Strolling Cities. Un viaggio poetico-visuale alla Biennale Architettura

Si è aperta ieri a Venezia – dopo la sospensione del tempo pandemico: un anno di spazi vuoti, a livello sia urbano che esistenziale – la diciassettesima Biennale Architettura, curata da Hashim Sarkis e provvista di un titolo-interrogativo, quanto mai adeguato alle incertezze del presente e alle sfide del futuro: How will we live together? Come vivremo insieme: una domanda che informa tanto le cinque “scale” della mostra internazionale (Among Diverse BeingsAs New HouseholdsAs Emerging CommunitiesAcross Borders; As One Planet) che accolgono le opere di 112 partecipanti da 46 Paesi, quanto le 62 partecipazioni nazionali, diffuse tra i Padiglioni ai Giardini, l’Arsenale e il centro storico della città. Tra queste, il Padiglione Italia – curato da Alessandro Melis e situato alle Tese delle Vergini in Arsenale – interpreta il tema generale in modo singolarmente efficace, per mezzo di un’esposizione dedicata alle Comunità Resilienti: una riflessione poliedrica, a cavallo tra creatività e ricerca, sulle capacità e strategie di sopravvivenza, sostenibilità e adattamento degli spazi urbani di fronte alle sempre più pressanti sfide ambientali, sociali e sanitarie. È cioè l’esempio della città italiana – compagine disomogenea e ridondante, dove bellezza e conoscenza pratica si fondono in un modello senza pari – a fare da fil rouge alle 14 sezioni del padiglione[1], le quali esplorano la resilienza in altrettante “sotto-comunità”, toccando innumerevoli temi sempre ai margini dell’architettura tradizionale che sconfinano nella biologia, nell’arte, nella medicina: dagli approcci olistici alla progettazione degli spazi, radicati nel design e nella lezione dei grandi maestri, alle relazioni tra architettura e benessere; dalle connessioni tra clima e territorio ai segnali delle catastrofi sismiche; dalle dinamiche tra tecnologia e biodiversità all’inclusività, tanto architettonica quanto di genere. Il tutto nel segno di un minimo impatto inquinante, reso possibile dal riutilizzo – per via di “un’azione di sottrazione/integrazione”[2] – dei materiali adoperati nel Padiglione Italia già allestito per la Biennale Arte 2019 e di una modalità di fruizione fortemente immersiva, che si vale di forme comunicative contemporanee, dal fumetto al gioco all’intelligenza artificiale.

Ed è proprio nel segno dell’intelligenza artificiale – o, meglio ancora, dell’A.I. art: che dell’artificial intelligence fa un mezzo di estrazione di bellezza, a partire dai dati materici del mondo circostante – che si colloca un esperimento originalissimo: Strolling Cities (letteralmente: Città a passeggio). Quest’ultimo rappresenta un tentativo di radicale riconfigurazione dello spazio cittadino, a livello strutturale, cognitivo e, non ultimo, profondamente poetico, ottenuto per mezzo di una combinazione interdisciplinare di metodologie e competenze diverse. Concepito da Mauro Martino, fondatore e direttore del Visual Artificial Intelligence Lab all’MIT-IBM Watson AI Lab con sede a Cambridge (Massachusetts, USA), il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione di docenti e ricercatori di urbanistica, architettura e ingegneria del Politecnico di Milano (Ingrid Paoletti, Maria Anishchenko, Seyma Adali, Luca Stornaiuolo), di un’esperta di letteratura italiana affiliata con le università di Harvard e Siviglia (Dalila Colucci), nonché di uno specialista in tecnologie geo-spaziali (Emanuele Strano, MindEarth).

Crocevia multimediale di un’Italia resiliente – che da vuoto e stasi imposti dall’emergenza Covid trae nuovo impulso di mobilità creativa – Strolling Cities svela dunque la forma nuda, matericamente seduttiva di alcune città della Penisola, per mezzo di un eccezionale database di milioni di immagini scattate nel pieno dei lockdown del 2020-2021: fotogrammi unici, resi possibili dalla quasi totale assenza degli abitanti, che ci presentano il substrato urbano al grado zero.  Restituite all’immanenza dei loro materiali, le città – Milano, Venezia, Bologna, Roma, Como, Bergamo, Genova, Catania e Palermo quelle contemplate dal progetto – abbandonano i propri stereotipati contenuti semantici e conoscitivi, legati alle interazioni sociali, economiche e culturali che normalmente le condizionano, per abbracciare una dimensione nuova di inafferrabilità estrema, di un fascino paradossale e metamorfico. Dalla combinazione delle foto per mezzo di un modello di I.A. generativa addestrato alla loro lettura, emergono infatti quadri video dai contorni indefiniti e in perpetuo movimento, che restituiscono l’impressione – è proprio il caso di dirlo: somigliando questi paesaggi urbani a quadri impressionistici magicamente animati – di un continuo divenire, di un potenziale trasformarsi di luoghi ascritti a determinate funzioni nel tempo pre-pandemico (turismo, divertimento, commercio, etc.) in spazi aperti ad infinte (ri)scritture. I cangianti scenari prodotti dal computer sono come dei ponti sospesi tra presente e passato, memoria e realtà, incarnando il bisogno di un nuovo vivere la città post-pandemica attraverso uno dei suoi modi per eccellenza, apertamente suggerito dal titolo: la passeggiata. Non più baudelairiana flânerie in cui il soggetto si perdeva nel labirinto urbano per soddisfare le proprie curiosità intellettuali, questa si è fatta esperienza di riproduzione – meglio ancora reinvenzione – della città per mezzo di immagini del tutto gratuite, fuori dai vincoli del consumo, dell’utile, del bisogno (economico o narcisistico che sia); immagini, oltretutto, che cambiano mentre l’osservatore rimane fermo, provocando un’epifania cognitiva al tempo stesso puntuale e molteplice, che è insieme esercizio di immaginazione e interrogazione dello spazio. Le immagini fluide di Strolling Cities ci suggeriscono che quest’ultimo – svuotato di definizioni assolute – si può insomma riempire come e di quel che si vuole, determinando un’ipersignificazione potenziata dall’estrema intermedialità del progetto. Per attivare l’I.A., infatti, è stata creata una tecnologia Voice-to-City, basata su reti neurali generative artificiali, grazie alla quale è possibile manipolare il paesaggio urbano utilizzando qualsiasi tipo di input vocale, da semplici enunciati a frasi complesse. Per realizzare il progetto[3] è stata quindi adoperata la forma letteraria più sintetica e cognitivamente densa, radicata nell’auralità (ovvero, al tempo stesso nell’oralità e nella scrittura, nella sfera dell’uditivo e del visuale): la poesia. Strolling Cities prevede cioè la sovrimpressione vocale, sullo schermo su cui scorrono e mutano i fotogrammi, di frammenti poetici dedicati al tema delle città e delle sue innumerevoli declinazioni sentimentali. Proprio ad essi tocca il compito di innescare la generazione delle immagini mobili da parte del computer, secondo una corrispondenza che, all’invisibilità del sentire umano, prova ad associare la visibilità di un contesto urbano a un tempo denso di storia (come è quello italiano) eppure trasformato in tabula rasa, in tela bianca su cui riformulare il significato dell’esistere dell’uomo nella città.

I testi sviluppano un percorso geografico e al tempo stesso circolare attraverso le città coinvolte. Il fruitore partecipa in primo luogo di uno svolgimento discendente, che lo conduce da Nord a Sud, in quest’ordine: Milano, Como, Bergamo, Venezia, Bologna, Genova, Roma, Catania, Palermo. I nove episodi urbani così delineati – ciascuno rappresentato da poesie o brevi brani legati tanto allo spazio fisico della città quanto a quello interiore dei rispettivi autori: da Merini a Magrelli a Testa; da Saba a de Pisis a Parise; da Tomasi di Lampedusa a Caproni a Pavese – sono quindi inframmezzati da alcuni dei passi più suggestivi di uno straordinario manuale di resilienza urbana: Le città invisibili di Italo Calvino. Da queste ultime sono tratti 10 aforismi – uno per episodio, più quello conclusivo – dedicati alla miriade di forme, desideri, paure incarnati dalla città come irrinunciabile complesso umano e architettonico, i quali valgono ad introdurre le specifiche espressioni italiane che di quelle stesse forme, desideri e paure rappresentano unica esemplari e irripetibili. Pure, tale unicità si manifesta in maniera del tutto imprevedibile quando il computer si dispone a combinare l’elemento testuale con quello visuale, producendo un effetto straniante che ha tuttavia il merito di ampliare il tradizionale immaginario delle città (tanto quelle qui chiamate in causa che in generale).

Poiché ogni modello di intelligenza artificiale è addestrato a riconoscere schemi ricorrenti – ovvero le iterazioni di elementi classificabili, tralasciando fenomeni unici e singolari – il computer reagisce alle immagini urbane evocate dai testi associandole a una serie di ‘luoghi comuni’ delle varie città, laddove i loro più famosi punti di riferimento risultano del tutto obliterati. Questo accade anche quando tali punti – come Piazza del Duomo a Milano o Piazza di Spagna a Roma – vengono esplicitamente menzionati nelle poesie: il risultato è, allo stesso tempo, sorprendente e di grande impatto emotivo, facilitando un rinnovamento dei canoni identitari della città e delle sue modalità di fruizione. Ognuna delle città contemplate in Strolling Cities, del resto, appare perfettamente riconoscibile a chi l’abbia vissuta, anche se spogliata dei suoi aspetti più tipici: nei pattern ripetuti dello spazio urbano quotidiano (strade o piazze ordinarie, negozi, vetrine, muri, porte, etc.) il sistema è in grado di trovare una bellezza non convenzionale eppure inconfondibile, che avvolge le città in un’intima atmosfera di appartenenza. Le immagini che il modello propone, ad esempio, per Milano – la prima città in cui ci conduce Strolling Cities – sembrano a prima vista deviare bruscamente dai toni innamorati della poesia dedicata al capoluogo lombardo da Alda Merini, tralasciando “le cuspidi amorose” di Piazza del Duomo per condurci in zone cittadine di fatto anonime, un po’ spoglie, a tratti malinconiche. Se ne ricava però immediatamente la forte impressione di essere nella città, nelle sue strade talvolta nebbiose, dall’inconfondibile gradazione di grigi che, già solo ad una seconda visione, scopriremo in segreto accordo con i riflessi perlacei degli ultimi versi di Per Milano, carichi di un’appassionata tristezza: “Milano dai vorticosi pensieri / dove le mille allegrie / muoiono piangenti sul Naviglio / Milano ostrica pura / io sono la tua perla, / amore”.

Strolling Cities è un’esperienza che andrebbe rivissuta molte volte per essere apprezzata pienamente: è proprio nella ripetizione – delle immagini, delle parole, delle percezioni stesse: quelle del computer come dell’osservatore – che si colgono davvero i riflessi cangianti delle città, che ci vengono incontro come dei sogni, rompendo ogni nitido confine tra elementi fisici e architettonici. Così, Como e Venezia ci propongono una seducente divagazione tra città e acque (del lago o della laguna) che assume ora le forme del “movimento continuo e della verticalità aerea” di cui parla Giuseppe Conte nella sua prosa poetica Arrivo a Como, ora quelle dei “miraggi” descritti da Roberto Amato in L’acqua alta: miraggi che pure Magrelli attribuisce indirettamente, in una delle sue Clecsografie, a una “città volante, semovente, / in bilico su un bosco / di palafitte, mobile / nell’incanto del peso / nella grazia della distribuzione, / inclinata, / oscillante in un leggero tremito, un attrito / che la consuma”. A Bergamo assistiamo invece allo scivolare della città nella pietra delle sue mura, che sembra incarnare quell’“oscillazione tra l’estro e la praticità, tra il realismo ed il sogno, tra la follia geniale e la prosa metodica” che Guido Piovene, in Viaggio in Italia, attribuiva ai suoi abitanti. Bologna e Genova ci inghiottono poi nel moltiplicarsi di portici, strade e scale, attraversati – verrebbe voglia di dire bucati, per richiamare l’incipit della poesia di Benni, A Roberto Roversi, adoperata per il capoluogo emiliano[4] – dalle mutevoli scenografie di città per loro natura ricche di prospettive diverse, tutte “da intravedere”, come suggerisce Caproni nella sua Litania genovese. Roma è quindi un’iridescenza di colori, di improvvisi cambiamenti di luce che traducono il tumulto di cui parla Pavese – “Il tumulto delle strade / sarà il tumulto del cuore” – in Passerò per Piazza di Spagna; o il fluire, dell’acqua come della vita, che per il Magrelli di Congedo parte dal ricordo della fontana del Bernini in Piazza Navona per farsi poi circolazione plasmatica – proprio “un’aureola di sangue” –, che il computer interpreta con straordinaria potenza cromatica: con un arrossarsi dello schermo a macchia d’olio, che solo poi si riconduce al muro di una casa. Catania si conferma una “città fatta per camuffarsi”, come scrive Gianni Bonina nella sua Cronaca di Catania: l’I.A. ne riproduce una specie di ‘effetto sottosuolo’, in cui il paesaggio di superficie sembra continuamente rovesciarsi nel suo opposto, nelle sue viscere. Palermo, infine, chiude la serie proponendo al fruitore un effetto di forte spaesamento – come già accaduto per Milano– che si stempera però quasi subito nei riverberi della luce barocca evocata in Tropico dello Scorpione di Enrico Testa ed inseguita qui in anonimi eppure sorprendenti scorci.

Il susseguirsi incessante di queste immagini nel video di Strolling Cities lascia, nello spettatore, un’impressione struggente di desiderio e nostalgia per i trascorsi scenari urbani. Ad accentuarne l’effetto, sta il tempo scandito e lento di un intenso recitato poetico, affidato a due interpreti d’eccezione del teatro italiano contemporaneo: Federica Fracassi, che presta la sua voce ai testi dedicati alle varie città, e Michele Di Mauro, cui è invece affidato il refrain calviniano. Laddove l’apparire delle specifiche città è introdotto dal nome di ciascuna, tuttavia, né degli aforismi dalle Città invisibili né degli stralci poetici sono menzionati titolo o autore: non perché al fruitore si richieda uno sforzo filologico (l’intero tracciato testuale, con tutte le relative informazioni, è del resto disponibile qui), ma perché l’intento è suscitare una reazione emozionale sollecitando le reti neurali umane (gli spettatori) e artificiali (il computer) per mezzo di una divagazione nello spazio latente dei sentimenti e della memoria. Poiché questo spazio è di per sé sempre ineffabile, tale vuol essere anche il palinsesto chiamato ad evocarlo, il quale restituisce la città a una sfera del sentire veramente comunitaria: agli archetipi d’immaginazione e sopravvivenza propri della poesia che si organizzano, in Strolling Cities, nel sistema binario che oscilla tra l’universale (la città come paradigma infinito, dove tutto può trasformarsi nel suo contrario) e il particolare (le città, nelle loro variazioni apparentemente fisse). Alternandosi in un sapiente dialogo dalla forma tacitamente interrogativa – come suggerisce la citazione calviniana d’apertura: “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” – le voci sottolineano così l’anomalia percettiva prodotta dalla combinazione, nel modello di I.A., di elementi visivi e verbali. Tra questi il modello ha aperto un varco, creando una forma unica di poesia visuale, in cui testi e immagini non si commentano a vicenda, ma si incontrano e si scontrano sollecitando inediti significati urbani e artistici.

Strolling Cities si propone allora come un’opera veramente nuova, a metà tra umanesimo e tecnologia, che si fa esempio concreto e produttivo di resilienza: ci ricorda cioè che allontanamento, perdita e distacco, nello spazio urbano come della vita, conducono sempre a nuove presenze, scoperte e possibilità, insegnandoci a guardare non solo alla città, ma alla poesia con occhi diversi, per meglio comprenderle e abitarle entrambe nel prossimo futuro.

Strolling Cities, Como (02’23”)
Strolling Cities, Bergamo (03’51”)
Strolling Cities, Venezia (05’38”)
Strolling Cities, Bologna (07’56”)
Strolling Cities, Genova (09’12”)
Strolling Cities, Roma (11’22”)
Strolling Cities, Catania (13’12”)
Strolling Cities, Palermo (14’10”)

Strolling Cities
di Mauro Martino, Ingrid Paoletti, Maria Anishchenko, Seyma Adali, Luca Stornaiuolo, Dalila Colucci, Emanuele Strano. Con il supporto di MindEarth.
Biennale Architettura – Padiglione Italia, Venezia, 22 maggio-21 novembre 2021


[1] Questi i titoli delle 14 sezioni del Padiglione Italia: Architectural ExaptationDolomiti Care; Decolonizing the built envinonmentDESIGN(ING) “Dal cucchiaio alla città”; Architettura come CaregiverSud GlobaleUniversità. Agenzie di Resilienza; Storia di un Minuto;Italian Best PracticeLaboratorio Peccioli; Ecologia Tacita; Resilienza, Paesaggio e ArteGiardino delle Vergini; Arti Creative ed Industriali.

[2] Dalla descrizione del progetto contenuta sul sito ufficiale del Padiglione Italia.

[3] Il quale prevede altresì una parte interattiva, originariamente prevista nello spazio fisico della Biennale ma, a causa delle correnti limitazioni sanitarie, ora disponibile unicamente qui.

[4] “C’è un buco nel portico / della città di Bologna / come l’inferno inghiotte / i giovani poeti”.

In copertina: Strolling Cities, Milano (01’15”)

(Campobasso, 1987) è ricercatrice di letteratura italiana affiliata con l’Università di Harvard e l’Università di Siviglia. Dottorata in Discipline Filologiche e Linguistiche Moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa e in Romance Languages and Literatures ad Harvard, dove è stata anche Lauro De Bosis Post-Doctoral Fellow (2019-2020), si occupa di studi moderni e contemporanei, con speciale interesse per i fenomeni di intermedialità. Ha lavorato molto in passato sulle relazioni prosa-poesia nei grandi narratori del Novecento, in particolare Goffredo Parise e Carlo Emilio Gadda. Le sue ricerche attuali vertono sull’intermedialità visuale (dal segno grafico e tipografico alla fotografia, dal cinema alla musica alla performance) nella poesia italiana ed europea dal Futurismo alle Neo-Avanguardie. È autrice di vari saggi critici e, nel 2018, ha co-organizzato il simposio internazionale “Embodied Words. Concrete and Visual Poetry in Italy and Belgium in the 60s and 70s” (Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles).