Un pensiero balena

La balena è allo stesso tempo un’isola ma anche il mare da cui emerge, ma questo significa che la balena non è propriamente una cosa (ammesso che le cose, ossia delle entità indipendenti, esistano) collocata in un certo posto: piuttosto la balena è contemporaneamente il contenuto e il suo stesso contenente. La balena è nel mare, ma la balena non fa altro che bere e filtrare quello stesso mare in cui nuota. La balena, allora, è un modo di essere del mare. Il che non vuol dire altro, in fondo, che il mare è un modo d’essere della balena. La balena, cioè, è il divenire-mare di un animale che non desidera altro, in realtà, che perdere la sua forma massiccia (per quanto flessibile) per riacquistare la sublime fluidità dell’acqua. La balena è la nostalgia dell’acqua per il mare da cui proviene. Se c’è, quindi, un animale che incarna il puro movimento della vita questo allora è proprio la balena, una forma mobile che si muove all’interno di un elemento ancora più mobile. La balena è acqua che si muove nell’acqua.

Ma la balena, come abbiamo detto, è come un’isola nel mare, anche se si tratta di un’isola che si muove come lo stesso mare che la circonda, un’isola che emerge per brevi momenti, lancia uno sbuffo, e poi torna ad immergersi. Il pensiero, per potersi agganciare a qualcosa (l’oggetto del pensiero, appunto), ha bisogno di un punto fermo, della balena isola. Ma un pensiero non può fermarsi, proprio come la balena, perché un pensiero immobile non è più un pensiero. Ecco perché la balena isola diventa subito dopo, e necessariamente, la balena mare, la balena acqua. Pensare significa infatti saltare da un’isola ad un’altra isola, così come per attraversare un torrente occorre saltare da una pietra sporgente all’altra. La balena, in definitiva, è allo stesso tempo un pensiero e un movimento fra i pensieri. È in questo senso che l’artista Claudia Losi ha pensato con la balena: il risultato di questo lavoro si chiama appunto THE WHALE THEORY. Un immaginario animale (Johan & Levi Editore, Monza 2021). La balena ‘pensa’, non solo perché la balena è un organismo pensante, ma soprattutto perché diventa una sorta di macchina dei pensieri, oltre ad essere essa stessa un potentissimo pensiero. Un pensiero, che proprio come la balena, è tenace. È nel 2002, scrive l’artista, che “appare la prima immagine-balena, tra la notte e il giorno, con desiderio” (p. 191). Ci vuole tempo per pensare.

A questo punto si tratta di dare corpo a questo pensiero, cioè di costruire una balena. Il libro ricostruisce la storia di questo pensiero progetto (che dura quasi venti anni, fino appunto alla pubblicazione del resoconto di questo viaggio cognitivo e artistico), ma insieme è anche la storia di altri numerosi incontri con la balena, di scrittori, scienziati, impresari, bambini, e molte altre figure. Perché è difficile resistere alla potenza dell’immaginario della balena. E siccome – come abbiamo visto – il pensiero balena è un pensiero mobile tra isola e mare, non ci sorprende che la gestazione finale del libro abbia coinciso con i mesi del 2020 in cui tutti (o quasi tutti) eravamo costretti a casa per difenderci dal virus. Il pensiero balena muove tutto ciò che vorrebbe rimanere fermo. E così scrive Losi in apertura del libro (datato Italia, 2020):

Stare dentro e non potere uscire. Guardare fuori in attesa che passi. Tutto quello che leggerete e vedrete in questo libro e un racconto durato vent’anni. Un arcipelago che si compone di isole, stretti e continenti in movimento, come le correnti che lo attraversano, dai tempi e dalle voci differenti. È la mia Balena. […] Mi ha inghiottito e protetto per un lungo tempo. Non avrei mai immaginato che la forzata chiusura di questi giorni sarebbe stato il momento in cui avrei messo la parola fine. Uscirò da queste stanze. Uscirò dal suo ventre. Forse.

“Uscirò dal suo ventre. Forse”. È vero, si esce, alla fine, ma mai del tutto. Non si esce dal ventre della balena, o meglio, non si fa che continuare a uscire dal ventre della balena. Se la balena è un passaggio, infatti, non si smette di coincidere con quel passaggio che non passa mai. Ma questo significa, anche e simmetricamente, che in quel ventre non si smette mai di ri-entrarci. La balena è appunto questo movimento, e per questo è così potente il pensiero balena, la whale theory che in realtà non vuole affatto essere una teoria del cetaceo come oggetto artistico, quanto una sorta di ‘guida’ per farsi prendere dal pensiero balena. Per questo, scriva ancora Claudia Losi: “la metafora che più spesso è stata adoperata per definire Balena Project riguarda la sua capacità ‘contenitiva’. Le balene, quelle vive, restano parzialmente invisibili, come la parte sommersa dell’iceberg: un impensabile che chiede un supplemento d’immaginazione per risalire in superficie. Le balene contengono, raccolgono nella loro massa altra massa”. La balena appunto accoglie, contiene, protegge. Perché la balena non ha zanne, non morde, beve. La balena è quindi “materia vivente, idee, sogni, transatlantici e grandi edifici, ponti sospesi e dirigibili. E molta gente, tante persone. Tutto contengono. E sfuggono, non si fanno trovare, laggiù in quell’acqua così densa, dove i colori si fermano per diventare blu, quasi nero. Allora diventano davvero l’altro” (p. 122). Un altro, e questo è un punto che emerge (non si sfugge a questa immagine) con forza in questo libro, un altro che non è per per forza un amico (quante balene morte, squartate, ridotte a scheletro si possono vedere in queste pagine): il punto del divenire balena non è che è un divenire per forza trasformativo, ma che è un divenire. La vita è una balena che canta, ma anche una balena spiaggiata, carcassa fetida che ammorba l’aria, ma anche campo di gioco per i bambini che si divertono con la balena di lana ‘parcheggiata’ in un garage. Perché la balena, in fondo, è un enorme pretesto per pensare:

Un’esca per l’immaginario, ecco cosa era. Ho innescato un processo che si è rivelato, nel tempo, di ampia partecipazione: chi entrava in contatto anche solo con l’idea di costruire e far viaggiare questa balena si lasciava coinvolgere a più livelli, offrendo il proprio contributo alla sua costruzione fisica e narrativa. Per diversi anni, in giro per l’Italia e in alcuni altri paesi, la Balena ha trovato ospitalità e nuove storie da raccontare. Si è arenata in musei, in riva a un fiume, in una piazza storica non lontana dal mare, in un quartiere di periferia, nel cortile di una scuola. La Balena ha viaggiato per circa sei anni e infine ha mutato la sua forma diventando altro, disperdendo la sua mole originaria e diffondendosi lungo altre traiettorie (p. 27).

Per questa ragione il libro è pieno di notizie, immagini, mappe, diagrammi, commenti, ma anche di storie che sembrano, ormai, incredibili, come quella del ‘baleniere’ Jean Rezzonico, che per vent’anni, nel secondo dopoguerra, porta in giro per l’Europa una balena imbalsamata, una Moby Dick di terraferma. Perché anche se imbalsamata la balena continua a muoversi: “a Debrecen”, racconta Rezzonico ad esempio, “in Ungheria sul confine rumeno, un doganiere doveva aver letto qualche giallo di troppo: si era messo in testa che trafficavamo spie per conto della cia, nascoste nella balena. Ci abbiamo messo un giorno intero per passare il confine: hanno smontato tutto, le gomme, i serbatoi della nafta, tutti i cassoni… Hanno tirato fuori tutto, tutto, tutto mentre ci tenevano d’occhio con il mitra spianato. Sono entrati nella balena cercando quello che volevano trovare ma che non c’era, sicuramente non avremmo nascosto qualcosa lì, visto che chiunque pensa che ci sia nascosto qualcosa nella pancia della balena: non c’è mai stato né Giona né nessun altro” (p. 42). La storia di questa balena è parallela a quella della balena ‘lavorata’ da Claudia Tosi “di tessuto pregiato di lana, in due toni di grigi […] imbottita d’aria e ovatta sintetica”.

Balena Project e altre storie

Questa analogia mostra come la balena occupi comunque i nostri pensieri, così come lo fanno i dinosauri estinti da milioni di anni: il pensiero ha bisogno delle balene, anche se forse le balene non hanno bisogno dei nostri pensieri. Questo è uno dei pensieri balena (che quindi non si può arrestare) che il libro, non sappiamo quanto volontariamente, mette in movimento: la balene sono a rischio di estinzione, lo sappiamo, c’è tutto un movimento ecologico e ambientalista che le vuole proteggere. Eppure se la balena è movimento, è acqua e respiro e mare, allora il movimento continuerà anche quando le balene, un giorno, non ci saranno più. Siamo così pieni di noi stessi che non riusciamo a pensare che il mare continua a muoversi, comunque. Non siamo così importanti, anche questo ci dice l’immensa balena: e non serve una balena, basta un virus a terrorizzarci e uccidere. Il pensiero balena dice anche questo, ed è un pensiero sgradevole, perché non dice soltanto che la balena, forse, potrà smettere d’esserci (come i dinosauri prima di lei, e i mammuth poche migliaia di anni fa), ma anche noi umani che ci sentiamo così indispensabili; sì, anche noi possiamo diventare acqua, ed essere inghiottiti dal mare. Forse per questo è proprio in questo tempo mortifero che The Whale Theory ha visto la luce: occorre vedere la morte da vicino per capire che la salvezza è sempre nel mare, nel movimento e nel pensiero, appunto. Ma il mare è pericoloso. La vita è pericolosa. In effetti Claudia Losi ci dice che “il viaggio [della balena di lana e ovatta] è terminato nel 2010 con un’ultima apparizione pubblica, un rituale d’addio presso uno spazio, in parte ristrutturato, dei primi del Novecento vicino Biella. Anch’esso un relitto, ma di storia industriale, riportato in vita. Il corpo della Balena è stato completamente trasformato in ventiquattro ore, da mattino a mattino” (p. 152). Il libro che racconta la storia di questa balena, però, esce più di dieci anni dopo. Ci voleva un’aria di morte per far  morire del tutto la balena (scrivere è commemorare, è già un’operazione del lutto). E quindi per far nascere qualcos’altro.

Claudia Losi
The Whale Theory. Un immaginario animale
Johan & Levi, Monza 2021
208 pp., 316 illustrazioni, 35 €

In copertina: Appunti di viaggio

insegna Filosofia del Linguaggio all’Università della Calabria.