Diamo tutto sempre troppo per scontato. Qualche giorno fa, riaperta finalmente la mostra a Palazzo Altemps (Savinio. Incanto e mito, a cura di Ester Coen con la collaborazione di Zelda De Lillo, fino al 13 giugno), con un senso di liberazione tanto ovvia quanto esilarante mi perdo nel labirinto dei rinvii e degli echi, fra Galati Morenti e troni Ludovisi. All’improvviso spunta una signora sognante e deliziata, stupefatta sin quasi all’indignazione: «ma davvero aveva un fratello pittore, de Chirico? Voglio dire, quello che stava a Piazza di Spagna? Ed era uno che scriveva, anche?» «Sì signora, Andrea de Chirico in arte Alberto Savinio. Scriveva, meravigliosamente. Per la verità componeva anche musica» – quella che, neppure troppo soffusa, echeggia nelle sale in cui ci aggiriamo. La signora sgrana gli occhi: «questa musica?» «E faceva anche scene e costumi, come questi», le indico l’enorme scenario per I racconti di Hoffmann di Offenbach, esposto nella sala del non meno surrealista Sarcofago Ludovisi; «oppure questi altri, per Stravinskij», ammicco, alla signora quel nome mi pare suoni, «anzi l’ultima cosa cui ha lavorato è stato uno spettacolo con la Callas al Maggio Fiorentino, l’Armida; lui, ariostesco d’elezione, per ironia della sorte è morto pensando a Tasso». La signora è soddisfatta: «la ringrazio, è stata una scoperta».

Sì, ancora oggi Savinio può essere una scoperta. Sono io che ringrazio la signora. Vampirizzo la meraviglia negli occhi dell’habituée dell’arte antica, l’assaporo con voluttà; in effetti lo stupore – per quanto scafati ci possiamo ritenere – resta la sensazione principe, ogni volta che si ha a che fare col Signor Ermafrodito. Oltre alla musica colla quale vulnerò Apollinaire nel ’14, terremotando i pianoforti di Parigi colla sua Mi-mort, oltre agli scenari ai bozzetti alle riviste ai libri (la problematica «Colonna», primi anni Trenta; la formidabile Storia vera di Luciano, un’isola di ragione nell’universale mareggiare di follia del ’44), il core business, si capisce, sono i dipinti. La mostra, tranne un’appendice con lavori postremi del ’50, si concentra sul primo periodo sino al ’31. E ci mostra un antefatto sorprendente (rispetto al terminus post quem fissato dal fratello al ’27, qui ricordato da Tommaso Pincio) nei lavori del ’25-26, dall’assemblage spregiudicatamente ancora-dadaista (alle riviste di Tzara Savinio aveva collaborato, da poeta, già nel ’17): prima di trionfare nelle isole coloratissime, nei trofei di giocattoli, nei giganti microcefali (magnifico un Prometeo del ’29), nelle teste d’uccello, negli intérieurs enigmatici, insomma in tutto il repertorio che credevamo di sapere a memoria ma che ogni volta, davvero, pare appena scoperto.

Il libro parallelo (Savinio. A-Z, Electa, pp. 360, € 34) è un giro di vite geniale di Ester Coen. Alla Nuova enciclopedia (uscita solo postuma, nel ’77 da Adelphi, ma composta da pezzi usciti nella rubrica omonima tenuta su varie testate fra il ’42 e il ’48) risponde un’Enciclopedia Novissima di 107 lemmi tematici scritti da 31 autori – ivi compresi un buon numero di pezzi estratti dal corpus dello stesso Savinio – che in modo tanto puntiglioso quanto desultorio (la lezione appresa dal Manganelli di Pinocchio: un libro parallelo: «tutto arbitrario, tutto documentato») esplora, senza pretese di completezza ma in tutte le direzioni, quello scibile umano e non umano che prese il nome di Savinio. Al libro, oltre a storici dell’arte, antichisti e altri studiosi, hanno collaborato una quantità di scrittori d’oggi (da Filippo Tuena a Ginevra Bompiani, da Emanuele Dattilo a Franco Porcarelli-Adam Zzywwurath, da Annelisa Alleva a Luca Scarlini), e per la cortesia degli autori e dell’editore presentiamo qui – dopo la postfazione della curatrice – quattro “voci” a mero titolo di sineddoche.

Dice Luca Archibugi (alla voce Teseo) che «il passaggio continuo da metafora a metafora non porta ad alcuna soluzione dell’enigma, allo stabilire alcun logos originario; non vi è che un continuo rimando, in linea con la filosofia antiessenzialistica del Wittgenstein maturo, in cui non sono date sostanze o essenze, e in cui la “robustezza del filo è data da un intrecciarsi di somiglianze e dissimiglianze. Non a caso, il linguaggio viene definito un labirinto». E così Savinio si ritrova a meraviglia con poeti-filosofi parimenti anti-sistematici: da Leopardi a Eraclito, da Nietzsche allo Schopenhauer dei Parerga e paralipomena. Che in alcuni casi hanno avuto la sua stessa sorte, di vedersi riconosciuti tardi o tardissimo. Un pensiero, il suo, che non solo ignora qualsiasi sistematicità ma ogni sistema destruttura, dissipa, decompone: riducendolo a terrificanti quanto esilaranti partes extra partes; come il corpo del Signor Münster nel racconto-apologo di Casa “la Vita” riscritto da par suo, nel volume, da Tommaso Ottonieri.

Non potrebbe essere più eloquente l’esergo del libro, riprodotto a lettere cubitali da un pezzo di Scatola sonora del ’42: «“giocare all’arte”, ossia passarsi di mano in mano come una palla variegata i soggetti da mettere in musica, le frasi da parafrasare, i temi cui come alla stella cometa si aggiungono variazioni sempre nuove. Lo stesso fatto che le ventiquattro lettere dell’alfabeto variamente combinate sono atte a esprimere le infinite fantasie del nostro cervello, le sette note della scala a comporre una innumerevole varietà di suoni, dimostra che il gioco dell’arte non è se non una lunga, continua, infinita variazione». Nella voce Enciclopedia di Nuova enciclopedia, scandisce Savinio con l’euforia annichilente che solum è sua: «Oggi non c’è possibilità di enciclopedia. Oggi non c’è possibilità di saper tutto. Oggi non c’è omogeneità di cognizioni. Oggi non c’è affinità spirituale tra le cognizioni. Oggi non c’è comune tendenza delle conoscenze. […] E poiché d’altra parte non c’è speranza che idee così lontane possano riunirsi e fondersi, conviene rassegnarsi a una crisi perpetua e sempre più grave della civiltà. Rinunciamo dunque a un ritorno alla omogeneità delle idee, ossia a un tipo passato di civiltà, e adoperiamoci a far convivere nella maniera meno cruenta le idee più disparato, ivi comprese le idee più disperate». Sempre allegro con disparazione, all’anti-enciclopedico par excellence è riuscito il miracolo, la gaia scienza di ricreare l’universalismo rinascimentale o illuministico che tanto lo affascinava: nel tempo più disparato, e disperato, della storia umana. Sì, signora: scriveva, anche.

Andrea Cortellessa

Promenade Pompéienne, 1925-1926, tecnica mista e collage su tela, 21,5 x 27,5 cm, collezione privata, © Alberto Savinio by SIAE 2021

Dalla A alla Z

Ester Coen

Scomporre e scompaginare un ordine tradizionale. Un tentativo eccentrico per un artista eccentrico. Per un artista poliedrico e versatile come Alberto Savinio.

Una realtà iridata e polifonica quella di Savinio, la realtà che questo volume vuole restituire attraverso la varietà di autori e voci. Una polifonia accordata su altezze e sfumature sonore diverse a comporre la rete di rapporti e interessi che ha dato origine all’opera multiforme ed enigmatica che tanti misteri ancora nasconde. E che, con la leggerezza del frammento o del capriccio, nella ricchezza di un’analisi sfaccettata, una trentina tra storici dell’arte, della letteratura, del teatro, della danza, filosofi, scrittori, musicologi, archeologi, saggisti, con estro mirabile e competenza scientifica, hanno esplorato per una fantasiosa rapsodia, per una nuova Enciclopedia atipica, extravagante.

Una enciclopedia per un artista che, come in un gioco perenne, costruisce, distrugge per poi ricostruire con animo incolpevole e malizioso, inventa e scopre mondi paralleli e immaginari: il gioco che giocano il fanciullo e l’artista. Quasi a far risuonare le parole di Friedrich Nietzsche: «Non è la scelleratezza, bensì è l’impulso a giuocare, risorgente sempre di nuovo, che suscita alla vita altri mondi. Talvolta il fanciullo getta via il suo giocattolo, ma tosto lo riprende, per innocente capriccio. E non appena costruisce, egli collega, adatta e forma in obbedienza ad una legge e in base ad un ordine intimo. Soltanto l’uomo estetico può contemplare il mondo in questa maniera: egli ha sperimentato nell’artista e nel sorgere dell’opera d’arte […] in quale misura necessità e giuoco, contrasto e armonia debbano accoppiarsi per generare l’opera d’arte».

Da questa continua dissonanza di pezzi che si incastrano, di tessere accostate senza apparente logica, di schegge deposte come per caso sullo spartito, sulla pagina, sulla tela, Savinio genera quel caleidoscopico spettacolo come chimerica apparizione di universi capricciosi e perturbanti. Un clamoroso fuoco d’artificio frizzante, euforico, scintillante e brioso che schizza e incide note, parole e colori con esuberanza impetuosa ed effusiva creando scompiglio e mescolando registri in una dimensione altamente polifonica. Polifonia come segno di un artista pirotecnico e sperimentatore: musicista, scrittore, pittore, costumista, scenografo, polemista, critico.

Ma quale il filo rosso che lega tutti questi aspetti a un’unica poetica? Quale la particolarità dello sguardo di Savinio? L’idea che l’arte sia una «forma di materializzazione dell’anima, del temperamento, del sentimento», che sprigioni dalla compressione della materia, come polvere da sparo, che esploda facendo emergere «la sostanza lirica delle cose». Solo l’artista può attingere alla vera conoscenza e, rifuggendo originalità e stravaganza fini a se stesse, giungere a quello stato di «intelligenza», alla scoperta di ciò che della realtà esiste oltre la parvenza fenomenica. Un processo creativo che lancia un ponte verso passati immemorabili, verso quel senso di timore, di soggezione, di spavento, verso oscure penombre, verso impenetrabili miti, verso ermetiche cosmogonie.

È quello scavare, acceso da un misterioso impulso, a provocare turbamento, condizione tormentosa di ogni processo inventivo, a preludere ancor più alla scoperta di quegli aspetti inquietanti e sorprendenti delle cose.

Al contrario della ritmicità del susseguirsi di istanti e pause in letteratura, poesia e musica, l’espressione pura dello «stato lirico universale per mezzo di forma ossia di volumi plastici» è dimensione atemporale dello spirito. Una dimensione immobile nella quale Savinio introduce la sua impronta, la sua pungente personalità, con sarcasmo. Con quell’«humour noir», così particolare e speciale, che lo istiga a stravolgere, deformare apparenze e «aspetti terribilmente chiari» della realtà percepita. Un umorismo così profondamente radicato nella cultura della sua terra natale, segno imprevedibile dello spirito socratico, occasione per uno spazio di finzione e dissimulazione, per il tempo di un interrogare, per la sospensione di una affilata, sottile analisi. Un procedere speculativo che attraverso l’assurdo tradisce la vera essenza dell’esistere. E che in Savinio si presenta con forza esuberante, spumeggiante, vivace, prorompente, caustica, vulcanica.

Da dove scaturisce questa energia, questa vitalità? Dal cortocircuito del plurilinguismo tra infanzia e adolescenza? Dal meticciato culturale, dalle memorie che attraversano territori tra Oriente e Occidente e animano quella dimensione polimorfa, quella narrazione, quella mitologia personale? Una mitologia ricca di ibridazioni, di incontri, di incroci sgorgati dalla contaminazione di elementi e immagini che, come torrenti in piena, confluiscono in una nuova categoria morfologica. Una categoria nella quale si riversano tutte le diverse particolarità linguistiche ghermite e rimescolate, coniando singolari e insoliti idiomi, talvolta così lontani dalla propria cultura e dai propri costumi ma anche così ricchi di nuove sonorità.

È l’inizio del modellarsi di quella eclettica e articolata personalità in cui risuonano forti gli echi dell’altrove. Il riverbero di quel sottile gioco di rimandi e rispecchiamenti da una sponda all’altra del Mediterraneo, passando per Germania e Francia, di quello sfalsamento spaziale, di quello scarto temporale ai quali Savinio si abbandona e si lascia trasportare. Riflessi e risonanze che, nel continuo rilancio di idee e immagini, deformandosi, creano inganno e verità di simulazione, reali e seducenti cifre della sua arte.

Nella deviazione, nello sfaglio qualcosa di inatteso si rivela e, a distanza di millenni, libera e restituisce sensazioni che affiorano alla superficie con intensità primordiale, squarciato lo schermo frapposto dal manifestarsi della coscienza. Lo smarrimento si disperde, l’artista allora vede con chiarezza, con capacità profetica, quello che gli altri ancora non vedono e lo mostra nella forma stessa in cui l’apparizione si è affacciata. Non una pura rivelazione metafisico-dechirichiana prodotta dall’improvviso spezzarsi del concatenamento logico delle cose, né l’improvvisa caduta del velo di Maya, né la casuale associazione surrealista di parole e immagini. Nessuno di questi mondi è il mondo di Savinio.

Simili solo per alcune tematiche, i dipinti di Savinio, spesso assimilati a quelli del fratello Giorgio, illustrano un’alterità feroce e inesorabile che non sempre coincide con l’aspetto di ciò che è conoscibile attraverso i sensi. Una sorta di metaforica verità che trae origine da connessioni psichiche basate sull’analisi «in pieno assetto spirituale» della «ragione che governa il tutto penetrando il tutto». Ragione, in stretto binomio con la mente, in continuo ascolto dell’incessante evoluzione del cosmo, di quel divenire ereditato dalla filosofia eraclitea, in perenne ascolto del «senso del fantasmico, ch’è come il punto, in continuo trasformarsi, del continuo appalesarsi degli aspetti. È come il petto dello spirito che tocchi il lembo della zona inesplorata. Convergono a quel petto gli estremi degl’ingranaggi che funzionano a condurre all’uomo ogni ricchezza del difuori; ed afferrato il nuovo aspetto, lo accolgono, lo macinano e se ne nutrono, e alfine lo risolvono nella dolcezza esatta dell’elemento assimilato».

«Come cose pensate» i singoli elementi si dispongono allora nella composizione secondo dinamiche naturali, come se quelle «cose», assimilate alla logica metaforica del simigliante e del traslato, passate al setaccio dell’intelletto dell’artista, assumessero finalmente il loro vero sembiante. La loro forma originale. E se le immagini di de Chirico parlano del trasfigurarsi della realtà attraverso l’improvvisa rivelazione di quanto celato dietro l’apparenza del reale, se l’ininterrotto, spontaneo flusso surrealista lascia affiorare dall’inconscio brandelli di idee o visioni tanto più evocative di meraviglia quanto più sciolte di coerenza, continuità e controllo logico, le affinità o analogie con l’opera di Savinio si perdono nella difformità delle poetiche. Il mondo di Savinio brulica diversamente di associazioni eteroclite e insolite, di associazioni ripescate dal fondo di ricordi immemoriali, archetipici, atavici, innati che cristallizzandosi si dispongono a tratteggiare, con naturalezza, affascinanti grovigli e architetture di forme colorate, figure ibridate, misteriosi, remotissimi paesaggi fossilizzati. Racconto e immagine si materializzano allora in scoppiettanti, pungenti, velenose incarnazioni di realtà dalle apparenti note parodistiche e scherzose. Ma, nel fissarsi e solidificarsi in qualcosa di concreto, riconoscono la fondatezza dell’artificio e, per trasposizione, quanto sembrava artificioso svela ora la vera natura dell’essere e delle cose. Una natura distopica, spaventevole, straordinaria, sbalorditiva, sorprendente dove l’iperbolico e l’irreale, diversamente costretti e imprigionati dalla pagina o dalla tela, diventano misura di un universo personale, poietico, fantastico. In una proliferazione ininterrotta di immagini prodigiose, allo stesso tempo crudeli ed efferate. Questo mondo visionario, eppure così reale, spesso forzato sulla superficie pittorica all’interno di costruzioni sceniche dove il bestiario “in costume” sfila come in una galleria di ritratti all’interno di ambienti borghesi sofisticati e manieristi, ha i tratti dell’amaro, della ferocia caustica. Bestiario di creature ibride nate da innesti sconcertanti che altro non sono se non figure metamorfiche di sembianze umane. Archetipi naturali di figure familiari che assumono la fisionomia di animali da cortile o da serraglio come in una riscrittura privata della mitologia. In un continuo intreccio tra mito, storia e memoria dell’infanzia dove si scivola da un registro all’altro per slittamenti improvvisi e inavvertiti a suscitare meraviglia.

Una realtà sdoppiata, moltiplicata piuttosto, nel riverbero di infinite apparenze riflesse, di sorprendenti mimetizzazioni, dove le ombre si sostituiscono al tangibile, dove il perturbante si insinua tra parola e pittura, dove presentimenti e prefigurazioni spostano, per tensione e dialogo, la percezione tra vero e falso. Imbrogliando, come per magia, messinscena e azione nell’inquietante dislocazione tra reale e immaginario, nella perdita vertiginosa di distanza dove l’altro e il sé si avviluppano in un perverso gioco dialettico di identità e simulazioni. Nella perdita sviante, ingannevole, avvincente di ogni principio di realtà. Dove l’unica catartica verità si insedia nell’opera dell’autore. Andrea de Chirico, alias Alberto Savinio.

Prometeo, 1929, olio su tela, 79,5 x 65 cm, collezione privata © Alberto Savinio by SIAE 2021

Ermafrodito

Emanuele Trevi

  • Hermaphrodito, 1918, Einaudi, Torino 1974

Se è mai esistita una letteratura “metafisica”, la cui ipotetica fioritura andrebbe collocata nel secondo e nel terzo decennio del Novecento, ebbene Hermaphrodito, il primo libro pubblicato da Alberto Savinio per le «Edizioni della Voce», ne rappresenta un vertice che, a distanza di un secolo, non possiamo che considerare con l’ammirazione dovuta ai capolavori che resistono all’usura del tempo. Era il 1918: in quell’ultimo anno di guerra, l’esordio letterario di Savinio ha il carattere speciale di quei libri in cui l’autore sembra aver riversato tutto ciò che ha imparato dalla vita – e non importa che, in fin dei conti, si tratta della vita di un ragazzo di ventisette anni. L’«uomo metafisico» che in Hermaphrodito racconta le sue avventure di soldato sembra ricorrere simultaneamente, come raccogliendo una molteplicità di raggi in una lente ustoria, a tutte le prerogative di tutte le età: è un puer-senex senza fissa dimora, un eroe del paradosso, un supremo sacerdote dell’ironia, la più esigente delle dee. È capace di un’affabulazione straordinariamente efficace e sorprendente, come se la prosa si spingesse nella mente del lettore in maniera rettilinea ma anche scartando alla fine della frase o del paragrafo come fa il cavallo degli scacchi. Che l’insegna di quest’arte sia quella androgina di Ermafrodito può sorprendere, a maggior ragione se è lo stesso Savinio a rendersi conto dei pesanti pregiudizi simbolisti che pesano su ogni facile riappropriazione mitologica. «Sono l’opposto di Maurizio Maeterlinck», dichiara a un certo punto: «voglio dire che non ho l’animo bacato da nessun ermafroditismo idealistico» – imputando al poeta belga, premio Nobel nel 1911, una specie di disponibilità eccessiva e casuale al gioco delle sensazioni e delle impressioni. Aggiunge infatti Savinio: «il divagare a occhi aperti mi ripugna». E allora? Allora si tratterà di intendere questo titolo inaugurale (ma profetico di tutta l’opera) come un deciso spostamento d’attenzione dal soggetto all’oggetto, dalla psicologia al mondo. L’“ermafroditismo”, insomma, è un atteggiamento, una specie di affezione o moda spirituale che ha fatto il tempo suo; Ermafrodito invece è un prodigio ancora intatto, e si potrebbe affermare che il vero artista è colui che in ogni aspetto del mondo, non importa quanto ordinario e dimesso, sa riconoscere la forma di un Ermafrodito. E dunque: «comporrò la mia mente in tal maniera sì da esser pronto a un getto d’eroismi fuori dal fenomeno più trito e più cretino». Ciò comporta una gerarchia mentale che privilegia decisamente la meraviglia, con tutta la sua carica di estroversione, agli stagnanti tepori interni della sensibilità. Savinio insomma condivide con la sua generazione la totale messa al bando della psicologia borghese e della sua obbligata conseguenza nel modo di rappresentare i fenomeni della vita, ovvero «quell’idiota processo mentale che predispone inevitabilmente al verosimile». Ma nel grande crogiolo delle avanguardie, l’autore di Hermaphrodito si distingue per un primato assegnato all’immaginazione che affonda le sue radici nell’infanzia e si nutre di letture ed esperienze originali e inclassificabili. Nell’immaginazione trova sfogo sia l’inclinazione per il dettaglio, sia la capacità di legare i singoli dettagli in nuove configurazioni di significati. «Riannodo i fatti come i granelli sparsi d’un rosario e li narro come si ridice la trama di un sogno». Sembra questa la formula segreta dei bellissimi racconti di guerra presenti nel libro, primo fra tutti La partenza dell’Argonauta, che è anche il resoconto del lungo viaggio del caporale Savinio, in treno da Ferrara a Taranto e poi in nave, su un Mediterraneo infestato da mine e sommergibili tedeschi, fino a Salonicco, la «Città Inquietante». Il contributo di Savinio alla letteratura di guerra è così originale che non sembra appartenere, pur così fitto di eventi e luoghi reali, al suo tempo. Ogni singola pagina è un piccolo mondo governato da un ironico demiurgo che si diletta a combinare il maggior numero possibile di coincidenze tra opposti, alla ricerca di una verità inafferrabile, ma che non smette mai di essere inseguita con le armi della sorpresa e dell’analogia. Potremmo a questo punto chiederci: se la psicologia borghese produce la mortificazione «idiota» del verosimile, il cinismo visionario dell’uomo metafisico a che tipo di rappresentazione del mondo conduce? Ebbene, tocchiamo con questa domanda un nodo che è centrale in tutta la creatività di Savinio, e che rende del tutto coerenti e sinergiche le varie sfaccettature del suo proverbiale eclettismo. Lo sguardo dell’uomo metafisico ha una natura essenzialmente grottesca, e grotteschi sono gli esiti della preminenza accordata, tra le facoltà impegnate nel processo creativo, all’immaginazione. Per spiegarcelo, Savinio rappresenta se stesso, in una pausa del suo viaggio in treno, nelle vesti di disegnatore, sia pure sulla superficie meno adatta a trattenere la memoria dei segni appena tracciati: la «sabbia levigata» di una spiaggia adriatica, dove il nuovo argonauta in divisa da caporale incide (verosimilmente con un bastoncino raccattato all’uopo) «profili di uomini e di animali, con sviluppo ipertrofico delle parti sconce». Ma dove comincia l’uomo e finisce l’animale, nell’immaginazione di Savinio? Ogni prodigio è androgino, in ogni prodigio il maschio e la femmina, come la bestia e l’uomo, si danno un sorprendente ed effimero convegno. E ciò che appare all’immaginazione del lettore non è più la solita, ragionevole immagine del mondo che attende solo le torpide soddisfazioni del riconoscimento e dell’identificazione. La sua complicità è indirizzata ad altri obiettivi. Si tratterà, come ha scritto benissimo Gian Carlo Roscioni, di condividere con Savinio «uno stato o piuttosto una funzione psichica che non ridesta i fantasmi assopiti nel fondo dell’anima, ma ne crea di nuovi e impreveduti». E questo è esattamente il motivo che ancora oggi fa della lettura di Savinio una di quelle esperienze che si possono veramente definire rivelatrici e insostituibili.

Le rêve du poète, 1927, olio su tela, 116 x 88,5 cm, collezione privata, © Alberto Savinio by SIAE 2021

Filippo Tibertelli de Pisis

Ruggero Savinio

  • Tre lettere di Filippo Tibertelli de Pisis del 1917 ad Alberto Savinio, in Mostra dell’opera pittorica e grafica di Filippo de Pisis, catalogo a cura di L. Magagnato, M. Malabotta, S. Zanotto, Mondadori, Milano 1969

Nel 1960 vivevo a Parigi. Che facevo? Facile dire che sprecavo il tempo. Visite al Louvre, lezioni alla Sorbonne, di professori a me ignoti, che dopo ho scoperto essere illustri: Leroi-Gourhan, Benveniste, Chastel, ecc. Soprattutto, come dice Klee nel Diario, volevo «imparare la vita».

Il quartiere che ci accoglieva, me e i miei amici, era il Quartiere Latino. Era un tempo fra due tempi. Il tempo precedente era ancora lì: vedevo Arthur Adamov nel bar di boulevard Saint-Germain, dove passavo tante ore: stava nella terrasse dell’Old Navy, estate e inverno a piedi nudi calzati nei sandali. Tristan Tzara, Benjamin Péret, André Breton li vedevo passare sul boulevard.

Un giorno, non so come, qualcuno si è introdotto fra i miei amici: Remo Bianco. Tornava da un soggiorno in America, dove aveva ricevuto non so che borsa, o che premio. Era cordiale, amichevole, loquace e generoso. Ci invitò tutti in una brasserie del quartiere.

L’ho rivisto qualche volta a Milano, che nel frattempo era diventata la mia città ed era anche la sua. Non sapevo della sua amicizia con de Pisis. Del resto, ignoravo tutto di lui, anche la sua pittura, che era abbastanza segreta: solo adesso vedo che viene un po’ ricordata.

Un giorno mi confidò qualcosa che aveva il senso di una comunicazione infera. Una lettera di de Pisis a mio padre. Lettera chiusa, mai spedita, la chiusura della morte l’aveva impedito. Del resto, anche mio padre era da tempo nella definitiva assenza della morte.

Non so o non mi ricordo se quella lettera l’ho letta. Consegnata al Gabinetto Vieusseux, dove giace l’archivio di mio padre, essa è lì, fra le altre testimonianze.

Testimonianze di che? In questo caso di un’amicizia che ha avuto le sue punte ardenti e i suoi cali d’intensità.

Nel libro di Guido Ballo su de Pisis un’altra lettera è pubblicata: lettera a Alberto Savinio. Questa è del 1917. Mio padre è sul fronte orientale, interprete a Salonicco.

De Pisis, a Ferrara, coltiva il suo spleen. La mancanza dell’amico, il desiderio di lui lo fanno scrivere.

«Ti ò vivamente desiderato in questo tempo. Tu eri per me (e vorrei che tu sapessi o volessi comprendere la sincerità e l’affetto profondo con cui ti parlo) un grande conforto. È vero che io da quell’egoista e tormentato che sono mi servo di tutto e non so interessarmi veramente di nessuno (sebbene forse non sembri), tu però eri così fine, così furbo e arguto in certe tue bricconate, in certi tuoi discorsi profondi sintetici e vivi che sebbene rari mi aprivano tutto un mondo nuovo, che io sono assai assai rattristato, caro Alberto, d’averti perduto».

Gli resta la madre, la nonna Gemma, e «Giorgino». «Io gli faccio le lodi di coloro che ammiro e che potrei amare e lui non si trattiene dalle sue boutades porconografiche».

Del teatrale manierismo di de Pisis io avevo testimonianza da «Giorgino». Giorgio de Chirico era pronto all’aneddoto buffo e scabroso. Raccontava che una notte, a Parigi, de Pisis, aggredito da uno dei giovanotti che metteva a posare per i suoi San Sebastiano, dalla finestra della sua stanza gridava: «Aiuto! Aiuto! Stanno ammazzando il conte Tibertelli de Pisis…» (in italiano).

Un’altra delle boutades porconografiche di de Chirico era raccontare che de Pisis, a Ferrara, era stato scartato dalla leva militare per ermafroditismo.

Oltre che de Chirico, mia madre era la memoria testimoniale di cose e persone. De Pisis io non l’ho mai conosciuto, ma ne serbo una conoscenza indiretta dai racconti di lei. Anche oggetti: il bastoncino, che spesso mio padre, quando dipingeva, usava come poggiamano, era un dono di de Pisis a mia madre.

La devozione alle vecchie signore è un tratto del personaggio de Pisis. Dopo che sua madre morì, con strazio dell’attaccatissimo figlio, forse fu proprio allora che de Pisis portò in dono il bastoncino, e infittì le sue attenzioni a mia madre. Lei gli diceva: «Perché, de Pisis, pensa che sia diventata anch’io una vecchia signora?».

Non so perché l’amicizia de Pisis Savinio sia calata d’intensità. Posso immaginare che le boutades porconografiche di de Chirico fossero anche, sotto sotto, quelle di mio padre.

Quello che so, e che posso dire, è che per me de Pisis, nonostante tutte le vicinanze, Ferrara, la Metafisica, ecc., è il contrario di Savinio.

«Io mi dondolo sull’altalena del facilonismo», scrive de Pisis nella lettera del 1917. Quello che, per qualche scontentezza e tristezza («Nessuno vorrebbe dirigersi verso la gioia più di me») chiama facilonismo è l’altalena sontuosa e magnifica della sua pittura.

La libertà alla quale mio padre portava una grande devozione era per lui una libertà della mente, l’altro lato della sua strenua attenzione alle forme. Per de Pisis, libertà è il desiderio nervoso portato al massimo del tragismo (il quadro Natura morta marina con la penna, 1952).

In quel romanzo non romanzo, Il marchesino pittore (1927), dove si concentra nella scrittura la forza desiderante di de Pisis, il marchesino è occupato, a un certo momento, a collocare sul muro della sua stanza di Parigi un quadro di Alberto Savinio.

Monumento ai giocattoli, 1930, olio su tela, 80 x 65,5 cm, Milano, collezione Prada, Courtesy Farsettiarte, Prato, © Alberto Savinio by SIAE 2021

Giacomo Leopardi

Antonella Antonia Paolini

  • Utilità di Leopardi, in «La Stampa», n. 6, 7 gennaio 1937, p. 3
  • Drammaticità di Leopardi, 1938, Edizioni della Cometa, Roma 1980
  • Sorte dell’Europa, 1945, Adelphi, Milano 2014

Giacomo Leopardi sta tra gli uomini che hanno preceduto nel tempo Savinio- Nivasio (come Eraclito, Platone, Luciano di Samosata, Voltaire, Stendhal, von Arnim, Nietzsche), «uomini preclari» che, scrive Savinio «si ritrovano e continuano in Nivasio Dolcemare” e gli «uomini oasi», “uomini isola», uomini «fuori della vita» (come Omero, Dante, Shakespeare).

La presenza di Leopardi in Savinio è pervasiva e sfuggente, sempre viva. Oltre a restare sottotraccia, simile a una rete di sole riflessa sul fondo marino, di una familiarità profonda, quasi genetica oltreché d’influenza (da maestro segreto), traluce spesso brillando nei luoghi più inaspettati; penso allo stesso cognome di Nivasio (Savinio scrive «il destino di noi uomini ‘civili’ è nei nostri nomi e nei nostri Cognomi») «Dolcemare» che fonde l’elisir «dolce» dell’Infinito e il «mare» in cui Leopardi naufraga alla fine della sua avventura; è presente nella stessa solitudine affollata delle identificazioni e degli alter ego, alcuni reali come Luciano, altri immaginari come Achille. Vivissimi e inattuali già in vita, a entrambi una sola identità non è mai bastata.

Molti “affioramenti” leopardiani sono stati già ampiamente rilevati; ad esempio Il Cantico del Gallo Silvestre in La casa ispirata o I Paralipomeni nel racconto Trololò in Casa “la Vita”, come pure l’importanza delle Operette e dello Zibaldone; Leopardi è anche dentro altri personaggi (in Lorenzo Mabili, ad esempio) o in Sorte dell’Europa, in Nuova enciclopedia, dove emerge spesso. Un “segno” leopardiano è persino sotto il piede sinistro di Psiche in La nostra anima e in tanti altri luoghi saviniani, ma soprattutto nel modo di vedere e nella lingua, la quale ha quella sublime naturalezza che costituisce l’ossatura chiara del loro linguaggio, di chi «opera a freddo», dopo il «mareggiare» dei sentimenti e «richiama la sensazione passata» riuscendo a trarre con somma arte la semplicità «grave e dolce degli antichi che incanta e incatena». L’antichità e il mito sono un luogo interiore che abitano con intelligenza «disumana». In quella luce di «luna ‘greca’» metallica e futura «una gelida luce irta di rilievi, un giorno capovolto, una chiarità di acciaio che rivela ciò che il giorno non può rivelare» in cui camminano a piedi scalzi con Picasso e Ovidio.

Per Savinio Leopardi sa guardare anche altrimenti che «di faccia», come fa col suo «sguardo da dea» la poesia italiana. «Singolare anche in questo tra i poeti italiani, Leopardi non considera la sola faccia delle cose: spesso non la considera affatto, e le guarda di profilo, talvolta da tergo». Leopardi, introduce «l’utile, fecondo, prezioso dubbio nella letteratura italiana: in questa letteratura troppo sicura di sé, in questa letteratura affermativa». Leopardi è poi per Savinio l’«unico femminista delle lettere italiane».

Con Giacomo, Savinio non ha rapporti «cerimoniosi e di omaggio» ma «diuturni e diretti, stretti e umani», d’amicizia; a sé e a Leopardi riconosce di vivere «nella pienezza e nella essenza poetica dell’universo», lo tratta «con la confidenza di un contemporaneo». Comprendendone e condividendone pienamente la complessità, l’anti-antropocentrismo, l’ironia, lo difende da ogni «dolorismo», da ogni «profondismo». Attribuisce a Leopardi già nel 1938, contro il giudizio di Croce, la dignità di filosofo.

Leopardi per Savinio è un antidoto contro la stupidità, uno che sa stare solo, singolare dall’altra gente, con un «senso originale della vita» capace dunque a differenza degli schiavi «di opinioni tronfie e inerti» di «generare opere vive e contenenti un loro proprio presente e un loro proprio avvenire».

L’amore di Savinio per l’Italia, l’Europa e Leopardi costituisce anche una sfida politica contro il fascismo. È sempre ricordato Il sorbetto di Leopardi, l’articolo di Savinio su «Omnibus» del 28 gennaio 1939 così pungente, irriverente e efficace da fornire a Mussolini il pretesto per chiudere il giornale. Savinio sottraeva Leopardi alla proditoria deformazione del suo volto da parte del fascismo che ne aveva tentato un’appropriazione imbalsamatoria per celare, tra le altre cose, proprio il riso la cui potenza è «terribile ed awful».

Contro l’idea d’Europa «tolemaica» che aveva Hitler si potrebbe adoprare la bella intelligenza demistificatoria e antiretorica di Leopardi e Savinio, due “impolitici” a loro modo, con un’eleganza più autoironica di quella del flâneur e del dandy (immagino Leopardi accanto a Savinio nel quadro di quest’ultimo chiamato I consiglieri) per pensare un’altra idea di patria aperta all’Europa, da utilizzare contro il nazionalismo «causa d’immiserimento mentale, di egoismo e d’ignavia». In Sorte dell’Europa Savinio scrisse parole che Leopardi avrebbe condiviso e che suonano contemporanee «perché le necessità del nostro presente e soprattutto del nostro futuro ci costringono a pensare, a comportarci, a vivere non più come nazionali di una sola nazione, ma come nazionali di tutte le nazioni che dovranno costituire la nazione Europa, se l’Europa vorrà ancora vivere con libertà e dignità; perché cominciando fin da ora a pensare europeamente, penseremo meglio e più utilmente ai fini stessi dell’Italia».

Possiamo immaginarli, adesso in un altrove sempre presente e futuro in cui i loro scritti li collocano, dire insieme con le parole di Savinio: «Con animo più pacato, con umore più spassionato, con occhio più calmo e più giusto noi ci voltiamo a guardare il nostro passato e ci accorgiamo con sorpresa, ci accorgiamo con gioia che dietro di noi, e quasi senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un’opera. Che importa morire? Ormai noi abbiamo il sapore in bocca dell’immortalità». Un sapore gustato da entrambi in vita (Giacomo scriveva già a diciotto anni: «A morir non son nato, eterno sono / Che ’ndarno ’l core eternità non brama»), quella in cui si trovano ancora, proiettandoli la Letteratura ben oltre la morte.

L’ira di Achille, 1930, olio su tela, 54,5 x 46 cm, Collezione Barilla di Arte Moderna – Parma © Alberto Savinio by SIAE 2021

Hermes

Tommaso Pincio

  • Hermaphrodito, Libreria della voce, Firenze 1918
  • Il signor Dido, Adelphi, Milano 1978
  • Maupassant e “l’altro”, il Saggiatore, Milano 1960

Ermes, padre di Ermafrodito e dunque di Alberto Savinio nonché di Nivasio Dolcemare e perciò dell’Alberto Savinio ancora bimbo o almeno giovinetto o giovanotto; padre inoltre del signor Dido ovvero dell’Alberto Savinio uomo maturo, e ancora di Innocenzo Paleari e del signor Münster, che di Alberto Savinio manifestavano l’età avanzata. A questi suoi figli potremmo poi aggiungere una progenie numerosissima di altri alias, tutti sempre e comunque riconducibili ad Alberto Savinio e in cui troviamo, tra gli altri, eroi del mito quali Ulisse, scrittori e drammaturghi come Maupassant e Ibsen, e forse perfino Isadora Duncan, danzatrice moderna e vittima dell’antico, della dea Diana, responsabile, secondo Savinio, di averla condotta alla morte per mezzo di una sciarpa. Alcuni studiosi includono nella prole di Ermes anche Andrea de Chirico, ma è come dire che Alberto Savinio e Andrea de Chirico erano la stessa persona, anzi che il primo era soltanto il nome fittizio adottato dal secondo per non vivere, pare, troppo all’ombra di una terza persona, Giorgio de Chirico, fratello sia del primo sia del secondo. Malgrado le apparenze una simile identità non va però data per scontata. Vi è infatti una schiera di commentatori che, seppure sparuta, nega con forza l’ipotesi, bollandola come assurda sulla base di un assunto in effetti problematico: com’è possibile che due individui siano la stessa persona, quando nessuno è mai davvero se stesso? Per risolvere l’enigma, bisognerebbe stabilire una volta per tutte se davvero il nom de plume Alberto Savinio servisse a distinguersi o piuttosto il contrario, a nascondersi. Ma neanche su questo punto esiste una uniformità di vedute. Leonardo Sciascia, quando ormai Savinio era scomparso da tempo, chiese a Giorgio de Chirico se in quel cambio di nome non vedesse un’inclinazione del fratello a farsi da parte, qualcosa di somigliante al sacrificio. De Chirico rispose seccamente, racconta Sciascia, ma anche seccato, aggiungiamo noi: «Mio fratello cominciò a dipingere nel 1927. Faceva dei ritratti molto rassomiglianti». La risposta, all’apparenza elusiva, svela il suo senso riposto non appena ci si chiede: rassomiglianti a chi? Ogni dipintore, si sa, dipinge sempre se stesso e il figlio di Ermes – conviene chiamarlo così per non perderci più del dovuto in questo labirinto di nomi – faceva ritratti molto rassomiglianti anche quando scriveva, anzi soprattutto quando scriveva. Si è infatti dilettato parecchio e con molto profitto in quello che è in fondo l’equivalente letterario del ritratto – la biografia – e i suoi cimenti in questo genere di mezzo, in bilico tra l’evasione narrativa e i rigori della Storia, presentano sempre due caratteristiche: si distinguono tutti per una certa brevità, il passo alato di Ermes, parente stretto il tocco rapido dei ritratti cosiddetti alla macchia, eseguiti cioè al volo e a memoria in assenza del modello, e in tutti il soggetto narrato si riflette nel narratore fin quasi a diventarne un’emanazione, un avatar, una possibilità di esistere. Lo stesso ritrattista biografo, rivolgendosi a uno dei suoi soggetti, ammette: «nello scrivere la tua vita non avevo l’impressione di scrivere una vita, ma mi pareva di scrivere la mia propria». Curiosamente, che il narratore si impossessi di vite non sue nulla toglie al soggetto narrato, semmai gli conferisce nuova vita. Chi mai si chiederebbe oggi chi era davvero Albert Savin, l’uomo da cui il figlio di Ermes trasse il suo nome d’arte: se un tipografo o un editore o un italianista francese o uno scrittore oscuro, se tutte queste cose o nessuna? «Nella vita degli uomini la cosa più importante è la morte. Morire è un problema: i più arrivano alla morte esausti, allo stato di larve e passano di là come succhiati da un aspirapolvere» scriveva il figlio di Ermes, quasi fosse lui il marchingegno elettrico che si incaricava di ingurgitarli, questi uomini, assorbirli, rinvigorirli mescolandoli a se stesso. Dopodiché, a suo modo psicopompo come il padre, li risputava in quel luogo di transito e confine che è la letteratura, anticamera molto rassomigliante dell’Ade.

In copertina: Savinio. Incanto e mito, vista della mostra al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps