Samorì e la vertigine della materia

Oggi apre la prima grande antologica di Nicola Samorì.[1] Quando un artista viene canonizzato si smette di guardarlo. Si incomincia a ripetere, a riconoscere. Si finisce di cercare lo spirito vivente e si ascolta la lettera morta. Il canone, in ogni buona liturgia, stabilisce la parte fissa della celebrazione. Ma ogni celebrazione, proprio in quanto sistema regolato, porta con sé il rischio di occultare l’elemento sacro, il tremendo che l’esperienza sacra, nella sua distanza dal profano, ci rende accessibile. Se il canone stabilisce la regola e canonizza i suoi santi – ed è cosa buona e giusta che ai santi sia reso tributo – allora, affinché il nucleo pulsante, la vita celata all’interno del libro, resti leggibile, occorre che la pagina sia chiusa, che le palpebre si serrino, che l’incanto sia reso al suo mistero.

Lo guardo ormai da oltre un decennio e non riesco ad afferrarlo. Ai miei occhi, Nicola Samorì resta un mondo sconosciuto. Sento che le sue opere mi sfuggono. Ogni tela, ogni strato di colore, ogni fresco, ogni scultura apre infinite vie di fuga. Il suo stesso gesto non chiude ma squarta, squarcia, apre lo spazio. Samorì è il vero grande erede di Fontana, proprio perché non lo imita in alcun modo. Samorì va oltre il concetto. E, in questo suo oltrepassamento della frigidità concettuale, ritrova, fa risorgere la pittura, la tradizione pittorica e scultorea. Samorì è un taumaturgo, opera prodigi; fa risorgere i morti. Se è necrofilo è per amore della vita. Se seziona cadaveri è per scoprire ciò che c’è di ancora vitale in loro.

Confondere questo lavoro con il citazionismo significa rendersi completamente ciechi al suo gesto. Quello di Samorì è un corpo a corpo con il corpus dell’arte. Non c’è alcuna posizione intellettuale: è una lotta, all’ultimo sangue.

C’è qualcosa di vertiginoso nella pittura. E’ la vertigine di uno sguardo che si perde nella qualità estatica della materia. Ogni grande artista è un mistico. Nicola Samorì è un mistico. Evoca, attraverso la luce del colore e i volumi delle pietre, l’estasi della materia stessa, il suo trascendersi nella più totale immanenza. Il suo è il più straordinario materialismo estatico dei nostri giorni.

Mistico della transimmanenza. Visionario di un aldilà imperituramente presente nella materia inanimata. Samorì guarda là dove tutto sembra morto e scopre infinita vita. Vita oltre la morte, vita oltre la vita.

Quando guardo le opere di Samorì vedo mondi, odo profezie, vedo immagini che non conosco e non capisco. Vedo quel che va oltre me stesso. Forse, semplicemente, inizio a vedere.

Questo chiedo a un artista che mi faccia vedere quel che non ho mai visto, che mi porti a perdermi sulle vie tortuose della visione.

Samorì è un mistico. La sua arte è oscura. Non dice, accenna. Non specula, riporta in superficie immagini di un mondo sconosciuto; un mondo sprofondato nella vertigine dello spazio e del tempo, nella vertigine della materia.

Lo guardo. Mi perdo. Vedo.

In copertina: Nicola Samorì, Lucia, 2019 (particolare)


[1]. L’apertura è stata rinviata per via del covid.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).