Holbein il Giovane e le immagini della Morte

In un ossario pieno di resti umani muniti di trombe e tamburi suona una cacofonia sinistra. Ed è con questa musica che lo scheletro passa dalla stanza del medico – suo fedele vassallo – ai pascoli e ai castelli, sino all’ombra del gazebo papale ornato di stemmi. Nudo o con l’armatura, in veste di comare o di giullare presenzia ad ogni affare terreno: ora paziente e sorridente versando il vino al re; ora spietato trascinando l’abate con forza trionfante e tanto di scettro e mitra – solo per il gusto di prendersi gioco delle umane gerarchie.

La danza della Morte, il nuovo e affascinante libro edito da Abscondita, appare come un libro di emblemi, il cui unico emblema, tuttavia, è la Morte. Talvolta ironica sino alla parodia, talaltra terribile. In figura di scheletro, si capisce, secondo quella tradizione visiva che prende vita dalla leggenda medievale dei Tre vivi e i tre morti, e poi nelle tombe transi e nei Trionfi della Morte, e dove la danza macabra diventa la manifestazione più significativa che ci accompagna dal dipinto murale del cimitero parigino dei Santi Innocenti fino a Il settimo sigillo di Bergman – percorso lungo il quale il Totentanz di Holbein il Giovane rimane come profonda tacca nel tempo.

All’epoca di Holbein era uso aprire la danza con il personaggio di rango più elevato, verso il quale la Morte mostrava maggior disprezzo. Sono gli anni della Riforma. Il ricco commento di Ulinka Rublack ci cala nelle danze macabre dell’Europa centrale, sui muri dei cimiteri e dei conventi da Parigi a Monaco e a Berna, e poi tra le strette vie che si innervano attorno al Reno nella Basilea attorno all’Anno Domini 1524; città non solo di Holbein, ma anche di figure come Erasmo e Paracelso, dove tra le botteghe variopinte e le case degli umanisti vaga l’odore di carta spessa e di inchiostro per la stampa, dove è tempo di fermenti, di parole sottili, misurate e di parole esplosive. Ma non solo: le stamperie operano senza sosta in mezzo ai subbugli iconografici e all’anarchia figurale – le immagini stampate diventano forte arma contro l’ordine della Chiesa di Roma, esempio emblematico sono i Passional Christi und Antichristi di Carnach il Vecchio, serie di incisioni che con tutta probabilità Holbein conosceva.

Ci sono poche cose che meglio della pressione del dissenso e della censura affinano lo stile, e le immagini di Holbein prendono forma all’inizio dei più vigorosi scontri ideologici tra cattolici e protestanti. L’artista tedesco, in mezzo al tafferuglio della città elvetica, trova la giusta tensione tra Lutero e i cattolici riformati operando una satira oscillante. Dapprima destinate all’élite, presto ristampate e diffuse presso un più vasto pubblico, le Immagini della Morte divengono un affresco intimo e raccolto, un genere d’arte che nel libro trova felice dimora. «Sin dall’inizio… questi fogli si presentano come opera d’arte dall’aspetto assai singolare» – ricorda Rublack – prendendo le distanze dalle stampe economiche e dai frontespizi. I fogli di Holbein e del collega intagliatore Lützelburger sono per lo più vuoti: le xilografie – 65 per 48 millimetri – emergono in un ampio margine. Nientemeno che una sfida allo sfarzo monumentale del Rinascimento, agli ori e ai marmi pregiati ai quali Holbein oppone l’abilità artigianale che, in sintonia con quanto scriveva Erasmo al figlio di Tommaso Moro nel 1523 e di contro all’unica pecca del libro Abscondita dove le stampe sono ingrandite, è ancora più ammirevole là dove l’artista opera con materiali poveri e su piccole dimensioni.

Il piccolo formato si stacca dai muri dei cimiteri e dei conventi per entrare nella vita quotidiana, nella carta inchiostrata, nelle sicure pareti di casa, negli occhi solitari; per rimanere tra le dita delle mani e da lì assorbendoci in una cupa galleria. E anche se i fogli di Holbein sono il primo adattamento alla stampa del tema della danza macabra, le sue figure sapientemente grottesche non danzano, se non in qualche rara occasione, per questo Rublack parla di «immagini della Morte» anziché di danza. Ma sebbene non danzino, i suoi scheletri conservano quella tetra ironia che nelle danze è peculiare. E questo lo vediamo prima di leggere il commento, poiché saggiamente posto in fondo al libro – è chiaro che non vuole disturbare o influenzare la prima visione delle stampe che, se non per il titolo, si presentano mute. Esatto. Contro l’uso comune di ornare le danze con iscrizioni destinate a renderle più drammatiche e perturbanti, Holbein presenta le sue figure con autonoma possanza: nessun commento, nessuna massima morale o poesia accompagna le sue stampe – la letteratura ecfrastica allora in voga viene radicalmente esclusa. Per ciò la fattura eccezionale dei libri Abscondita qui è essenziale: come nel Cinquecento il libro diventa scrigno di figure preziose.

Hans Holbein
La Danza della Morte
con un commento di Ulinka Rublack
traduzione di Clarissa Martini
Abscondita, 2020
170 pp, 21 €

Nato in Svizzera nel 1994, ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e presso l’Universität der Künste di Berlino. Scrive come redattore esterno per il canale Cultura della RSI (Radiotelevisione della Svizzera Italiana). La sua ricerca d’arte, attraverso pittura, scultura, grafica e scrittura, si concentra sulla forma visiva del grafema inteso come figura originaria o geroglifico e sulla relazione essenziale tra nome e immagine. Negli ultimi anni ha esposto diverse volte a Varese, Chiasso, Pavia, Milano e Berlino.