Cafard visuale

Quando si passa la propria vita tra le immagini si sviluppa un sottile senso di fastidio, forse sarebbe meglio dire di disagio, nei confronti della maggior parte di quel che si vede.

Ricordo di aver provato, nel corso degli anni, grandi entusiasmi per immagini che, viste oggi, mi paiono assai deludenti. L’abbondanza di esperienze visive che ci è possibile fare non è certo d’aiuto. Probabilmente, l’abbondanza non è mai d’aiuto. Il moltiplicarsi delle immagini ha, in me, ma non credo solo in me, la capacità di sprofondarmi in malinconici umori che virano, talvolta, verso sfumature iconoclaste.

Gli esperimenti di contaminazione tra visivo e scrittura mi paiono, nella quasi totalità, miserrimi. Quasi sempre sbilanciati da una parte (in genere dalla parte della scrittura che viene accompagnata da immagini dilettantesche o illustrative) o dall’altra (l’artista semianalfabeta che cerca un lirismo d’accatto o una filosofia da bar sport).

L’antiestetica visiva, il lo-fi visuale, mi paiono mezzucci per coprire una totale incapacità tecnica e un’altrettanto totale assenza di attitudine a vedere. La maggior parte degli esperimenti in questa direzione mostrano solo l’incomprensione più profonda della complessità compositiva necessaria per rendere visibile qualcosa nello spazio dell’immagine. Come se la costruzione di un’immagine fosse questione di sentimenti o di gusti.

Nell’epoca della produzione infinita di immagini, nella civiltà dell’ubiquo artista senza qualità, mi pare che quasi nessuno si chieda cosa significhi vedere.

Si scatta, si riproduce un’iconografia stereotipata, si postproduce, si scrolla, si consuma. E si riprende, all’infinito. Anch’io sono fotografo, anch’io sono artista.

A me non interessa riconoscere, voglio vedere. Datemi del visibile. Datemi delle visioni.

Il cafard visuale, questa fatica immane che proviene dalla monotonia della produzione di immagini odierna, da questa massa sovraumana di immagini che nessuno sguardo potrà mai reggere e che non fa che otturare lo spazio per ogni possibile reale visione.

Fatica che ignora se stessa, diceva Cioran del cafard. La fatica dell’immagine brulicante della contemporaneità che ignora il senso della visione (quella assenza di significato che è la visione).

E Unibus Pluram (dai singoli, la moltitudine), scriveva David Foster Wallace, analizzando gli effetti perversi della televisione. La televisione era, però, un gioco da ragazzi rispetto alla digitalizzazione odierna. Ognuno si convince di mostrare la propria singolarità, all’interno di sistemi di visione industrializzati, mentre non fa che scomparire in una moltitudine indifferenziata che altro non è se non la ripetizione infinita dell’identico. Il panottico dell’iconosfera è l’esatto contrario dell’apertura di un nuovo spirito visionario.

Vorrei delle vedute per liberarmi di questa monotonia senza uscita. Vorrei vedere, vorrei qualcuno che mi facesse davvero vedere, vorrei un’immagine che sfondi il muro dell’irrealtà.

In copertina: Lucian Freud, Annabel Sleeping, 1988

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).