Là fuori

È da poco uscito Là fuori di Corrado Benigni (Valigie rosse, pp. 47, € 10): edizione-premio che, da più d’un decennio ormai, rappresenta una solida realtà della nostra poesia. La piccola raccolta ha vinto infatti il Premio Ciampi Valigie Rosse 2020 (fra gli ultimi premiati, e dunque pubblicati, piace ricordare Francesco Targhetta, Luigi Socci e Paolo Febbraro). Per la cortesia dell’autore proponiamo alcuni dei testi del volume e anche alcune delle fotografie, che lo accompagnano, di Olivo Barbieri (del quale Benigni ha curato l’anno scorso una mostra).

Non si tratta propriamente di un iconotesto: dal momento che la “serie” poetica e quella fotografica si sono incontrate, a quanto si capisce, solo in fase editoriale; forse proprio in occasione del lavoro di Benigni alla mostra citata. Eppure il rapporto della sua scrittura col linguaggio fotografico è tutt’altro che episodico e accessorio. Come annota infatti il curatore della collana Paolo Maccari nel vero e proprio saggio che mette capo al volumetto, la precedente raccolta di Benigni, Tempo riflesso (Interlinea 2018), non solo comprendeva vere e proprie ekphrasis ma si sostanziava, soprattutto, di un’originale riflessione sui rapporti, già più volte indagati ma tutt’altro che passati in giudicato, appunto fra poesia e fotografia (qui un’interessante discussione sul tema fra Benigni e un autore di lui appena più giovane, Tommaso Di Dio, che a sua volta ha imperniato sulle immagini fotografiche la sua ultima raccolta: Verso le stelle glaciali, Interlinea 2020).

Quel che più colpisce, in questo caso come in tanta altra iconopoesia del nostro tempo, è il divergente accordo dei due linguaggi: la neppure dissimulata tensione che vi è sottesa. Lungi dall’appoggiarsi sul presunto dato di realtà imposto dall’immagine, sul suo «documento», la scrittura poetica in molti casi – e pare questo, anche, quello di Benigni – trova in essa uno specchio oscuro, un attivatore di ambiguità. (Esemplare, in tal senso, l’immagine di Barbieri scelta per la copertina.) Quando il poeta scrive «Come sarebbe chiaro il mondo senza immagini» viene in mente una celebre, non meno paradossale frase di Calvino: «Come scriverei bene se non ci fossi!». Meno citato, ma più interessante, il prosieguo: «Se tra il foglio bianco e il ribollire delle parole e delle storie […] non si mettesse di mezzo quello scomodo diaframma che è la mia persona!». Molto è cambiato nella tecnica fotografica, da allora, ma il medium rappresentato dal «diaframma» regola sempre la misura della luce destinata a raggiungere l’obiettivo. Non stupisce, conoscendolo, il tenore anche ottico, a ben vedere, della metafora di Calvino; ma che questa rinviasse all’identità materiale, al corpo di chi scrive, è un paradosso che non riguarda solo lui.

Andrea Cortellessa

Vediamo attraverso le parole
come da dietro un vetro.
L’esterno è l’unico punto fisso
che possiamo riconoscere di noi.
La forma delle cose è proiezione di quello che siamo.
Osserva senza giudizio.
Ciò che è fuori si riflette dentro,
come sul fondo di una camera oscura,
l’esteriore diventa interiore.
Così il tempo trova in noi
la sua durata, la sua salvezza,
prima che tutto torni nell’occhio della Medusa.

Dal finestrino questa è la scena.
Piove. Cani rovistano in un mucchio di spazzatura.
Intorno, aggregati di case in cemento
con l’aria d’essere appena sorte e subito abbandonate,
cascine senza forme di vita,
recinti di roulottes in mezzo ai prati,
cabine telefoniche in disuso
strade secondarie percorse solo da camion,
tralicci dell’alta tensione con fili che pendono
su lunghe distanze. Li seguo con lo sguardo.
Nella mente il vuoto è riempito da nomi di luoghi inesistenti.
Aspetto, ma niente mi aspetta.

*

Come sarebbe chiaro il mondo senza immagini,
fatto solo di suono e silenzio
a disegnare il profilo delle cose e dei volti,
come la luce che propagandosi ovunque
dà forma alla materia.
Una grande tela bianca il mondo
e sopra l’ombra proiettata dei nostri corpi,
figure cariche di tempo, sfigurate
in perenne lotta con il fondo che le trattiene.

Tutto scompare per eccesso di realtà.
Entriamo così, a piccoli passi,
in un mondo che ci espelle.
Digitale è l’impronta
che non lasciamo di noi,
mentre un’erosione dà forma a ciò che scorre,
come il bianco intorno alle parole
che rende udibili le voci.
Nessun tempo misura il tempo.
Nel silenzio, la legge di ogni durata.

Le strade davanti a me sono linee dritte che convergono
in prospettiva verso lo stesso punto d’orizzonte,
e quel punto si sposta con me mentre cammino.
Di chi è passato qui non resta niente.

Ospite invisibile, scruta a lungo diffidando del tuo sguardo.
Non si è mai estranei a nulla di ciò che accade intorno.
L’occhio è un organo per affondare nell’esterno,
come pietra, lama, radice.

*

Mi osservo in una vecchia foto di gruppo,
ripercorro i lineamenti dei volti, seguo il profilo dei corpi
cerco la mia identità confusa con le altre.
Sulla superficie piana, dentro quelle figure,
chi sono adesso che ero anche allora?
Io contumace, ombra e sfuggente presenza,
pixel o parte di un tutto
di quello che l’istante dopo non sono stato già più.
Siamo tutti l’immagine di qualcuno, forse,
guardiamo per nascondere.

è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive e lavora. Ha pubblicato due libri di poesia: “Tribunale della mente” (Interlinea 2012) e “Tempo riflesso” (ivi 2018). Nel 2010 la sua silloge “Giustizia” è stata inclusa nel “Decimo Quaderno italiano di poesia contemporanea”, edito da Marcos y Marcos. Sue poesie sono tradotte in inglese e spagnolo. Ha curato nel Complesso Monumentale di Astino (Bergamo) mostre di Luigi Ghirri (2016), Mario Giacomelli (2017) e Franco Fontana (2018), i cui cataloghi sono riuniti sotto il titolo “Trilogia del paesaggio” (Silvana Editoriale). Nel 2019 ha curato la mostra sull’opera del fotografo Nino Migliori, da cui è nato il libro “Forme del vero” (Silvana Editoriale). Nel 2020 ha curato la mostra “Early Works 1980-1984” e l’omonimo libro sull’opera di Olivo Barbieri.