La trasparenza totalitaria. Su “Il Terzo Reich” di Romeo Castellucci

Quando negli anni Trenta Victor Klemperer lavora al suo monumentale LTI (Lingua Tertii Imperii), analisi di sconvolgente acutezza delle storture semantiche e delle forzature linguistiche messe in atto dal Terzo Reich sulla lingua tedesca, l’Europa è sprofondata in una delle fasi più acute di diversi totalitarismi, da quello di stampo fascista a quello sovietico. Anzi, si può dire che Klemperer, attraverso una forma di filologia politica, mostri la genesi del totalitarismo, cioè di quella forma politica onnipervasiva che, nella sua visione totalizzante dell’esistente, arriva a minare la struttura stessa della comunicazione, portando la dimensione politica all’interno stesso della lingua. Lo stravolgimento della lingua quotidiana, l’affermazione di parole d’ordine incentrate sul Volk, la dimensione simbolica delle parole, fino alla tipizzazione dei caratteri, si configura, nelle pagine dei taccuini di Klemperer, come una forma estrema di ristrutturazione dello spazio pubblico e del suo senso. I totalitarismi novecenteschi sono l’estremo nostalgico esperimento di una rifondazione di senso, nello spazio nichilistico della società tardo ottocentesca e primo novecentesca. In fondo, l’allora cinquantacinquenne filologo ebreo, estromesso dall’università e non incluso nelle liste per la soluzione finale solo perché sposato a una ariana, registrava i segni o i sintomi di una battaglia per l’affermazione di una nuova dimensione del senso all’interno della più profonda e strutturante delle dimensioni metafisiche, il linguaggio. Martin Heidegger, negli stessi anni, aveva creduto di poter combattere la medesima battaglia all’interno del linguaggio, proprio accodandosi al nazionalsocialismo, visto come ultimo baluardo possibile al nichilismo. Il totalitarismo novecentesco è questo estremo e nostalgico tentativo.

Assistendo allo spettacolo di Romeo Castellucci, dal titolo Il Terzo Reich, ispirato in parte al testo di Klemperer, si ha la sensazione che gli anni Trenta siano, per tanti versi, dietro di noi ma, per alcuni, davanti a noi. In modo martellante ed estremamente irritante, su uno schermo nero, scorrono la quasi totalità dei sostantivi della lingua italiana, circa quattordicimila parole. La musica di Scott Gibbons fa assumere al ritmo di apparizione e scomparsa delle parole un senso vertiginoso. L’occhio riesce a fatica a riconoscere i lemmi. Lo spettacolo è frastornante. Si resta, dapprima, incollati con gli occhi allo schermo, cercando di afferrare il maggior numero di parole possibili. Ma lo sforzo per stare al ritmo fa montare un senso di insofferenza, che aumenta sempre più con il passare dei minuti. Il livello d’attenzione fatica a mantenersi. Lentamente, ma inesorabilmente, si cede. Le parole diventano segnali luminosi. Quasi immagini prive di significato. Ci si fissa, talvolta, su alcune lettere. Si arriva sino a provare un certo piacere estetico per la forma della parola. Ma tutto scorre. Ci si arrende. Si lascia che le parole si svuotino di significato. Si è quasi anestetizzati. Non c’è più alcun senso. L’intero insieme dei sostantivi si fa evanescente. Il linguaggio è svuotato di ogni sostanza. Si resta pietrificati e anestetizzati spettatori passivi di uno spettacolo senza senso.

Castellucci, come spesso gli accade, crea immagini, anzi, visioni. Anche questa volta riesce, in modo ossimorico, a rendere visibile l’invisibile totalitarismo dei nostri anni: il martellante flusso di significati che svuota di senso ogni cosa. Un totalitarismo della comunicazione globale e permanente che vorrebbe definire ogni cosa, rendere ogni cosa a una sua identità separata e definita, ma che ottiene o persegue esattamente il risultato opposto: nulla ha più senso per eccesso di significato, per eccesso di informazione, per eccesso di velocità del flusso di immagini che ci colpisce senza tregua.

Il totalitarismo degli anni a venire sarà quello che già muove i suoi passi nella rete infinita, capillare e sempre più potente dell’informazione, cioè, di una parola ridotta a puro mezzo, veicolo di notizie. Un totalitarismo dai caratteri diametralmente opposti a quelli novecenteschi. Quello era un totalitarismo oscurantista, il nostro un totalitarismo dell’eccesso di luce, un totalitarismo della trasparenza assoluta.

Il prologo dello spettacolo mostra una sorta di scena primaria, di danza rituale che porta una figura spettrale a spezzare, con impietosa forza, una colonna vertebrale umana. Una volta spezzato il corpo umano, ciò che lo regge, non c’è più testimone. Per qualche minuto, la colonna resta illuminata ai piedi dello schermo. Poi, senza che nessuno vi presti davvero attenzione, cade nell’ombra. Non solo non c’è più alcuna figura umana, ma nemmeno la traccia della sua messa a morte. Non resta che il flusso intangibile di parole prive di significato, parole disincarnate, pura virtualità. Non resta che l’estetizzazione anestetizzante del linguaggio.

Parola senza corpo ma anche parola senza estasi possibile. Solo l’inutile affannarsi dello sguardo nel tentativo di afferrare un significato che immediatamente scompare, soppresso da quello successivo. Flusso inarrestabile che tutto travolge. Alla fine, alla fine di tutte le parole, non resta che il buio, la notte più profonda del senso. Forse è proprio nella profondità di questa notte, in questa oscurità senza più suoni né luci che occorre cercare per trovare vie di fuga e di resistenza al flusso ininterrotto e distruttore. Forse in questa tenebra, che si pone agli antipodi dello spettacolo iperluminoso del nuovo totalitarismo, si dà ancora o di nuovo la possibilità di un’altra luce, di una luce nera e resistente, fatta di carne e di corpi, dove la dimensione del senso è ancora possibile. O forse no. Forse siamo tutti così accecati da non vedere più la gabbia che ci contiene. Forse pensiamo davvero, in una forma di euforia da shock, di essere liberi sotto il giogo della più totalizzante delle forme sociali che la storia dell’umanità abbia conosciuto.

Romeo Castellucci
Il Terzo Reich
Triennale Milano
9-11 giugno 2021

Immagine di copertina: ©Socìetas

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).