Tradurre, Mandel’štam

C’è qualcosa in Osip Mandel’štam che ha a che fare con la memoria che ci raggiunge mediante il suo sguardo. Ho la sensazione che non ci siano arrivate solo le parole del suo lavoro, ma che ci abbia trasmesso anche i suoi sguardi sulle cose.

Quando mi sono imbattuto nella sua frase «l’occhio è lo strumento del pensiero», era esattamente quello che amavo sentirmi dire. (Trovai un pensiero simile anche in Alfonso Gatto, in un suo scritto su Paul Cézanne, il più intenso scritto in Italia sull’artista: «vedere dentro il vedere».) La frase di Mandel’štam fu scritta all’inizio degli anni Trenta. La modernità andava a vele spiegate, e tutto o quasi era guidato da un pensiero che era lo strumento degli occhi… Ebbene con il nostro poeta già negli anni Trenta si aprivano l’avvenire, l’occhio, lo sguardo, l’attenzione. Di tutto questo, nel nostro Occidente in festa, nello stesso tempo scriveva Simone Weil, anche lei proiettata verso l’avvenire: con la sua ricerca intorno all’attenzione faceva di questa l’orientamento principale per incamminarsi verso il futuro.

Osava dire Mandel’štam che Matisse era un pittore per pascià. Anni gravidi di profezie, quelli, incollati come siamo ai nostri giorni dove sbadigliando guardiamo un Matisse e svegliandoci ammiriamo un foglietto colorato dall’artista svizzero Louis Soutter. Il lavoro di Osip Mandel’štam, nella sua compostezza tra poesia e prosa, continuamente risuona d’avvenire. La sua è una risonanza nello spazio, così il tempo è agli ordini del suo lavoro, un divenire rarissimo. Un urrà che lo ha sfiancato fisicamente, ma non poeticamente; con la sua opera, la Storia si mette sull’attenti. Disse Josif Brodskij che all’improvviso Mandel’štam s’era schiantato contro il muro del proprio tempo… ora possiamo dire che è il nostro tempo a schiantarsi contro la sagacia dell’intera opera sua.

«Una semplice promessa», scrisse in quella che è la sua ultima poesia prima di venir sciolto nel fango di una fossa comune. Elegantissimo tra il cappotto di sempre e la divisa da campo di lavoro. Sua moglie Nadežda ha custodito per lunghi decenni il lavoro del marito; così è arrivato a noi, nell’amore, il suo messaggio lanciato come in una bottiglia nel mare. Una risonanza dall’altro mondo per il nostro mondo di ora.

«Ho sollevato con il secolo le palpebre dolorose
due grosse mele addormentate»

Dopo cinque anni di silenzio, dal 1925 al 1930, dopo il suo viaggio in Armenia, la poesia di Mandel’štam torna ancora più forte, tutta altra. In questa ricerca esistenziale il materiale poetico cresce passo dopo passo, verso dopo verso. Tra Erevan e Tbilisi la poesia, fuoriuscendo dall’Arca e scendendo dal Monte Ararat, scorre di nuovo dalle mani del poeta, scorre daccapo. Proprio una poesia da quella nascita del 12 giugno 1931, novant’anni fa, mi arriva ora rileggendola, come se levigasse il tempo e sulla sua terribile lama tagliente scivolasse lo stesso caldo sangue di sempre, immutato. Riscoprendola in questi giorni mi lascia rabbrividito e, come scriveva allora il poeta, anch’io alzo le palpebre sul mio tempo. Un tempo identico a quello di Mandel’štam.

La poesia non è uno specchio, quello stupidamente lo si usa per le allodole. La poesia porta in sé la nascita della morte dell’uomo, in vita noi siamo l’eternità della memoria. Ed è la memoria ad aprire le pesanti palpebre della mia vita per far scorrere ad acquerelli questa continua profezia fatta di versi, di parole.

Ho sentito l’immediato bisogno di tradurre in acqua colorata questo paesaggio caucasico. Un paesaggio tradotto in italiano dal russo da Marco Caratozzolo, un amico. Nel mio campo, quello visivo, si va in cerca di materiali che il più delle volte hanno costi smisurati, evidentemente con giuste ragioni. Queste ragioni portano sempre verso la materialità, qualcosa che mi fa pensare alla pesantezza, all’occupazione di uno spazio. A me piace andare in cerca di voci, quelle degli amici. In questo caso, chiedendo a Marco la traduzione della poesia di Osip Mandel’štam, non faccio altro che chiedere alla madre della Civiltà, la traduzione, di non occupare spazio, di voler dare la possibilità all’altro di aprire le proprie palpebre, come ci diceva il poeta, su un paesaggio che dopo novant’anni si presenta, ai nostri occhi, ancora più drammaticamente.

Questo mi fa chiedere cosa sia la poesia; cosa vide esattamente Mandel’štam nell’autunno del 1930, attraversando con sua moglie in un solo giorno, la città di Šuša nel Nagorno Karabakh, quella parte dell’Armenia che nel 1923 fu accorpata all’Azerbaigian. Così, chinato al tavolo da lavoro, sciogliendo negli acquerelli quella giornata dell’autunno 1930, i miei occhi vedono con più intensità. Vedo attraverso lo sguardo delle parole donate da questa poesia, dentro ai miei giorni intensamente. Se l’occhio è lo strumento del pensiero, come diceva Mandel’štam, lui ha mantenuto la sua promessa. E forse a me basta essere una risonanza sparuta d’eco, di quella promessa, trasformandomi in traduttore della sua poesia in figura.

Lo studio di Marco Caratozzolo su questa poesia è determinante per il lavoro di traduzione visiva elaborato sulle carte acquarellate. Attraverso la ricerca si mette in vita la memoria, si scruta dentro il vedere di ciò che si legge.

Immagini: Giuseppe Caccavale, Il cocchiere, matita e acquerello su carta da spolvero, 35cm x 50cm. Traduzione visiva di una poesia di Osip Mandel’štam. Traduzione in italiano di Marco Caratozzolo. Gli acquerelli sono pubblicati per la prima volta su «Antinomie».

In copertina: Osip Mandel’štam fotografato al momento del suo primo arresto, 1933

Leggi anche: Marco Caratozzolo, Da un banchetto in tempo di peste. Il Nagorno-Karabakh di Mandel’štam

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).