Edouard Riou. Un’autobiografia dell’infinito

Da un po’ di tempo, e in particolare nell’ultimo anno, mi capita di prendere fra le mani dei libri che leggevo da bambino. Non perché sia in cerca di una storia familiare, che mi rassicuri; al contrario, avverto sempre più il bisogno di mettermi in difficoltà, di scrivere una sorta di autobiografia con parole rubate ad altri. Per esempio: “E tuttavia la mia immaginazione mi trasporta nelle meravigliose ipotesi della paleontologia; sono sveglio eppure sogno”.

Questa frase mi affascina già dall’inizio: e tuttavia. Un modo per dire che la situazione di partenza, lo stato di fatto, come l’essere tumulato in casa per l’appunto da un anno, non conta. E nemmeno contano l’età, la professione e le disponibilità economiche, perché la porta d’accesso alla nostra vita è collocata altrove, e più precisamente nel seguito della frase, nella sua promessa: lo scivolare lungo i pendii del sogno, fino alle ipotesi della paleontologia. La frase in questione, tratta da Voyage au centre de la Terre (1864), fa capire quanto ci si possa riappropriare di se stessi grazie a un dolce scavo interiore. Un processo che Gaston Bachelard definisce in La poétique de la rêverie (1960), e cioè “una fuga dal reale che non si conclude mai con il ritrovamento di un mondo irreale consistente”. Una sorta di abbandono ai ricordi e alle immagini, di annullamento, che conduce a una dimensione inaccessibile. Proprio l’esperienza che cerco io e che invece trova Axel Lidenbrock, il protagonista del romanzo di Jules Verne.

Mentre si prepara ad attraversare il mare sotterraneo a bordo di una zattera, Axel vive una specie di allucinazione; davanti a sé vede apparire animali provenienti da diverse ere geologiche. Dopo aver pronunciato quella frase, “sono sveglio eppure sogno”, Axel retrocede con la mente fino alla creazione dell’universo, nell’esatto momento in cui sente di fondersi allo spazio infinito. Edouard Riou, che nel 1867 firma l’edizione illustrata del romanzo, rappresenta questo ritorno al grado zero, definito Le rêve de Axel, alla stregua di un Tableau de la nature, un quadro ideale dagli scopi didattici: gli animali, ritratti fianco a fianco, ignorano i rapporti previsti dalla catena alimentare; prede e predatori sono imbalsamati come nella sala di un museo di storia naturale. Sulla sinistra della sponda erbosa, proteso verso i frutti più bassi di un albero, si trova il mylodon, una specie di bradipo preistorico dalla folta pelliccia, che allunga le zampe in modo lento, lentissimo. Nonostante la presenza innocua, la sua storia è importante perché ci racconta anche la storia di un’epoca intera.

Edouard Riou, Le reve d’Axel, Voyage au centre de la Terre, 1867

Un’epoca che Eric J. Hobsbawm descrive in The Age of Capital (1975). In meno di trent’anni, dal 1848 al 1875, si afferma una classe sociale che trova la propria realizzazione nell’accumulo degli oggetti e nella stabilità dell’abitazione. Una classe che crede nel progresso, in una visione che lega il passato al presente sotto forma di crescita ed espansione. Di conseguenza, grazie ai Voyages Extraordinaires scritti da Verne, e in particolare a Voyage au centre de la Terre, i decenni in cui trionfa la borghesia sono i decenni in cui, soprattutto, trionfano gli esploratori come Axel e suo zio, il professor Otto Lidenbrock. Emblemi dei Nouveaux hommes, vale a dire uomini dall’intelligenza eccezionale, esaltati dall’inseguire un’idea impossibile come penetrare dentro un vulcano per raggiungere il centro del nostro pianeta – che, già a quel tempo, è l’ultima area rimasta da svelare. E in effetti, grazie a una caparbietà che rasenta la patologia, i due personaggi ci riescono; raggiungono le cavità ipogee; e lì, fra tempeste elettriche e foreste di funghi giganti, scoprono che l’evoluzione ha preso un’altra strada. O meglio, si è fermata. John Rieder, in Colonialism and the Emergence of Science Fiction (2008), afferma che collocare gli animali preistorici negli habitat dove potrebbero vivere delle comunità considerate primitive è una prassi abbastanza comune. Da questo punto di vista, il nucleo terrestre equivale alla Patagonia o al Centro Africa. Stessa cosa. Una scelta che rispecchia non soltanto un’urgenza letteraria, bensì un’ideologia che archivia i territori non-europei come residuo di un passato antichissimo. Un passato barbaro, involuto e selvaggio.

Mi metto al portatile e accedo alla cartella che contiene le immagini tratte da riviste e libri ottocenteschi sul tema degli animali antidiluviani. Il mylodon compare in altri due caposaldi della divulgazione scientifica: La Terre avant le déluge di Louis Figuier (1863) e il manuale di paleontologia scritto da Alcide D’Orbigny (illustrato da Marcel Salle fra il 1849 e il 1852), citato dallo stesso Figuier nella prefazione del suo trattato. In entrambe le versioni, l’animale è disegnato su due zampe mentre raccoglie della frutta dai rami di un albero, proprio come avviene nell’episodio di Voyage au centre de la Terre. Però nella versione di mezzo, quella del 1863, è capovolto. Nel 2008, affiancato da Paolo Rusconi, durante la stesura della mia tesi di laurea scopro con molto rammarico che Riou, per guadagnare tempo, ricalca i soggetti di altri illustratori e poi li passa a degli artigiani che, in maniera identica, li trasferiscono sulle matrici di legno.

Edouard Riou, Mylodon, La Terre avant le déluge, 1863

A quel tempo, l’incisione è la sola tecnologia a consentire edizioni su larga scala e dai costi ragionevoli, pertanto schiere di artisti traducono migliaia di fotografie in altrettante illustrazioni. Nel corso della sua lunga carriera, che termina nel 1900 a Parigi, Riou ne realizza quasi cinquemila. Dalla biografia scritta da Guy Gauthier, Edouard Riou, dessinateur entre le Tour du Monde et Jules Verne (2008), sappiamo che Riou nasce nel 1833 a Saint-Servan, un paesino della Bretagna, e si forma sulle opere della Scuola di Barbizon. Quattro anni dopo il timido esordio al Salon del 1859, tenta un’ultima incursione nella pittura ufficiale finché si arrende alla grafica. Oltre a Le Tour du Monde sono numerose le testate con cui collabora; ma è grazie al sodalizio con Verne,[1] e soprattutto all’edizione illustrata di Voyage au centre de la Terre, che ottiene il successo internazionale.

L’apparato iconografico, composto di cinquantasei tavole inserite circa ogni quattro pagine, rappresenta paesaggi, personaggi e scene d’azione. La corrispondenza tra Verne e il suo editore, Pierre-Jules Hetzel,[2] conferma che agli illustratori è fornita una selezione delle fonti da consultare e, persino, sono fornite le correzioni alle immagini poco aderenti al testo. Fin da subito, Riou dimostra un grande talento: il suo segno grafico sa piegarsi alle esigenze del racconto e perciò gli scrittori lo apprezzano molto, e gli editori lo fanno lavorare moltissimo. La fortuna di Voyage au centre de la Terre sta nel conquistare il pubblico con un immaginario fantastico ma tangibile, costruito tramite l’infaticabile studio di documenti scientifici. Dalla libreria prendo La Terre avant le deluge, tra le fonti più consultate da Verne e Riou, e nella prefazione leggo che si prefigge “di educare i lettori mediante verità incontestabili e di spiegare lo spettacolo della natura”. Sulla scia di questa missione, orientata al progresso sociale teorizzato da Henri de Saint-Simon, i Nouveaux hommes creati da Verne – e, di conseguenza, molti dei suoi lettori – s’impegnano con ogni energia nello “sfruttamento colto, calcolato e fraterno del globo, sotto la direzione del potere scientifico”.[3] Ecco perché dentro la breve storia di un animale mite, tipo il mylodon, si racconta la storia di tante umanità, da quella borghese e imperialista di metà Ottocento a quella tecno-farmacologica di oggi.

Apro di nuovo il romanzo e rileggo la frase che mi ha così colpito. “E tuttavia la mia immaginazione mi trasporta nelle meravigliose ipotesi della paleontologia; sono sveglio eppure sogno”. Questo è il paradosso: Axel, un campione del pensiero positivista ma già uomo contemporaneo, che immagina il tempo come linea retta da percorrere a senso unico, e che costruisce la sua interazione con l’esterno su basi ingegneristiche, all’improvviso, nel momento di massima frustrazione, si lascia andare e corre con la mente all’indietro. Attraverso le immagini di un’infanzia mai vissuta evade dal tempo e, serenamente, riesce a sparire. E dunque a scoprire che l’origine e la fine sono la stessa cosa, l’autobiografia dell’infinito.


[1] Mi riferisco alle edizioni illustrate di: Cinq semaines en ballon, 1867; Voyages et aventures du capitaine Hatteras, 1867; Vingt mille lieues sous les mers, 1871; Le Chancellor, 1875.

[2] Correspondance inédite de Jules Verne et de Pierre-Jules Hetzel (1863-1886), établie par O. Dumas, P. Gondolo della Riva, V. Dehs, tomo I (1863-1874), Ginevra, Editions Slatkine, 1999.

[3] S. Charléty, Histoire du saint-simonisme: 1825-1864, Ginevra, Gonthier, 1964.

In copertina: Edouard Riou, Tableau de la nature, La terre avant le déluge, 1863

(1983) insegna Critical Writing alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti. Collabora con “Il Foglio” e diverse riviste, tra cui “Mousse Magazine”, “Camera Austria” e “Flash Art”.
“Uccidi l’unicorno” (Il Saggiatore, 2020) è il suo primo romanzo.