Sergej Tret’jakov: «Scriverò come se fossi una Kodak»

Il Viaggiopellicola “Mosca-Pechino” fu realizzato da Sergej Tret’jakov nel 1923 su consiglio dell’amico futurista Osip Brik. Mettendo in pratica l’affascinante espressione russa  kodačit’, Tret’jakov avrebbe dovuto raccontare il suo viaggio scrivendo «come una Kodak», ovvero simulando tramite la scrittura quella capacità analitica propria della fotografia, in grado di fornire «un incontrovertibile documento visivo e di registrare o fissare la realtà in maniera precisa».[1] L’esperimento del Viaggiopellicola anticipò di qualche anno quella che fu la grande utopia di Tret’jakov: la «Letteratura del fatto», o «Fattografia», con la quale lo scrittore tentò di costituire una sorta di «letteratura oggettiva»,[2] che soppiantasse la fiction «estetosoporifera» borghese pre-rivoluzionaria, sostituendola con quello che sarebbe dovuto diventare, a suo parere, il nuovo genere dell’epoca sovietica: il giornale. Tret’jakov invitava ad «amare i fatti»,[3] traducendoli in cronache, articoli, biografie. Immaginava di schierare una banda di fotografi dilettanti contro gli accademici da cavalletto, nella convinzione che «ogni piccolo reporter oggettivista» tenesse «sulla punta della sua penna la morte delle belle lettere».[4] Seguito da Brik e da altri intellettuali provenienti dalle file del costruttivismo, nel 1929 Tret’jakov si autoproclamò «fattografo», coniando un termine che da un lato racchiudeva le due parole essenziali del movimento della Letteratura del fatto; dall’altro evocava quella tecnica che sembrava garantire assoluta aderenza al reale: la fotografia.

Nello sforzo di sostituirsi all’obiettivo, nel Viaggiopellicola l’occhio dello scrittore, che non porta nessuna macchina fotografica con sé, registra il tragitto ferroviario Mosca-Pechino come una cinepresa lanciata sulle rotaie. Una pellicola girata dal finestrino e tracciata su carta, che rallenta davanti a paesaggi innevati, squarci di città polverose e piccoli souvenir acquistati di fretta.  Oltre a guidarci in un viaggio spazio-temporale verso l’Oriente, il reportage ci mette davanti alla rigidità dei confini nazionali che, se osservata sulle mappe online, si traduce talvolta in un ostacolo geopolitico digitale. Mi sono imbattuta in questo “errore di sistema” mentre cercavo di ripercorrere la strada del reportage attraverso lo schermo del mio computer. Dopo aver tradotto il testo, ho provato a seguirlo virtualmente tramite Google Maps e ho scoperto che è impossibile svolgere l’intero tragitto Mosca-Pechino servendosi esclusivamente della macchina di Street View. Arrivati al confine russo-cinese (oltre il quale Google Street View è bandito) occorre passare a un’applicazione di mappatura analoga, ma di proprietà del “Google cinese”: Baidu Maps. Inoltre, confrontando il tragitto tret’jakoviano per mezzo di tre diverse carte geografiche (la russa Jandeks, la cinese Baidu e la statunitense Google) ho notato che il Viaggiopellicola si può ripercorrere solo tramite Jandeks e Baidu, mentre per Google non esiste nessuna strada che vada direttamente da Mosca a Pechino. Ho scelto di accostare al testo alcuni screenshot estrapolati dalle immagini della macchina di Google Street View negli stessi luoghi da cui passò Tret’jakov, per cercare di rispondere al vecchio programma di Osip Brik con i mezzi attuali: «fotografa ogni traccia», «registra tutto». Potremmo immaginare che la banda di «fotografi dilettanti» sognata da Tret’jakov abbia fatto il suo ingresso nella Storia a bordo di una schiera di macchine di Street view o di Baidu e che ora viaggi per il globo fotografando tutto ciò che può rientrare nei 360° della sua lente panoramica. Chi scatta le foto è infatti il dipendente di una grande azienda, un autista che svolge un lavoro tecnico, distaccato e impersonale. Eppure, le immagini di Street View sono note per essere parziali, talvolta bizzarre, a tratti comiche, proprio perché fondate sul  presupposto irrealizzabile dell’oggettività e della completezza. Quando nel software ci si parano davanti confini invalicabili solo virtualmente, l’illusione crolla e ci scontriamo con lo stesso fallimento con cui si scontrava la fattografia: l’impossibilità di registrare tutto. Anche le panoramiche di Google non sono altro che superfici: ci rendono visibile una parte della realtà, formando contemporaneamente un suo doppio, sempre fallace e manipolatorio.

Viaggiopellicola “Mosca-Pechino” di Sergej Tret’jakov (estratti)

“Stai andando a Pechino. Prendi degli appunti di viaggio. Fai in modo che non siano appunti per te stesso. Devono avere un significato sociale. Monta i tuoi appunti secondo i principi dell’OSL, l’Organizzazione Scientifica del Lavoro, e col tuo occhio superbo, acuto, fissa tutto quello che vedi. Dai prova del tuo spirito d’osservazione. Non lasciarti sfuggire neanche la più piccola sciocchezza. Nel vagone, fotografa ogni traccia, ogni discorso che senti. In stazione, registra tutto, compresi i manifesti sgualciti dalla pioggia.”

Ho capito. Scriverò come se fossi una Kodak. Me l’ha chiesto Osja, ed è difficile dirgli di no. […]

Che fare?

Stazione di Buj. Qui si compra il formaggio. Notte. Lampioni. Passeggeri assonnati comprano delle bombe di formaggio e le ficcano vicino ai finestrini (dove fa più fresco). Nel vagone internazionale il formaggio si conserva particolarmente bene perché i finestrini sono provvisti di una taschina in feltro grezzo. […]

Ekaterinburg è una pietra. […] Spille levigate, ovali, bocchini di brillanti coi quali si rischia di spaccarsi i denti. Qui sono soprattutto le donne a fare acquisti: anelli, orecchini, spille e semplici pietre. Gli uomini comprano grotte in miniatura composte di cristalli di vario tipo. A volte, quelle grotte hanno un termometro annesso.

Bajkal

[…] A una delle fermate sento trambusto in corridoio. Esco. Ci dev’essere qualcosa che non va con la luna. Se ne sta appesa come un bottone di rame, fin troppo perfetta, come un’aringa di Crimea. Oltre la fuliggine si scorge un bagliore rosso vivo, color sangue. […]

All’improvviso, dal contorno di quella macchia torbida si delinea una falce affilata, sottile e splendente di elettricità. La luna è strisciata fuori dal suo scantinato. Un’eclissi di sole. Comincia a profilarsi il Bajkal: freddo, bianco, gelato, e sulla destra si scorgono degli abbozzi di montagne che nel gelo appaiono particolarmente appuntite, particolarmente fragili […]

Il treno si ficca, come un proiettile, a grattare la gola di una galleria. Immissione: il boato soffiato nel corridoio di pietra cerca di penetrare nel vagone; decollo: il rombo si addolcisce, fischia disperdendosi in aria, si allontana sorvolando il Bajkal.

Il Bajkal visto dalla strada, durante la bella stagione

Paesaggio

[…] Valichiamo i monti Jablonovyj. Il treno si arrampica letteralmente sulla parete, ansima. Anche i deboli di cuore nei vagoni ansimano. Il valico.  La discesa è più ripida che su uno slittino. Fiuuu – resisti! Il treno corre così allegramente che in alcuni punti hanno costruito un apposito binario morto che s’inerpica verso l’alto. Se, raggiungendo quel binario, il treno non riesce a fermarsi […] deve immettersi nel binario morto, salire su per la montagna, poi di nuovo scendere giù, e avanti così fino a che non si ferma.

L’attraversamento

[…] Tra quindici minuti saremo in Manciuria. La steppa scompare in lontananza, nel deserto di Gobi. Lunghissimo, proprio sulla linea dell’orizzonte, c’è un fossato scavato. Il confine tra la Russia e la Cina.

La Cina non è disponibile su Google Street View. Cercando di andare più vicino possibile a Charbin si arriva al confine mongolo-cinese nella provincia del Dornod. Da qui in poi, l’unico modo per avere una “street view” è utilizzare Baidu Maps, il “Google Maps cinese”.

Changchun

[…] Portiamo le nostre cose a bordo: c’è buio. In un angolo ronzano alcuni loschi individui. La carrozza non ha le cuccette […]. Ogni due panche c’è una grande sputacchiera; qui si sputa tanto, spesso e con vigore. Passano dei giapponesi: molti portano sul naso dei triangolini imbottiti di ovatta. È una mascherina che serve per proteggersi dalle infezioni, in particolare, dalla spagnola.

Mukden

[…] la stazione si mescola all’Hotel Yamato […] Breakfast. Un lacchè ci allunga un menù su cui sono raffigurati otto piatti. Sotto, la scritta: uno yen e mezzo. […]

Piazza Zhongshan, a Mukden (oggi Shenyang). L’edificio con le torrette, sulla sinistra, è l’Hotel Yamoto, con ogni probabilità lo stesso in cui fece colazione Tret’jakov.

Pechino

Una pagoda simile a un abete grigio, di pietra, con campanelle di petali appuntiti appese alle estremità dei rami; la prima Muraglia pechinese avvolge la città in un quadrato ed è talmente spaziosa che al suo interno sono stati piantati dei giardini. […]

Dietro: l’imbuto blu del Tempio del paradiso, che conficca la sua punta nel cielo di Pechino, blu, come gli abiti dei cinesi. Al di là del tempio, i serramenti d’acciaio della torre della radio. Sulla città svettano una ciminiera e i piani alti del colossale palazzo dell’Hôtel de Pѐkin. La seconda muraglia; giganteschi casermoni squadrati a sei piani e torri azzurro-dorate, complesse architetture pluripiano, che sovrastano tutti i portoni.

Stazione. Pechino.

[1] Lodder, C., The writer as a photographer, Russian Literature, n. 103-105, 2019, p. 100.

[2] V. Strada, Tra «fattografia» e antiromanzo, in S. Tret’jakov, Giovane in Cina, Einaudi, 1976, p. 458.

[3] L. Magarotto, I letterati e la Rivoluzione, in M. Colucci, R. Picchio, Storia della civiltà letteraria russa, vol. 7, UTET, 1997, p. 247.

[4] S. Tret’jakov, Dal futurismo al realismo socialista, Mazzotta, 1979, p. 111.

In copertina: un treno della linea “Transmanchourien-Express”, in una fotografia scattata ad Harbin (Cina), 1923

(Reggio Emilia, 1995) ha passato gli anni degli studi universitari spostandosi tra l’Italia e la Russia. Nel 2020 si è laureata presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha studiato russo e ceco. Come lavoro di tesi ha presentato la traduzione di un’opera teatrale di Sergej Tret’jakov ancora inedita in italiano. Attualmente insegna russo in un istituto tecnico superiore e traduce.