuovo. Adorno e Horkheimer, infatti, lo descrivevano già dalla fine degli anni Quaranta. Ma è sicuramente nuova la riduzione della cultura a fenomeno regolato da figure autoriali costruite a tavolino (autori che, nella quasi totalità, corrispondono a modelli estetici dominanti) e che riproducono una scrittura omogeneizzata, altrettanto costruita a tavolino da mediocrissimi editor o, per dir meglio, da abilissimi editor che sono però mediocrissimi scrittori. Ovviamente, nell’oscillazione tra l’autore e l’editor, attori, spesso inconsapevoli, dell’industria culturale, la scrittura, il pensiero e l’elemento ineffabile che dovrebbe scaturirne sono andati perduti.

Basta una rapida occhiata agli scaffali di filosofia per accorgersi, scorrendo i titoli messi in evidenza, che si parla del nulla, ovviamente di un nulla molto glamour. I classici sono quasi scomparsi. La filosofia novecentesca sopravvive, di costa, solo se pubblicata da grande editore. Insomma, un mondo intero svanisce, sopravanzato da un altro, molto sicuro di sé ed estremamente aggressivo. Epicuro non c’è più, ma c’è un saggio che ti spiega come puoi vivere una settimana epicurea (o, se preferisci, stoica, cinica, ecc. ecc. secondo il tuo gusto o la stagione, nel grande supermercato della filosofia).

Nelle epoche di passaggio, ancorarsi al passato, strillare e agitarsi per denunciare la decadenza del pensiero e di una civiltà, non solo non serve a nulla, ma fa assumere la postura patetica dell’uomo di mezza età che rimpiange la propria giovinezza. Meglio, dunque, non lamentarsi e accettare questo mutamento con un certo distacco, con un atteggiamento che, ormai ventidue anni fa, mi capitò di definire una “critica silenziosa”.

L’assunzione di questo atteggiamento, quasi anacoretico, non è volta a un cinico starsene in disparte, quanto piuttosto è tesa a mettere in atto delle pratiche di sopravvivenza. E quando indico la sopravvivenza come fine non penso alla propria, ma alla sopravvivenza di quel che crediamo che, nonostante la furia del tempo, debba essere salvato, preservato, tramandato. Ovviamente, è una praxis tutt’altro che semplice. Per trovare una via o una fonte ispiratrice può valer la pena volgere lo sguardo a una delle immagini chiave della tradizione occidentale, il compianto e la sepoltura.

È fuor di dubbio che il cristianesimo si inserì in un grande snodo della storia e che fu capace di sopravvivere, all’inizio clandestinamente, dentro la fine di una civiltà, per poi affermarsi come l’inizio di una nuova folgorante epoca del mondo. Il cristianesimo portava in sé una miriade di tradizioni, da quella ebraica a quella gnostica, dall’ellenistica alla romana. La sua forza fu, probabilmente, quella di essere stato in grado di lasciar morire quel che non si poteva trattenere e di elaborare un lutto (il compianto di una serie di tradizioni alla fine), compiendo, allo stesso tempo, una simulata sepoltura.

Ecco, credo stia proprio in questo doppio movimento la possibilità di salvezza: lasciare che la morte della tradizione, nel suo insieme, nella sua forma organica, sia elaborata come un lutto necessario e, allo stesso tempo, seppellire, per un tempo a venire, quello che davvero conta, lo spirito vivente di ciò che sfugge alla Legge, quella struttura fondante che, per noi, è la dura legge del mercato.

Forse, oggi, occorre inumare la scrittura e il pensiero, per preservarli dalla furia dell’estetizzazione superficializzante dovuta alla riduzione della vita a marketing esistenziale. Non è facile destinare al silenzio la parola, all’isolamento il pensiero. Non è facile vivere nelle catacombe del tempo. Ma è, talvolta, necessario.

Non c’è alcuna certezza che qualcuno saprà poi ritrovare il bene sepolto; alcuna certezza che l’eventuale scopritore abbia i mezzi per comprendere ancora cosa fosse e a cosa servisse, diciamo, un romanzo o un libro filosofico o un testo sapienziale.

No, nessuna certezza. Ma, in corrispondenza di alcuni tornanti della storia, individuale e collettiva, occorre aver fede.

In copertina: Giovanni Baronzio, Storie della Passione di Cristo (particolare), ca. 1343/1345 (Roma, Palazzo Barberini)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).