2786, Viaggio in Italia. Grand tour ai tropici

Nei pressi del pianeta Saturno, sulla navicella spaziale Valley Forge, tre astronauti e un biologo sono incaricati di svolgere esperimenti con la vegetazione, coltivando diverse piante che crescono tra scoiattoli e conigli. Sono conservate all’interno di sei ampie cupole geodetiche, ispirate al Climatron del Missouri Botanical Garden a St. Louis, così come l’astronave riprende l’Expo Tower della Fiera mondiale di Osaka del 1970.

Queste serre contengono quanto resta della natura, di cui è scomparsa qualsiasi traccia sul pianeta Terra a seguito di una catastrofe ecologica. Abituati ad alimentarsi di cibo sintetico, i tre astronauti trovano disgustoso persino l’odore di un melone quando l’astrobiologo ne mangia con gusto la polpa. A volte dismette la tuta da astronauta per indossare un saio, diventando così un ambientalista hippie ultra-tecnologizzato, complice anche la voce di Joan Baez in sottofondo. I rapporti già tesi tra il giardiniere e i tre astronauti (l’equipe al completo assieme a tre simpatici robot) si deteriorano quando ricevono bruscamente l’ordine d’interrompere l’esperimento botanico, sganciare dall’astronave il pesante cargo contenente le serre, farle saltare in aria col nucleare e riguadagnare la Terra. I tre astronauti esultano ma, pur di salvare quel poco che resta della natura terrestre, la guardia forestale galattica, un verde con tendenze omicide, è disposta a tutto…

Mi fermo qui per non spoilerare la trama di un film di fantascienza che molti avranno riconosciuto: Silent Running (1972) di Douglas Trumbull. Distribuito in Italia come 2002: le seconda odissea, viene pensato in quanto sequel di 2001: Odissea nello spazio. La trama ambientalista fa da contraltare ai numerosi film in cui piante colpite da gigantismo si animano e si muovono attaccando l’uomo, a partire dal bellissimo The Day of the Triffids (L’invasione dei mostri verdi, 1963) di Steve Sekely e Freddie Francis, liberamente tratto da Il giorno dei trifidi (1951) di John Wyndham, un autore da riscoprire, tanto immenso quanto maltrattato dalla nostra editoria.

Leggendo Viaggio nell’Italia dell’Antropocene. La geografia visionaria del nostro futuro (Aboca 2021, pp. 189, 22 euro) di Telmo Pievani e Mauro Varotto ho ripensato alle cupole geodetiche rigogliose di vegetazione e galleggianti nel cosmo di Silent Running. Siamo nel 2786 – mille anni dopo il viaggio in Italia di Goethe – quando un turista ripercorre l’Italia del Grand Tour. Un viaggio in dieci tappe che, da nord a sud, tocca Venetia, Transpadana, Aemilia, Etruria, Picenum et Samnium, Latium, Sardinia, Campania, Apulia, Trinacria. Il libro è articolato in tre sezioni: la prima è composta dalle mappe italiane e regionali disegnate da Francesco Ferrarese con un gusto vintage per i vecchi atlanti scolastici di geografia “pre-Google Maps” e una toponomastica estrosa; la seconda dal diario di viaggio di Milordo elaborate dal filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani; la terza dalle analisi scientifiche del geografo Mauro Varotto.

A cosa somiglia il Grand Tour del XXVIII secolo? Con la fusione del permafrost, la scomparsa delle calotte glaciali e la rottura dell’equilibrio antropico, il livello del mare è salito di 65 metri inondando le coste. Di Venezia spunta fuori solo il campanile di San Marco come se fossimo a Curon Venosta, col campanile del Trecento che svetta in mezzo al lago e il paese coperto da 22 metri d’acqua a causa della costruzione della diga. Altri centri urbani sono  eretti su palafitte, con una stratificazione verticale nelle conurbazioni più dense. La residenza papale è stata spostata a Castel Gandolfo una volta sommersa la Città del Vaticano, mentre la difesa del patrimonio artistico è in mano all’archeologia subacquea. Si visitano il Golfo di Alessandria, i fiordi dell’Istria o del Tevere in questa “Norvegia mediterranea”. Ci si sposta con corriere a idrogeno, aerei elettrici, treni superveloci a levitazione magnetica, aliscafi a fusione nucleare o in tunnel sottomarini per il traffico fluviale. Si naviga sopra Padova, la cui Specola è ormai un osservatorio sottomarino.

Scomparsa la biodiversità, il paesaggio è tropicale con aree desertiche, laghi prosciugati e carenza di acqua potabile. Le Alpi non sono più bianche e il Lazio è lagunoso, con dune tropicali e foreste di palme, coltivazioni di alghe, allevamenti di mitili e di meduse. Nel Mediterraneo si pescano “ricciole e bavose africane, pesci palla e barracuda” (p. 129) e l’unico pesce commestibile è d’allevamento, ma meduse e alghe sono le prelibatezze nei menù, da accompagnare con un prosecco di Cortina d’Ampezzo. In Lombardia soffia la brezza di mare; a Firenze si vede la laguna; la Liguria è un golfo con scogliere, fiordi e insenature (le Cento Terre); la Sardegna un’oasi tropicale.

La vegetazione è rigogliosa: vallate adornate di palme da dattero, banani, ananas e palme da olio; coltivazioni di avocado, papaya, mango e litchi in Sicilia. Nelle risaie attorno Vercelli si coltiva riso tropicale geneticamente modificato. I fenicotteri frequentano i canali di Firenze, i coccodrilli preferiscono l’Adriatico. A fronte dei forti flussi di migrazione animali quanto umani, le frontiere svizzera e austriaca sono chiuse, come le rotte dei migranti nel Mediterraneo di oggi. A circolare liberamente, c’era da immaginarlo, sono solo le merci. In definitiva, da nord a sud, è “un’Italia con pochissime pianure, tutta montagnosa e corrugata, un’Italia orograficamente chiusa in se stessa” (p. 177).

La qualità della vita? Si campa in media 120 anni, si percorre il ponte antisismico sullo stretto di Messina, si attraversano villaggi antisismici in bioplastica degradabile. Ma le buone notizie finiscono qui: si vive o immersi nell’aria condizionata o, come topi, sottoterra, dove sono stati spostati uffici, negozi, mercati, officine e caserme come a Montréal d’inverno. Ammirevole è la caparbietà con cui gli italiani – santi, poeti e navigatori – si adattano alle nuove condizioni globali. La resilienza ha definitivamente soppiantato il trauma. In fondo nel 2786 Silent Running è ancora fantascienza.

Antropozoico

Che Viaggio nell’Italia dell’Antropocene appaia in italiano è importante non solo perché la maggior parte dei testi da leggere per orientarci sull’argomento sono ancora traduzioni. Infatti l’Italia è una delle culle dell’Antropocene, se pensiamo che qui hanno vissuto nello stesso periodo il geologo e paleontologo Antonio Stoppani (1824-1891) e George Perkins Marsh (1801-1882), politico ed ambientalista americano nonché ambasciatore degli Stati Uniti in Italia nel 1861-1882. È in Italia che Marsh scrive Man and Nature; or, Physical Geography as Modified by Human Action (1864, ripubblicato come The Earth as Modified by Human Action: A New Edition of ‘Man and Nature’ dieci anni dopo), rimasto alla storia come il primo libro di ambientalismo scientifico negli Stati Uniti.

Marsh dichiara apertamente che “whereas [others] think the earth made man, man in fact made the earth”. Rileva lo scarto tra le terre americane e le terre mediterranee – segnate da una coesistenza inestricabile di landscape e humanscape – che, per inciso, è alla base dell’abisso tra Land art americana e giardini e parchi artistici italiani. Marsh non manca di menzionare Stoppani: “L’eminente geologo italiano Stoppani si spinge più in là di quanto  abbia osato fare io, e tratta l’azione dell’uomo come un nuovo elemento fisico del tutto sui generis. A suo avviso, l’esistenza dell’uomo costituisce un periodo geologico che designa come Era antropozoica. ‘La creazione dell’uomo’, dice, ‘segnò l’introduzione di un nuovo elemento nella natura, di una forza del tutto sconosciuta ai periodi precedenti’”.

L’uomo sarebbe agli inizi di una nuova era segnata dall’“influenza dell’uomo sulla natura tellurica”. Così Stoppani, che in Corso di geologia (1873) la denomina Era antropozoica, utilizzando il suffisso -zoico al posto di -cene (da cui Antropocene), per riferirsi a un’era e non a un’epoca, ovvero a un’unità geocronologica molto più vasta.

Potremmo discutere a lungo sulla primogenitura dell’Antropocene, allargando la discussione allo Psicozoico di Joseph LeConte (1877), alla Noosfera del gesuita, geologo e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin (1922) e del naturalista russo Vladimir I. Vernadsky (1925)[1]. Potremmo osservare che il termine “antropozoico” è già presente in diversi autori come Samuel Houghton (1821-1897), autore di Manual of Geology (1865) e anche lui, come Stoppani, uomo di Chiesa ed oppositore del darwinismo. (I rapporti stretti tra teologia e geologia sono un altro tema affascinante, da Athanasius Kircher all’artista Robert Smithson passando per figure meno conosciute come lo scozzese Hugh Miller).

Qui m’interessa giusto ricordare che Stoppani firma anche il bestseller Il Bel Paese. Conversazioni sulle bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica d’Italia (1876) dove, tenendo insieme geografia e geologia, attraversa l’Italia in qualità di uno zio naturalista che riporta ai nipoti il suo viaggio a tappe. Un libro decisivo nella costituzione dell’identità nazionale, legata a doppio filo alla storia naturale dell’Italia, i cui confini (pomerium) sono identificati con quelli di un immenso giardino (pomarium). Che, a partire dal 1906, il nome e il ritratto di Stoppani siano indissolubilmente legati al formaggio di Galbani, entrambi originari di Lecco, è un’altra storia – se di serendipity o di eterogenesi dei fini, lascio a voi la scelta. Quel che è certo è che nel 1989, quando la società è acquistata dalla francese Danone, il ritratto di Stoppani sparisce. Ma il suo antropozoico era caduto nell’oblio molto prima.

Il business della sabbia

La terra è sempre meno ferma: questo ci dicono Pievani e Varotto, che si limitano a esacerbare fenomeni in atto di cui siamo a volte poco consapevoli. Già nel 2020 “il peso di tutti gli oggetti costruiti dall’uomo [ha superato] quello di tutti gli esseri viventi messi assieme” (p. 80), uno spunto perfetto per un film catastrofico. Nel libro si parla anche di terrapieni e banchine costruite per frenare l’avanzata del mare, soprattutto a sud, e di isole artificiali. Niente di più attuale in questo caso, se pensiamo all’arcipelago artificiale negli Emirati Arabi e allo scialo di sabbia che stravolge l’equilibrio tra le onde, le correnti e la costa, al punto che le spiagge si ritirano ovunque e alcune isole, come in Indonesia, stanno letteralmente scomparendo.

Come ricostruisce bene il documentario di Denis Delestrac Sand Wars (2013), la sabbia è oggi la risorsa primaria più sfruttata dopo l’acqua, dragata dal fondo del mare. È utilizzata negli Emirati Arabi per costruire le isole e i grattacieli e proviene dall’Australia, un paradosso per un paese circondato dal deserto, se non fosse che i suoi granelli di sabbia sono sferici e non si amalgamano bene come quelli angolari provenienti dal mare. L’aumento della domanda ha creato un mercato illegale di sabbia in Marocco e soprattutto in India, dove organizzazioni di stampo mafioso saccheggiano le loro spiagge rendendole simili a paesaggi lunari. La sabbia è poi caricata sui camion e lasciata direttamente sui siti di costruzione, spesso a ridosso della costa, dove verranno costruiti i resort per quei turisti che, ignari, pagano per godersi un po’ di mare.

È noto che la crisi ambientale non è distribuita in modo uniforme, con i Paesi più poveri che pagano le conseguenze di una situazione che non hanno contribuito a creare, come il Bangladesh o gli arcipelaghi dell’oceano Pacifico. Ma simile è la situazione della Florida, dove ogni anno viene pompata sabbia per garantire a bagnanti e surfisti relax e divertimento. E quella futura dell’Italia del Grand tour.

Catastrofismo illuminato

Leggendo le sezioni alternate sul 2786 e sul presente, che tratteggiano in modo nitido la situazione in cui siamo, il nostro sguardo fa l’altalena, scorrazzando avanti e indietro nel tempo. In questo viaggio semiserio gli autori partono da proiezioni basate sui dati scientifici oggi disponibili, consapevoli tuttavia che una proiezione di sette secoli è soggetta a troppe varianti per essere plausibile. Del resto in passato persino proiezioni scientifiche sull’arco di un decennio si sono rivelate sbagliate, come quella di Paul R. Ehrlich sull’esplosione demografica ventilata in un libro apocalittico allora molto discusso, The Population Bomb (1968).

Il viaggio di Pievani e Varotto resta immaginario, sospeso tra scienza e science-fiction, ma è proprio questa commistione a renderlo interessante. SF come science fiction ma anche come speculative fabulation che non scinde lo scientifico dal finzionale, come ha proposto recentemente Donna Haraway assieme a Isabelle Stengers e Ursula Le Guin.

Su questo piano si muovono i cosiddetti “collapsologues” o “collapsniks” in inglese, che insistono sulla catastrofe certa verso cui si avvia il pianeta Terra. Secondo Pablo Servigne e Raphaël Stevens, il crollo o il collasso (effondrement) non segna né la fine del mondo né l’apocalisse ma “un processo in cui i bisogni di base (acqua, alimentazione, alloggio, abbigliamento, energia ecc.) non sono più garantiti a un costo ragionevole alla maggioranza della popolazione da servizi inquadrati dalla legge”. Così la collassologia è “l’esercizio trans-disciplinare che studia il collasso della nostra civiltà industriale e quello che potrebbe succedergli, basandosi su due modalità cognitive quali la ragione e l’intuizione, così come su lavori scientifici riconosciuti”[2]. Per dirla con Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, i sistemi tengono più di quanto pensiamo ma finiscono per collassare più rapidamente di quanto immaginiamo (correva il 2012). Difficile affrontare un evento imprevisto o un “cigno nero” (Nassim Nicholas Taleb).

Nel 2012, in uno studio pubblicato su “Nature”, un gruppo internazionale di 24 ricercatori ipotizza che nel 2100 rischiamo di raggiungere il punto critico (tipping point) oltre il quale la vita sulla Terra sarà intollerabile per la maggior parte delle specie presenti[3]. Proiezioni che oggi, al di là della scienza, sono oggetto di un genere a sé, sospeso tra saggistica scientifica e fiction. Penso a Laurence C. Smith con 2050. Il futuro del nuovo Nord (Einaudi 2011), a Clive Hamilton con Requiem for a Species. Why We Resist the Truth about Climate Change (Earthscan 2010) e soprattutto a due tra i migliori storici della scienza americani, Erik M. Conway e Naomi Oreskes. In The Collapse of Western Civilization (Columbia University Press 2014, non è mai troppo tardi per tradurlo), gli autori si proiettano nel 2393 volgendo uno sguardo al passato, ovvero al nostro futuro. Trascorsa l’era della Grande Accelerazione – che comincia negli anni cinquanta e in parte coincide con l’Antropocene – nel 2093 si scioglie l’Antartica occidentale ed entriamo nell’era del Grande Collasso o della Penombra. Nell’estate 2041 i raccolti sono distrutti dalle ondate di calore, come già nel 2023, anno dell’estate perpetua con 500.000 morti e 500 miliardi di dollari di danni. In piena siccità e desertificazione, si diffondono epidemie, invasione di insetti, migrazioni di massa, panico e rivolte, capovolgimenti dell’ordine politico globale; eppure alcuni Stati promuovono il negazionismo sull’innalzamento degli oceani.

Uno scenario in parte coincidente con quello immaginato da Pievani e Varotto, che non cedono mai a un tono apocalittico o allarmistico. Il loro resta un atto d’amore per il nostro Paese. Solo che non celebrano le bellezze naturali, culturali, gastronomiche e così via come in una guida Baedeker, ma si catapultano nel 2784 ed esercitano una forma salutare di quello che l’ingegnere e filosofo francese Jean-Pierre Dupuy chiama “catastrofismo illuminato”.

Telmo Pievani e Mauro Varotto
Viaggio nell’Italia dell’Antropocene. La geografia visionaria del nostro futuro
Aboca 2021
pp. 189, € 22


[1] Gli ultimi due sono ricordati, assieme a Stoppani, da Paul J. Crutzen in Geology of mankind, in “Nature”, 415, 3 gennaio 2002, p. 23. Cfr. Clive Hamilton, Jacques Grinevald, Was the Anthropocene anticipated?, in “The Anthropocene Review”, 2, 1, 2015, pp. 59-72.

[2] Pablo Servigne, Raphaël Stevens, Comment tout peut s’effondrer. Petit manuel de collapsologie à l’usage des générations présentes, Le Seuil 2015.

[3] Antony D. Barnosky et al., Approaching a state shift in Earth’s biosphere, in “Nature”, 486, 2012, pp. 52-58.

Immagini: Aemilia (in copertina) e Latium, due mappe di Francesco Ferrarese, Università di Padova – Museo di Geografia

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.