Trattatello intorno ai poveri metalli

Trattatello intorno ai poveri metalli di Claudio Morganti è il quinto titolo della collana “Isola e Isole”, un arcipelago di piccoli saggi per il mondo che viene curato da Giorgiomaria Cornelio e Giuditta Chiaraluce per le Edizioni Volatili. Ogni libro è l’ipotesi di una nuova mappa, «il minimo necessario ad un ricominciare», come scrive Gilles Deleuze in L’isola deserta e altri scritti. Ospitiamo qui l’intero saggio, in anteprima. 

NASCITA DI UNA COSA PICCOLISSIMA

Antonio Neiwiller era un attore, un poeta, un pittore, un creatore di tempo. Ormai troppi anni fa ebbe a dire (e tutt’ora lo sussurra) che “le cose preziose sono quasi sempre molto piccole”.
Questo piccolo racconto scivolerà, spero leggero e agile, tra le fessure del suo ricordo.

Qualcuno, non so chi, ha detto:
Appendere qualcosa al lobo di un orecchio fu un gesto forse naturale e dunque semplice.

Vorrei così fargli eco:
Che tu faccia un gioiello o uno spettacolo, fai che sia per te prezioso: immagina immenso un piccolo orecchino, immagina invisibile il teatro.

I. Quel che si vede e quel che non si vede

“Arte e artigianato” sono tra loro parenti stretti, come tra loro sono strettissimi “teatro e spettacolo”.

Spettacolo e artigianato: le loro opere si manifestano alla vista con apparente evidenza.
Quel che vediamo esiste, e non abbiamo dubbi: “esiste, esiste! L’ho visto con questi occhi!”, “ho visto uno spettacolo bellissimo!, “ho visto una sedia straordinaria” (eppure esistono anche i miraggi!).

Teatro e arte, invece, sono invisibili, sono caldi atti in grado di modificar persone.
Hanno bisogno di un supporto: uno spettacolo, appunto, o una sedia, un foglio di carta, una tela.
Senza supporto non possono trasparire, non possono cioè farsi vivi attraverso le palpebre abbassate, perdurare e modificarsi nel tempo insieme alla persona, ad una persona.

Quando si scalda un metallo, quando lo si arroventa, la sua tensione molecolare interna si modifica, si allenta. Al suo interno tutto tende a spostarsi. Se poi subito lo si raffredda, per qualche tempo rimane così modificato ed ecco che non par più il metallo di prima, cambia colore, diventa morbido, si piega facilmente e svanisce quella forza elastica contraria che vorrebbe ritornare al “prima della piega”.

Poi però le molecole, piano piano, riprendono la loro struttura fortemente tensiva, e a volte ancor più di prima; a volte si temprano, ma quella piega, facilmente formata in precedenza, rimane impressa nell’anima del metallo..

II. Disegnare nella mente

Immaginiamo una persona che abbia si visto il mare, ma non vi si sia mai tuffata. Come posso spiegargli a parole cosa si prova?
Immaginiamo che quella persona sia tenuta prigioniera (poco importa chi sia il carceriere, se lei stessa o qualcun altro) e che non possa tuffarsi.
Bene, per me il mare sarà sempre una certa cosa ma per lei sarà cosa diversa. Mettiamo ora che finalmente quella persona riesca a liberarsi e si tuffi in mare. Se ciò che ha provato sarà diverso da quel che ho provato io, cominceremo a parlare, ma se sarà la stessa cosa ci basterà uno sguardo per dircelo, per capirci, per capire. Molte cose della vita non si possono descrivere e Teatro è una di queste. Non si possono descrivere perchè non ci sono le parole giuste.
Per fortuna, altrimenti non esisterebbe la poesia.

E poi a volte penso che non esista il teatro e che non esista l’arte, ma che tutto sia costruzione, assemblaggio, praticare i segreti che poi sono trucchi, del tagliare (come? Con cosa?), del ridurre (lima? martello?), dell’unire? (Cosa con cosa? Chi con chi?), saldare relazioni, far risaltare lucentezze, di metalli e spiriti.

Bisogna avere fiducia nei metalli. Bisogna avere fiducia negli attori.
Non si può non immaginare. Non si può evitare di prevedere il comportamento di un metallo.
Non puoi non immaginare e cercar di prevedere il comportamento di un attore, ma bisognerebbe non farlo o quantomeno farlo il meno possibile.
È impossibile non immaginare forme.
La forma immaginata sta dietro agli occhi. Quanto tempo può stare lì senza modificarsi? Col tempo quella forma va a definirsi sempre di più, finché ad un certo punto comincia ad offuscarsi, a svanire piano.
Bisognerebbe lasciar scadere la nitidezza prima di mettersi all’opera. Non si esce in mare aperto nel pieno della mareggiata, neanche i pesci predatori lo fanno.
È strano, proprio nel momento in cui tutto sembra avere maggior forza, la vita si ferma, cerca un riparo e aspetta.
Quando poi la mareggiata è in scaduta, l’opera comincia. Il fondale s’è mosso. Escono i grufolatori e di conseguenza i predatori.
Bisognerebbe dunque mettersi all’opera poco prima che la forma immaginata svanisca del tutto e non quando è nel pieno della sua nitidezza.

Possa ciò che si immagina esser bello come una farfalla ed avere la sua stessa breve vita.

Perché poi viene il momento della costruzione, dell’artigianato, del lavoro con la materia, con le materie. Non mi è mai capitato di parlare ai metalli, ma spesso impreco contro di loro. Con gli attori mi accade l’esatto contrario: ci parlo e non impreco.
A volte mi dico che imprecare troppo non fa bene al metallo. A volte mi dico che troppe parole non fanno bene agli attori.

Il teatro è l’arte delle persone che attraversano un tempo organizzato. Ma quanto dev’essere organizzato e con quale scopo?

Mi sembra che ogni processo creativo, sia artistico che artigianale conservi zone segrete.
Non è un fatto di volontà, non bisogna volerlo, però accade.
Accade che nel flusso creativo si attraversino zone di tempo misterioso, difficilmente descrivibile, che poi sono in realtà gli unici momenti carichi di possibilità, proprio perché “non voluti”.

La cosa più difficile per un attore è predisporre un terreno favorevole, che consenta il tentar di attraversare zone segrete anche quando è “guardato” da un pubblico.

ALPACCA

Non è un metallo puro, è una lega di Rame, Zinco e Nichel. A guardarlo sembra molto sicuro di se. Se si percuote una lamina di Alpacca il suo suono dice ”cosa credi di poter fare? non senti quanto sono duro?” È vero. Molto duro. Sembra che non lo si possa lavorare. Ci vuole forza e strumenti adeguati se lo si vuol tagliare. E lungo il taglio, il più delle volte sbilenco, rimane una bava tagliente e robusta come una microscopica lama d’acciaio.
Sembra argento, ma mentre l’argento si fa guardare, l’alpacca invece, ti guarda. E ti sfida.
Gli attrezzi devono essere efficienti. Lime e lame meglio se nuove.

III. Disegnare su carta

Ci sono orafi che in maniera minuziosamente precisa e dettagliata, disegnano il gioiello che andranno a fare. E’ come se percepissero pericolosa la forma immaginata. Questa non ne vuole sapere di adagiarsi nella mente. Si muove, cambia, i contorni si fanno indefinibili. Va catturata, va fermata. Tra la mente e l’oggetto finito va fatto un lavoro intermedio. Un disegno. C’è chi lo fa in maniera più artistica e chi in maniera più tecnica , ma il tempo e la lentezza nel disegnare ne fanno non tanto una tappa, quanto un viaggio vero e proprio, con tanto di luogo d’arrivo e cioè il disegno stesso. Il viaggio successivo, il secondo viaggio, quello che va dalla forma disegnata all’oggetto, è un viaggio di “riproduzione”. Quella forma che si muoveva viva nella mente, non vive più, perché non si muove più, la carta l’ha fermata fin nel dettaglio e così anche l’immaginazione smette di muoversi. Si muovono invece le mani, che con più o meno sapienza costruiscono un apparato. Costruiscono lo spettacolo. Ma mentre l’apparato del gioiello è fatto di materie coese ed immobili (eccetto che per una lenta e naturale ossidazione), uno spettacolo teatrale è fatto di corpo vivi e teste pensanti e non ha molto senso cercare di costruirlo così come lo si è pensato e forse anche disegnato.

Eppure questa è la modalità che generalmente si adotta. Nella testa del regista si assemblano le “idee”, si immagina lo spettacolo, si “sente” mentalmente come gli attori dovranno recitarlo e le prove servono alla “riproduzione” quanto più possibile fedele di quel disegno immaginato, di quella tesi.

Un teatro che forse è stato pensato vivo, ma che sulla scena muore perché nato e vissuto altrove.

BRONZO

Col bronzo si fanno le statue. Artigianato altissimo. La “cera persa”, cosi si chiama quella tecnica.
È una tecnica antichissima, 3500 anni prima di Cristo. Per sublimazione la cera nello stampo svanisce e crea lo spazio che sarà occupato dal bronzo fuso. Il bronzo fonde intorno ai 1000 gradi, più o meno come l’alpacca ma sembra più gentile. Si lascia scaldare e si piega docile perchè ha molto rame al suo interno e poi stagno. Appena lucidato è quasi bianco, con bellissimi, potenti riflessi, poi rosso dorato e poi scurissimo, bruno. Resiste alle temperie ancor più dell’acciaio.

A volte in scena si formano coppie. Non ci si può scegliere. Si può certo lavorare in due, ma la “coppia” è un piccolo miracolo.
Succede quando due attori si compenetrano. Non so come dire meglio, ma posso provare a dire l’indispensabile.
È indispensabile che abbiano voglia di giocare, che ciascuno si consideri inferiore all’altro e che la stima reciproca sia elevatissima. Ci vuole anche un po’ d’affetto.
Nel gergo del teatro si dice che tra due attori così “non ci passa neanche uno spillo”.
È un modo di dire ma mi pare che renda l’idea.

Bronzo e Alpacca sono una coppia.

IV. Un coso argentato

Oggi fa freddo.
La stufetta elettrica puntata in faccia, apro il cassetto centrale del mio banco da lavoro. Da un po’ di tempo lì dentro c’è un orrendo cucchiaione in silver plate, comprato da emmaus. È annerito, inguardabile, ma è silver plate, cioè un metallo povero (probabilmente proprio alpacca), placcato in argento.
Il rivestimento ha uno spessore di 10 micron (un centesimo di millimetro).
Vado al trapano. Lui è montato su di un supporto che lo rende simile ad una piccola mola.
È attrezzato con un feltrino intriso di cera rossa. Comincio a lucidare e in pochi secondi si affaccia l’argento, di una brillantezza che non sembra vera.
Devo subito provare a farci qualcosa. Niente disegno, certamente, ma la forma immaginata nel tempo, quella che svanisce per troppa usura mentale, almeno quella si, ci vorrebbe! Quel dolce e lento addormentarsi costruendo e ricostruendo un immaginato andamento ritmico, almeno quello ci vorrebbe! E invece no, niente, si va. Libera improvvisazione.
Cambio la lima del seghetto, ne uso una nuova, voglio un taglio pulito perché la sottilissima patina d’argento se disturbata da una lama poco affilata si potrebbe sfogliare. Taglio il fondo del manico del cucchiaio. Una mezzaluna brillante.
Taglio poi una striscia di bronzo da una lamina sottile. La cesoia imbarca il metallo. Consente un taglio rapido ma la compressione dilata il metallo che si imbarca. Allora lo si raddrizza sulla piccola incudine con il martello di gomma dura, per non ammaccarlo. La striscia può diventare cornice. Per piegare il metallo con angolo pulito e secco, bisogna inciderlo con la piccola lima triangolare. Incido e piego. Ancora. Una piccola cornice, un triangolo di bronzo, lo lucido. Il bronzo è bellissimo.
Sistemo la mezzaluna d’argento lucente nella cornice di bronzo, pronta per la saldatura. Questo è il primo momento delicato (i momenti delicati sono quelli dai quali non si torna indietro) ma il difficile viene dopo, quando ci sarà da mettere il perno, quello che entra nel lobo dell’orecchio.
Il pezzo andrà bloccato in ogni sua parte con morsetti e fili di ogni tipo (alluminio, acciaio armonico), non si deve muovere perchè il calore necessario per saldare il perno, farà liquefare le precedenti saldature e se il pezzo non è bloccato, si smonterà in un colpo solo, improvvisamente.
Bene, è andata bene, anche la saldatura del perno (non sempre va bene, anzi, a volte si impreca).
Dunque tutto bene, eccetto quelle due gocce di stagno finite sull’argento. Bisogna toglierle. Non è bello così, bisogna toglierle. Con la lima, quella più fine, piano piano. Assurdo pensare di poter limare via lo stagno senza intaccare uno spessore d’argento di 10 micron.
E infatti, l’argento si graffia. Anche dopo il lavaggio e la lucidatura, rimane graffiato.
Meglio sarebbe stato usare l’alpacca! L’alpacca non avrebbe risentito della lima.
E poi bronzo e alpacca sono una coppia.
Ho fallito? Si. No.
Quel pezzo sarà quello con un difetto (non è l’unico e non sarà l’ultimo). Ha un difetto, proprio così. In ogni cucciolata ce n’è sempre uno che ha patito un po’ più degli altri. Se qualcuno mostrerà attrazione, interesse, curiosità, glielo regalerò.

Ma chi è questo signor Silver Plate che si presenta tronfio, rivestito d’argento quasi puro, e che alla prima difficoltà si imbruttisce?
Mi ricorda quell’attore che arriva pettoruto e sgargiante, talmente lustro che sembra finto, nichelato a un punto tale che in natura non esiste, fiero della sua scolastica impostazione, chiuso nel suo scafandro argentato e nelle orecchie solo l’eco di se stesso che parla.
Se gli si chiede di ascoltare e rispondere al compagno, ti dice che lo sta facendo, se gli si chiede di relazionarsi “come persona” con il suo compagno, ti dice che lo sta facendo.
Se poi gli chiedi di giocare per l’altro e di esserne il primo incantato spettatore, allora ti guarda dubbioso e pensa che tu non sia all’altezza.

Certo che lo splendore dell’argento, (anche se è un vero che par finto e un finto che par vero) è proprio splendente! È uno splendore assai splendente!
Bisognerà dunque farlo recitare da solo, adagiato su un piattino di povero e nobile caldo rame ossidato.
Uno stentoreo monologo con alle spalle una scenografia molto meno splendente ma molto più interessante.

V. Conclusione

Quando la dolce curva del banco da orafo è materialmente di fronte a te, quando sullo stocco c’è una lamina di metallo, nuova o già maltrattata e la cesoia o il seghetto le si fanno incontro, quello è il momento del “tutto dimenticare”. La forma tanto a lungo immaginata va lasciata svanire, per sublimazione. Come la cera persa, bisogna perderla, altrimenti non si farà altro che cercare di riprodurre malamente quella perfezione immaginata, perfetta solo perché immaginata.
Si perderà così la meravigliosa occasione di scoprire qual è la forma che è già tracciata in quel pezzo di metallo.
Se si ha l’accortezza di tagliare con una lama non più affilata (ma sempre prima strofinata con cera d’api), questa andrà un po’ per suo conto. Il metallo, irridendola, la porterà a spasso. Bisognerà intervenire, correggere, forzare, ma solo per aver la sensazione di fare qualcosa insieme, insieme al metallo.
Il pezzo tagliato ti guarda e ti dice “eccomi, sono io, ma fai attenzione, ora guardami bene e sistemami, che ho bisogno di decenza, prendi la lima, la “bastarda” e tira fuori la curva che c’è in quest’accenno di stortura, il campo è libero, aperto, hai già pensato dove va messo il perno? Vuoi che provi ad indicartelo io?”.
E così, quella forma nuova, mai immaginata prende a muoversi, a definirsi e solo allora cominci ad intravedere che cosa potrà diventare.

Ricordo Antonio Neiwiller mentre osservava gli attori che abitavano lo spazio, che lo attraversavano, camminando piano. Lui li guardava ad occhi chiusi e la strada che via via indicava loro, era quella che loro gli avevano indicato.

Tutto quel che hai immaginato per un attore va poi lasciato svanire, perché lui è lì che ti indica la sua strada.

In copertina: mappa del libro disegnata da Giuditta Chiaraluce (particolare)

ligure, allievo di Carlo Cecchi, nel 1979 forma con Alfonso Santagata la compagnia Santagata-Morganti. Dal 1993 inizia un percorso personale sull’opera di Shakespeare. Nel 2007 fonda il “Libero Gruppo di studio d’Arti Sceniche”. Il lavoro del gruppo è di ordine prevalentemente teorico. Per sei anni, si occupa del Woyzeck di Georg Buchner. Nel 2012 riceve il premio “Lo straniero” ed il premio UBU per lo scritto: “Serissimo metodo Morg’hantieff per attori, teatranti e spettatori” (ed. dell’ Asino). Nel 2018 pubblica “La grazia non pensa” (ed. CUE press) e mette in scena “Il caso W” produzione Metastasio , TPE e Armunia. Nel 2021 “Le nozze” di Cechov sempre con il Teatro Metastasio di Prato. Tra i suoi spettacoli più importanti: Riccardo III, Tempeste, La morte di Giulio Cesare, Woyzeck.