Variazioni per un oceano

Ha camminato verso la riva con un senso di trionfo: Santa Monica era brutta come ricordava. Un parcheggio di sabbia, e ora ci tornava con un passeggino.
L’ha trascinato per molti metri, guardando a destra e a sinistra alla ricerca di un bar che sapeva non esserci.
In quei giorni ha sempre sete. In spiagge come quella, in parchi come il Griffith, in riserve d’acqua come Silverlake.
L’uomo accanto le chiede come mai non descriva i paesaggi.
Sbanda, le ruote si inceppano sulla sabbia, non si arriva e non c’è un bar. Un chiosco.
Avevano camminato a lungo dal parcheggio fino alla prima goccia sonora.
Il bambino aveva urlato.
La madre ha dimenticato il cibo.

Quando sono arrivato era tutto più bello, sfasciato. Dice l’uomo.
Si viveva in macchina, le strade erano deserte, la Hollywood Boulevard piena di prostitute, magnaccia, spacciatori, polizia, immondizia. I bar erano sparsi, dovevi sapere dov’erano. La città aveva un record di omicidi, di violenze.
C’era spazio per tutti. La gente era scappata.
Affittavi una casa in giornata. Entravi e chiedevi chi è il manager? È all’appartamento 6, dicevi: io sto cercando casa e con una piccola caparra te la aggiudicavi. Dopo due mesi te ne andavi perché avevi scoperto che il palazzo di fronte aveva una piscina più grande.
Si sparava, c’erano sempre elicotteri sopra la tua testa ma non avevi mai paura. Ti sentivi sicuro come fossi stato in un film e se succedeva qualcosa, non succedeva a te, ma al personaggio di quel film che stavi vivendo. Era troppo diverso dalla tua vita. Non era la tua vita.
Ora camminano tutti per strada come in Europa.
Ora vedi le stesse automobili che vedi in Europa. Prima vedevi queste macchine giganti e ti chiedevi come fanno questi a guidarle?
Chevy? – chiede la donna.
Erano Chevy e Cadillac di vent’anni prima, che i latinos si compravano perché erano le macchine che avevano visto guidate dai ricchi nei film,
per loro era realizzare il sogno, mentre i veri ricchi quelle auto le mollavano perché volevano la tecnologia, le Audi, le Mercedes. Un mio amico si era comprato una Cadillac rosa da una nonnina. Quanto l’hai pagata, avevo chiesto? Mille dollari.
Noi abitavamo tra Hollywood e West Hollywood, quelli di West Hollywood erano meno tolleranti perché avevano il loro sceriffo, erano una borghesia liberale, gay di sinistra che però non volevano i matti per strada. Dal venerdì su quel confine centinaia di trans battevano, c’era gente che spacciava. Se passavi davanti a una casetta con una coppia seduta fuori, ti invitavano dentro casa a fare il terzo. Le donne erano molto dirette. Ora mi chiedo in che lingua ci parlavo, non sapevo granché l’inglese. Do you party? dicevano.
Di notte andavamo al supermercato da Ralph sulla Sunset. Mettevamo le cose nei carrelli degli altri. Lo scoprivano solo alla cassa. C’era così tanta carne.
Tutti i musicisti vivevano là, quello dei Guns N’ Roses comprava birra e whisky.
Devi parlare con G. e con C. Anche con T.

C’era sempre un rimorchio tutto il tempo per strada, adesso è cambiato, ma perché me lo chiedi? Cosa c’entra ora?
L’aria odorava di sesso, era un’aria libidinosa.
Alle pompe di benzina trovavi sempre qualcuno per scopare.
Era febbraio e c’era un clima secco e caldo di notte. Tutto buio. Entravi nei posti e c’era il macello, però fuori era tutto così, non si capiva.
Per andare al lavoro dalla Hollywood Boulevard alla Melrose dovevo attraversare la Martel, rimorchiavo lungo tutto il tragitto.
C’era gente che si masturbava nelle macchine, una volta uno mi aveva invitato ad andare a casa sua, io sono giusto entrato e subito uscito, perché questa è anche una città
di gente che non ci sta con la testa.
Una volta un amico mi dette un passaggio ed era tutto nudo. Le donne facevano flashing, passavano in macchina e mostravano le tette.
Io solo ho vissuto la vera Los Angeles, loro no. Che ne sanno?
Un tempo esisteva solo Hollywood e West Hollywood. Il resto era niente.
Quando di notte chiudevano i locali e finivi di festeggiare nelle case, già a Silverlake ti sembrava di essere andato lontanissimo.
C’era questa villa a Los Feliz con la Jacuzzi, del mio boss. Aveva una view bellissima su Griffith Park, ci andavi direttamente senza passare per la strada. Una sera mi ha invitato e abbiamo fatto la Jacuzzi insieme ma non ci ha provato.
Poi le case hanno cominciato a costare troppo e ci siamo allontanati verso La Brea, anche per avere la piscina nel palazzo. Eravamo in California. Potevamo non averla?

Appena arrivato a Hollywood c’era il blocco della Highland.
C’era una high school circondata dalle macchine della polizia perché dentro due bande si sparavano con le mitragliette.
Questa sarebbe Hollywood? Ho chiesto a T.
Facevo il busboy in un ristorante di Beverly Hills e gli altri camerieri mi dicevano: dove vivi? A Hollywood? Sei matto. Devi vivere a West. Lì ti ammazzano. Ma gli italiani esagerano sempre.
Non trovavo la Hollywood vista al telegiornale la sera degli Oscar,
ma per il resto il sabato c’era la Hollywood Boulevard intasata di pick-up decorati dei messichen che facevano le vasche, su e giù.
Abitavo tra Hollywood Boulevard e Gardner con Joleen, pagavamo l’affitto a metà. Passavano queste Harley Davidson con Billy Idol, che avevano un negozio lì vicino, un motoclub, mi davano un fastidio, li odiavo proprio.
Odiavi anche la città?
Ma io i primi tempi neppure la conoscevo, non andavo più a est della Western.
L’età dell’oro è stata nel 91. C’erano le russe sulla Sunset e le latine sulla Santa Monica.
Quando sono tornato nel 97 era già diverso. Non c’erano più molti club. Dopo i riot hanno ripulito tutto.
Dopo anni mi ritrovai nella stessa scuola delle mitragliette a imparare l’inglese, di sera c’era l’English Adult School, giocavo a calcio con i latinos, adesso non si fanno più quelle cose lì.
Era tutto mischiato, prostituzione, gente del posto.
Mi piacevano i bidoni dell’umido che si scioglievano in strada per il calore,
T non aveva più l’asma,
l’abbiamo capito subito, già entrando in macchina in Arizona dalla East Coast,
l’aria del deserto, il caldo del Pacifico.
T l’ha girata tutta, ha visto molto di più. Parla con lui.

Non ho niente da dirti di più.

È arrivata con una ruota vicino all’acqua. Gode per la non ripetizione dell’identico. Perché sapeva, ma non ne era sicura, che tutto sarebbe stato diverso e ora che lo è,
tutto quello che non desiderava è davanti ai suoi occhi già dato da migliaia di anni.
Solo lì può ancora immaginare il caldo del sole sull’acqua. Il salto del polpo.

Svegliata con il rumore della pioggia, l’ha eccitata quel battito, il ritmo alla finestra. L’ha spaventata. Ipnotizzata come il gesto dell’ammaestratore.
Sono diventata come loro, è stato quello il segnale. Eccitarsi per una pioggia che non capita mai, non quell’anno, non quel mese. C’è la Niña, hanno detto.
Avere paura di quello che non capita più, e come li prendevi in giro all’inizio perché non sapevano guidare con la pioggia, nella pioggia, poveri ubriachi di polvere, un deserto negli occhi.
Con quanto sprezzo li guardavi, mi guardavi.

In copertina: Santa Monica Beach, ph. Bence Bognár©

per alcuni anni ha insegnato materie letterarie nella scuola secondaria e collaborato con la cattedra di Letteratura italiana contemporanea dell’Università «La Sapienza» di Roma. Ha pubblicato due romanzi, “Le tue stelle sono nane” (Fazi 2009) e “L'anno breve” (Rizzoli 2016) e saggi di critica letteraria (in «Quaderni del 900», «Nuovi Argomenti», «Avanguardia», ecc.), articoli e racconti. Ha collaborato con l’Università della California di Los Angeles (UCLA). Scrive per la tv e per il cinema. Il film “Anni felici” (regia di Daniele Luchetti, 2013) è stato candidato al Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura.