Squittii da manicomio

Solitudine e monotonia segnano l’esistenza del guardiano del faro. A increspare il placido susseguirsi del giorno e della notte, delle maree e delle stagioni, non mancano tuttavia eventi eccezionali. Come quello raccontato, pipa alla mano, dal vecchio guardiano Arhan, signore del Créac’h, una torre sull’isola di Ouessant, a una donna locale. Una storia per stomachi forti, a sua volta raccontata dal filosofo Michel Serres in Biogea. Il Racconto della terra (Asterios Editore, Trieste 2016) che io, a mia volta, riporto di seguito.

Siamo sull’isola di Vulcano nelle Eolie, in un periodo indeterminato. All’epoca le navi erano di legno. Una mattina come le altre, il guardiano del faro pulisce i vetri della lanterna, quando intravede in mare la carcassa di un barcone senza albero diretta verso gli scogli. Una rotta che la porterà presto a speronare lo scafo. Il guardiano si precipita giù e, brandendo le bandiere colorate di segnalazione, si avvicina allo scoglio confidando ancora in una virata improvvisa del timoniere.

Riesce a leggere il nome dell’imbarcazione: il Danae di Liverpool. Che l’equipaggio abbia bevuto troppo?

Niente di tutto questo, si tratta giusto di una di “quelle navi sfortunate il cui equipaggio non ha avuto la meglio sulle bestiole che invece hanno spolpato organi e ossa dei marinai, comandante incluso”. I roditori invadono l’imbarcazione, saltano al viso, attaccano le parti molli e puntano agli occhi dell’equipaggio; “musi baffuti e code rosa, alla deriva dei venti e della grazia del buon Dio”. Una muta di topi inferociti ha avuto la meglio sulla forza umana. Svaligiata la dispensa a bordo e ridotto l’equipaggio a un mucchio di ossa, muoiono di fame “con la bocca spalancata, rabbiosi, oppure si [uccidono] tra loro per mangiarsi, come poveri naufraghi. Noi e i ratti, unici animali assassini all’interno della loro specie, ci uccidiamo l’un l’altro”.

Davanti alla vista del vascello fantasma, il guardiano lascia cadere le sue bandiere di segnalazione e corre a gambe levate verso il faro, mentre il relitto s’incaglia contro lo scoglio e va in mille pezzi, conficcandosi quasi in verticale. È in questo preciso istante che comincia il finimondo, dice il guardiano Arhan: il rumore del mare viene coperto dallo squittire dei topi che corrono dietro al guardiano, che fa in tempo a entrare al faro ma non a fermare la porta. Corre su per le scale a chiocciola come un matto e, raggiunta la stanza in cima alla lanterna si spranga dentro, con i roditori alle calcagna. Finisce a bastonate i pochi che sono riusciti a infilarsi all’interno.

Ora è al sicuro nel suo rifugio, isolato in cima al faro.

Dai vetri della lanterna il guardiano intravede il formicolio nervoso di centinaia di bestiole e soprattutto sente lo squittio assordante dei topi che penetrano all’interno della torre, si arrampicano su per la scala a chiocciola fino alla porta di ferro sprangata coi tre chiavistelli. A quella soglia è legata la sua sopravvivenza: terrà a tanta pressione animale esterna? Sarà un porto sicuro che gli salverà la vita o il suo sepolcro?

Ferdinand Van Kessel (attribuito), La danza dei ratti, XVII sec.

Cala la notte. La situazione è immutata. Il guardiano non può accendere il faro perché i comandi sono al di là della porta. Insospettiti dal buio dell’isola, dice il guardiano Arhan, i suoi colleghi sulla costa, forse a Milazzo, decidono di mandare una barca sull’isola in avanscoperta. Il guardiano potrebbe non sentirsi bene o aver bevuto troppo. Mentre si avvicinano alla costa, i marinai scorgono il relitto ma soprattutto sentono le urla di fame dei roditori e assistono a una scena apocalittica: “i ratti, arrampicati in cordata gli uni agli altri, si ammonticchiavano lungo la torre, dal basso verso l’alto, fino alla lanterna dove non riuscivano ad entrare senza scivolare, formando una sorta di colossale colonna vibrante verso il cielo, che urlava di fame”. I marinai fanno dietrofront, lasciando il guardiano lì dentro, “bloccato, affamato, assetato e insonne a causa dello spavento”.

Rifugiato e intrappolato.

Un giorno nuovo sta per cominciare – e pensare che solo ventiquattrore prima il guardiano stava tranquillamente pulendo i vetri della lanterna del faro! Non poteva immaginare che quanto stava per vivere avrebbe fatto impallidire la lotta contro la formica argentina protagonista di un celebre racconto di Italo Calvino. Ci vorrebbe un novello pifferaio di Hamelin, città infestata dai topi ammaliati – quasi ipnotizzati – dal suono del piffero al punto che, giunti al fiume Weser, si tuffano e annegano in acqua; o, in alternativa, la Damigella dei Topi di Ibsen. Sono entrambi ricordati ne L’uomo dei topi (1909), il caso clinico di nevrosi ossessiva di un paziente che evoca il supplizio dei topi, o meglio dei ratti (Ratten) come precisano i traduttori Mauro Lucentini e Renata Colorni, che s’infilano nell’ano di un condannato legato. Un racconto che genera nel volto del paziente, come Freud non si lascia sfuggire, l’“orrore di un proprio piacere a lui stesso ignoto”.

Friedrich Wilhelm Schmuck, 6 Ratten Welche mit den Schweiffen sehr VerKnipfft Vnd Zu, 1683

Ma torniamo alla nostra storia. È la ragazza del guardiano, dice il guardiano Arhan, ad avere un’intuizione degna del pifferaio: portare su quell’isola infestata una chiatta stracolma di ossa e carne avariata da macello. Basta imbarcarla dal porto e avvicinarsi all’isola con un rimorchiatore. L’operazione è delicata: non appena si arena sugli scogli, la chiatta è presa d’assalto dai topi, che abbandonano di corsa il faro contenente la succulenta preda per gettarvisi sopra e litigarsi un banchetto sanguinolento. A quel punto, dal rimorchiatore vengono gettate taniche di petrolio e in seguito una torcia; tagliata la gomena che la tiene legata alla chiatta, viene abbandonata al suo destino. “Sospinta da un colpo di vento, la chiatta puzzolente andò alla deriva al largo; una volta scomparsa oltre l’orizzonte, al tramonto del sole sembrava un secondo Stromboli in eruzione”.

E il guardiano, cosa ne è di lui? Viene soccorso sano e salvo, ritrovato in cima al faro, rannicchiato in un angolo con le mani sulle orecchie. O meglio  più salvo che sano, perché non ha retto a tale choc: “Restò a lungo in manicomio mentre nelle sue orecchie risuonava ancora l’indicibile rumore dei ratti addossati in massa alla porta che cigolava, pronta a cedere”.

Figlio di un marinaio, Michel Serres pubblica Biogea nel 2010, quarto capitolo di un’ideale tetralogia che comprende Il contratto naturale (1990), La guerra mondiale e Il mal sano (entrambi 2008). Con tono narrativo descrive la bio-gea, la vita della Terra o la vita nella Terra, dando parola a coloro che non la hanno, a partire dai quattro elementi e dai viventi, roditori inclusi. Al racconto aggiunge una considerazione più generale sul ruolo di ratti, pulci, batteri e virus: “La bomba più mortale? La peste, le cui infezioni hanno sempre provocato più morti delle guerre”, e che si propaga a causa della nostra attività, come la zoonosi alla base dell’attuale epidemia ci ricorda, aggiungo.

Tuttavia la specie umana non è meno invasiva di quella dei ratti: “Invadiamo la Biogea da migliaia di anni con la caccia, i raccolti, le coltivazioni, gli allevamenti, le città, le industrie e i trasporti… sconvolgiamo senza tregua gli equilibri vitali locali favorendo, per giunta, l’approdo di nuove specie altrettanto invasive di noi”. È a partire da qui che bisogna ripensare i refugia, da qui ovvero: non dai ratti ma dall’umano.

Ecco che la scena finale del racconto – il rogo di topi affamati che somiglia a un vulcano in attività –, è sì un’immagine icastica del sacrificio, di ciò che più ripugna l’essere umano, dell’abietto ma anche, ci suggerisce Serres, dell’umano, capace di comportarsi come quei roditori che sbarcarono a Vulcano.

Anonimo, Egoyomi (Rats and Rice Bales), XVIII

In copertina: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, ca.1480-1490 (particolare)

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.