Frédéric Pajak, gli incerti del viaggio

È da pochi giorni nelle librerie il secondo volume della serie Manifesto incerto: Sotto il cielo di Parigi con Nadja, André Breton, Walter Benjamin, scritto e disegnato da Frédéric Pajak. Il febbraio scorso, penalizzato forse con la coincidenza del lockdown, l’editore romano aveva messo in commercio il primo volume della serie, una sorta di moderne Mémoires d’outre-tombe in prosa, in versi, in didascalie e in inchiostro, opera non di un diplomatico ma di un viaggiatore maledetto, se volete, di un flâneur che, forte di un’acribia invidiabile, da una decina d’anni sta scrivendo e disegnando la testimonianza del suo percorrere una terra abitata – essenzialmente cittadina – e sempre più deserta, abbandonata nonostante sia affollata da esseri umani e, ancor più, da fantasmi. Lo fa assumendo in questo volume di volta in volta le sembianze di un pensatore frammentario come Walter Benjamin di cui ha condiviso ebraismo, esili, miseria e, sembrerebbe, una certa difficoltà esistenziale al radicarsi; e quella di un altro e per certi versi opposto intellettuale come André Breton, qui ritratto nei suoi rapporti col sesso femminile più che con i compagni d’avventura surrealisti e che forse nel suo Nadja può essergli stato d’ispirazione come vado a considerare sfogliando una vecchia edizione Einaudi che di quel libro possiedo.

Collage di Marcel Mariën realizzato sulla copertina della prima edizione di Nadja, di André Breton (1928)

Sebbene il percorso di Pajak lo conduca a Berlino, a Sanremo e altrove – sempre sulle tracce di Benjamin – la protagonista assoluta di queste pagine è la città di Parigi e il reticolo di strade, l’inaspettato panorama che si presenta al viandante solitario appena voltato l’angolo. Il che porta a dover considerare il volume e l’intero ciclo come una determinata celebrazione del disorientamento. Poiché imprevedibili sono i percorsi di dolore e d’innamoramento dei personaggi storici raccontati; imprevedibili i percorsi dell’autore e, altrettanto e forse più imprevedibili, quelli del lettore che sin dalle prime pagine prova ad interporsi tra libro e Pajak, che sempre più spesso si pone la domanda: è qui che entro in gioco io? è qui che posso dire la mia? dove apparirà l’immagine o la frase che mi porranno al centro della scena? Il tempo arriverà, ne sia certo il lettore ansioso. Può accadere con alcune righe di prosa, con un disegno a china, con rari versi centellinati qua e là dall’autore. Così la lettura si sviluppa in un continuo alternarsi di punti di osservazione diversi, stimolati dalle immagini o dal testo, sicché non pare possibile – e sarebbe persino dannoso – adattarsi al normale atteggiamento del lettore: porsi in ascolto paziente. No, qui a ogni pagina si presenta il problema del rapporto tra grafica e testo; coincidenza o giustapposizione dei due media.

V’è un rapporto tra testo e immagine? Perché a volte appare evidente e altre volte solo probabile? Le strade che vengono rappresentate negli splendidi inchiostri bianco e nero corrispondono a quelle descritte? Le persone raffigurate perché a volte appartengono con evidenza alla contemporaneità e altre volte raffigurano gli artisti e intellettuali ormai scomparsi di cui si narra il perdersi? L’incertezza finisce per andare a tutto vantaggio del fruitore. L’occhio indaga particolari disegnati e si domanda che fine abbia fatto quella che dovrebbe essere un’infinita messe di istantanee scartate e messe da parte ed ecco, in quel preciso istante, si rammarica di non aver saputo fare altrettanto. Piange la sua memoria sommersa dallo scorrere del tempo e ammira Pajak per averla saputa rendere viva e perennemente presente.

Questa del Manifesto incerto è una delle imprese che avremmo voluto intraprendere e portare avanti. Inutile sostare nei pressi del rimpianto. Che qualcun altro ci sia riuscito suscita ammirazione piuttosto che invidia. Ma occorrerà saperne approfittare per non rendere sterile la fatica. Sempre in oscillazione tra l’apparire e il mostrare, Pajak, almeno per quel che mi riguarda, cala il punto a pag. 133 quando recrimina la moderna distruzione di Parigi e l’attribuisce alle nuove costruzioni, ai marchingegni arraffazzonati che le condannano all’eliminazione rapida e al continuo rinnovamento del panorama urbano. Lì entra in contatto con me, con la mia esperienza di quella città. Quanto a me ho fatto in tempo a visitare le vecchie Halles e per lunghi anni, ogni volta che tornavo a Parigi, controllavo lo stato dei lavori, degli scavi e dell’edificazione delle nuove Halles, e del loro decadere una volta compiute. Ho un vago ricordo delle brasserie popolari dalla Gare du Nord alla Rive gauche, magari le stesse frequentate trent’anni prima da Benjamin (trenta o quarant’anni sono un battito di ciglia e, certamente, con altrettanta probabilità posso aver incontrato osti o camerierette che lo hanno conosciuto) perché in quei tempi era facile, a Parigi, ripercorrere sentieri già battuti, visitare passage che ancora conservavano tracce delle perlustrazioni benjaminiane.

Al tempo stesso posso aver incontrato Pajak durante la sua esistenza da mendicante, se avesse battuto strade da me frequentate. Potrei al limite essere stato fotografato e ritratto, per il semplice caso d’essermi trovato nel raggio d’azione del suo obiettivo fotografico o del suo sguardo. Per un certo periodo, preda di un’insana voglia di esilio, ho pensato di trasferirmi a Parigi e dunque ho frequentato appartamenti in affitto o in vendita, edifici residenziali, tuguri, deux pieces vuoti e camere da letto da cui il cadavere del precedente inquilino era stato rimosso poche ore prima. Ho visionato con cura infissi malconci, pavimenti storti, parquet mangiati dalle termiti. Ho avuto modo di osservare la povertà degli impianti elettrici, degli impianti idraulici, della massoneria edificatrice parigina sempre in bilico tra il futuro e l’aglioso passato dei suoi tuguri, delle camerette spoglie o luride (chi ha la visione dell’abitazione dell’ispettore Antoine – un perfido Louis Jouvet in Quai des Orfévres di Henry-Georges Clouzot sa a cosa mi riferisco). Così che si tratti di un disegno a china, o di una frase elegante – perché Pajak è scrittore elegante – la speranza d’aver fatto parte del panorama di questo libro può illudere chiunque abbia frequentato Parigi nell’ultimo mezzo secolo. Segnalerei ancora come sublime e totalmente incongruente l’intermezzo dei primi piani di volti di cani sofisticati, per nulla bastardi o randagi, come sembrerebbe necessario in questo libro. Portatori di una dignità canina, i ritratti sembrano voler esprimere una testimonianza che rimane silenziosa, come se il sapere rendesse impossibile esprimere una testimonianza.

Louis Jouvet in Quai des Orfévres (Legittima difesa) di Henry-Georges Clouzot (1947)

La veste grafica è eccellente, così come la stampa e la grammatura della carta necessaria per evitare le trasparenze dei disegni. S’è detto dell’eleganza della scrittura. L’attenta traduzione sortisce l’effetto di non far rimpiangere il testo originale, segno che anche il traduttore è rimasto vittima del sottile gioco di Pajak. Ci si aspetta a breve il terzo volume e poi il quarto e poi il quinto e poi il sesto…

Del primo volume avevano scritto Andrea Cortellessa sul «Sole 24 ore» e su «LPLC», qui, e Emanuele Trevi sul «Corriere della sera» e su «Antinomie», qui.

Frédéric Pajak
Manifesto incerto. Sotto il cielo di Parigi con Nadja, André Breton, Walter Benjamin
traduzione di Niccolò Petruzzella
L’orma, 2021, pp. 224, € 28

(Roma 1953). Vive a Milano. Scrive libri. L’ultimo suo è "Le galanti" (il Saggiatore 2019). Quando non scrive cura collane editoriali.