Anne Carson, economia del rosso

C’è un’economia politica del lutto. Ci sono perdite che pesano e lacrime sprecate per dire la tristezza. A volte risparmiate («Save your tears for another day», recita The Weeknd). Dal lutto pubblicamente espresso nascono profitti. Parole, coccodrilli, scoperte, guadagni postumi. È un registro di entrate e di uscite, il lutto. Si proclama, si iscrive. Ha una forma visibile, destinata a restare. È epigrafico.

E tuttavia, spiega Anne Carson in Economia dell’imperduto, del lutto si dà innanzitutto un’economia ‘privata’. È un fatto di economia lasciar andare i morti: «noi non li accompagniamo». È economia trattenerli qui, nominandoli. Spese, risparmi: lasciar andare, trattenere. Da questi due moti viene la scrittura funebre, la grafia degli epitaffi. Che però dice anche un residuo oltre quel moto di azioni uguali e contrarie: l’imperduto (the unlost).

Per un caso felice questo testo del 1999 viene tradotto ora da Utopia contemporaneamente alla riedizione del romanzo in versi del ’98, Autobiografia del rosso (per La Nave di Teseo, nomen omen come si vedrà; nel 2000 uscì da Bompiani). Versione contemporanea del mito di Eracle e Gerione, l’ineffabile racconto presenta un’ossessione per i vulcani («c’è un nesso tra geologia e carattere», dice Stesicoro nell’intervista impossibile finale). Il Gerione americano di cui parla Carson, mostro alato-filosofo-fotografo dalla pelle vermiglia, a un certo punto si trova davanti una foto di un’eruzione intitolata Perseveranza rossa. Non le stacca gli occhi di dosso e infine si chiede: «E se uno facesse una posa di quindici minuti di un uomo in prigione, diciamo mentre la lava sfiora le sbarre?». La risposta dell’autrice della foto è: «Credo tu stia confondendo soggetto e oggetto». Per tutta l’Autobiografia il rosso – il fuoco, il lapillo – è (anche) il residuo di visione che resta nella fusione di soggetto e oggetto. «Dopotutto vedere è una sostanza», si legge alla fine, non una funzione del soggetto. Gerione il rosso con le ali è la testimonianza senza soggetto della sofferenza vista come concrezione geologica: uno scatto fotografico che ‘persevera’ nello sguardo e non si perde.

L’anno dopo Autobiografia del rosso Carson ha piegato il discorso della testimonianza verso la diade lutto e poesia. Il rosso della visione si iscrive nel nero funebre e parla. Per mostrare cosa non va perduto nel lutto quando viene detto, Carson sceglie il Ritiro di Gioacchino tra i pastori. Nell’affresco di Giotto rinviene uno scarto tutto ottico tra due sguardi. Mentre Gioacchino fissa la terra, un pastore si rivolge a noi con sguardo attonito e intenso. Quell’occhio dice il naufragio con spettatore, dice cos’è vedere un disastro, «ci traduce nella sofferenza di Gioacchino e dispone una barriera che la mantiene privata». Il dolore resta personale. Eppure tutto è dipinto: il dolore e la barriera, il linguaggio privato e la sua pubblicità ostentata. L’occhio che guarda noi che guardiamo.

Giotto, Ritiro di Gioacchino tra i pastori, 1303-1305 (Cappella degli Scrovegni, Padova)

Simonide di Ceo, spiega Carson, ha detto il dolore come Giotto. Simonide scriveva epitaffi. Se quelli pubblici, per gli eroi caduti, «esprimono una fede trascendente nel valore della scelta: la gloria (kleos) è la misura del valore», quelli privati dicono un impedimento alla comprensione. Per esempio, nell’epitaffio a Megacle (fr. 511), Simonide fa apparire «terza, inanticipata presenza», Callia: «Quando vedo la tomba di Megacle morto, te compiango, infelice Callia, per la tua pena». Ecco, nota Carson: «nessuno sa davvero cos’ha sofferto Callia quando ha perso Megacle».

L’epitaffio in Simonide è letteratura materiale: è tecnica di escissione. Dalla pietra «si toglie tutto ciò che non è significato». Si lavora dentro la pietra come dentro lo spettro dell’immedesimazione. Quella di chi scrive epitaffi, infatti, è una lotta dentro e contro l’empatia. Perché bisogna dire ad altri il tempo trascorso e interrotto, dire il tempo non più insieme, inesistente – la morte.

Se dire il tempo è già negarlo, dire la morte è atto dialettico – la nega e la conserva. Carson richiama la Pendola nera di Cézanne, senza lancette, senza colore – un dipinto dell’assenza di tempo. Dice il vuoto e insieme rende il vantaggio del poeta nel sapere il prima e il dopo del verso. Il prima e il dopo del lutto consumato, mentre il pubblico fissa il presente.

Paul Cézanne, La pendola nera, 1869-70

Ma perché parlare di ‘economia’? Carson lo cita una volta sola, ma Marcel Mauss è onnipresente nel libro. Come? Nel nesso tra poesia e dono. Concludendo quel Saggio sul dono che a breve compirà cent’anni, Mauss rivelava che, pur tra le distruzioni e gli sperperi che causa, il dono non ripudia affatto l’interesse. Chi dona è interessato a fissare gerarchie, a mostrare superiorità, a imporre subordinazione. Lo fa mettendo a valore la cosa sprecata: il valore ottenuto è il prestigio. Il prestigio è invisibile, sta tra le persone come la grazia (in greco charis, dono). Il prestigio è invisibile come il lutto che sta tra chi piange e guarda chi lo vede.

Nell’economia del lutto, dunque, i riti funebri sono uno scambio, e qualcosa in più. Rendono cerimonia positiva l’eccesso negativo che la scomparsa porta con sé. Commutano l’assenza in atti che performano quel ‘no’ che è accaduto. Rito, atto dovuto, per Carson la poesia che parla dei morti dice questi scambi tra assenza e presenza e pure quel resto che si sottrae al gioco della permuta.

Come in Celan. Paul Celan per trent’anni ha tentato di dire in versi il lutto per la morte dei genitori deportati. Nel Meridiano afferma che la poesia «per poter sussistere incessantemente si evoca e si riconduce dal suo ormai-non-più al suo pur-sempre». Il «pur sempre» è il resto. Nel doppio canto di Celan dedicato a Rosa Luxemburg – Solve/Coagula, dove la nigredo e la rubedo alchemiche vengono prestate alla vicenda – il residuo è un qualcosa che non salva, non risparmia, eppure c’è: «Né Rosa Luxemburg né gli innumerevoli nomi sono risparmiati da questo movimento. Se non come scrittura». Ecco, Celan fa economia politica del lutto, ne estrae l’imperduto. È la scrittura a restare – il dono, la grazia o, se vogliamo, l’occhio che osserva e dice mentre altri piangono, fissi al presente dell’assenza. Carson economizza questa definizione di scrittura. È scambio. È valore. Perdita. Profitto. Risparmio.

All’economo Celan (che non lo menziona mai), con mossa inaudita Carson affianca appunto Simonide. Perché Simonide gli epitaffi li scriveva a pagamento. Straniero per scelta obbligata, prolifico ma all’occorrenza silenzioso coi potenti – lo mostra Senofonte nel dialogo Ierone, che ha avuto fortuna sterminata nel pensiero politico –, Simonide già all’epoca aveva fama di avido, di profittatore. Di uno che aveva professionalizzato la poesia, che aveva messo in questione la nomea del poeta come ‘saggio’, vivendo alla corte dei tiranni per dannarsi di vedere il compenso dimezzato dallo Skopas di turno. Ma, saggio precario, poeta a pagamento, Simonide – rileva Carson – è uno «sprecaparole». È destinato «a essere serio al 100% sul nulla, sull’assenza, sul vuoto che è pienezza».

Simonide sa dire no: «quando un poeta decide di raddoppiare il negativo della morte e dire no all’oblio è un esempio trascendente di ciò che Marx chiama ‘plusvalore’. O uno spreco (waste) di parole». Lavorare sul ‘no’ è materialismo poetico: la materia poetica è controfattuale. Dicendo il lutto, i poeti scambiano una parvenza di linguaggio privato, dal folle Pallaksch di Hölderlin ai neologismi di Celan, per far passare un surplus. Tradurre-differire-dislocare mentre si chiacchiera, si scambiano parole. «Tutti noi, come Danae, preghiamo per la differenza».

Anche i defunti pregano per un’attenzione senza tempo. Nel Prologo di Economia dell’imperduto, Carson, prendendo spunto dal rinvio a Tristano e Isotta in Matière de Bretagne di Celan, ricorda il tropo della ‘vela sbagliata’, introdotto proprio da Simonide. Che narra di Teseo dimentico della promessa fatta al padre Egeo, della sua nave che entra in porto a vela nera. Di Egeo che si suicida. La vela giusta, dice Simonide contro la tradizione, avrebbe dovuto essere non bianca ma rossa, phoinikeon. Poi Carson ricorda come, di fronte a Egeo morto, uno scoliasta faccia dire al messaggero: «ti avrei dato un profitto più grande della vita, fossi arrivato prima».

Nell’economia della poesia, spiegano i versi di Simonide, di Celan, davanti ai genitori morti c’è spazio per una variazione cromatica, e per doni più grandi della vita. E qui vale la pena segnalare un convitato di pietra, che Carson non menziona mai. Nella Waste Land di Eliot «Phlebas il Fenicio, morto da due settimane», vide gli spettatori – i gabbiani – guardarlo affondare e «dimenticò […] il profitto e la perdita». Nel racconto della vela di Teseo, spiega Carson, Simonide menziona il colore della vela «proprio per dire che è rossa, sfidando la tradizione». Da scrittori di un lutto, dunque, siamo parte di un’economia maggiore e la possiamo variare. Per ogni lacrima versata – tu flebas – la poesia può dipingere la vela di rosso – phoinikeon, fenicia – e far dimenticare profitto e perdita.

Celan, come Simonide, è tra chi ha «accarezzato l’idea che i morti possano salvare/risparmiare (save) i vivi». La scrittura poetica risparmia, concede la grazia sprecando. Lo spreco – il dono ‘rosso’ – non è nell’atto di memoria, nel ricordo ripetuto, ma nella scrittura che lo traduce. Nei versi celaniani gli occhi che dimenticano o guardano occhi guardare sono gli occhi dei defunti. Sono loro a scordare perdita e profitto, a dirci che dimenticano davvero, a risparmiarci, come vivi, la sofferenza di patire ancora con loro gli scambi del lutto.

Anne Carson
Economia dell’imperduto
traduzione di Patrizio Ceccagnoli, con uno scritto di Antonella Anedda, € 19
Utopia, 2020, pp. 192, € 18

Autobiografia del rosso
traduzione di Sergio Claudio Perroni
La nave di Teseo, 2020, pp. 202, € 18

In copertina: Mark Rothko, Untitled (Red on Red), 1969 (particolare)

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e i saggi "Foto di gruppo con servo e signore", e "I tuoi occhi come pietre. Trauma e memoria in W.G. Sebald, Paul Celan, Charlotte Salomon (Castelvecchi 2017 e 2020). Ha tradotto e curato opere di Max Weber ("Economia e società", Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin ("Senza scopo finale"; "Esperienza e povertà", Castelvecchi 2017 e 2018), Georges Bataille ("Piccole ricapitolazioni comiche", Aragno 2015), e Georg Heym ("Umbra vitae", Castelvecchi 2020). Ha pubblicato inoltre "Berlino Zoo Station" (Cooper 2012), guida eccentrica alla città di Berlino, "Happy Diaz" (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Il suo ultimo libro è "Nico e le maree", biografia fantastica dell'artista tedesca (Castelvecchi 2019).