Da un banchetto in tempo di peste. Il Nagorno-Karabakh di Mandel’štam

Il rapporto di Mandel’štam con l’Armenia fu come noto molto stretto e nacque nel 1916, quando il poeta era ancora studente e ascoltò, allora senza particolari reazioni, una lezione del poeta Valerij Brjusov sulla poesia armena presso il Museo Politecnico di Mosca. Nel 1921 Mandel’štam conobbe Kara-Darvish (1872-1932), l’unico poeta armeno di cui tradusse i versi, e nel 1929 pianificò con l’aiuto di Bucharin il primo viaggio in Armenia, che però non ebbe subito séguito. Il poeta avrebbe voluto da un lato allontanarsi da Mosca, dove l’atmosfera era diventata asfissiante, e dall’altro fare un lavoro nell’ambito della cultura, lasciando una traccia importante in quel paese che gli appariva come assai misterioso e però ricco di spunti umani e letterari. In quegli anni l’Armenia stava ancora facendo i conti con gli strascichi del massacro del suo popolo, perpetrato ad opera degli ottomani tra il 1915 e il 1916 (ma le violenze continuano fino alla fine della guerra mondiale). I riflessi di questo evento nefasto si potevano vedere con particolare evidenza nella regione del Nagorno-Karabakh, ora come allora oggetto di una contesa tra armeni e azeri (appoggiati dai turchi), che ha generato distruzione, povertà e morte.

Mandel’štam e la moglie riuscirono a partire per il viaggio in Armenia nel maggio del 1930, dopo la mediazione di Molotov (allora secondo segretario del Partito, ma a fine anno Presidente del Consiglio dei Commissari), che assegnò al poeta un itinerario e una diaria «di secondo livello, senza lussi, adeguati ai veri scrittori, che visti anche i vostri peccati vanno bene». Il viaggio ebbe sempre come base la capitale Erevan, da dove i coniugi si spostarono per diverse gite in altre città armene. L’ultima di queste esperienze prima di rientrare a Mosca, ma anche quella più lunga, fu il viaggio nel Nagorno-Karabakh, che durò per tutto il mese di settembre del 1930 e dal quale nacque anche la suggestiva poesia Na vysokom perevale («Su di un alto valico di montagna»), oggetto della riflessione che ha guidato me e l’amico Giuseppe Caccavale nella ricerca della sua profondità. Va detto che, nonostante i problemi che il poeta già aveva col regime, le principali opere che l’Armenia ispirò a Mandel’štam, cioè il ciclo Armenia e il Viaggio in Armenia, furono stranamente pubblicate subito dopo essere state composte, tra il 1931 e il 1933, ma non i versi sul Nagorno-Karabakh, che invece uscirono a New York nel 1961, sul secondo numero dell’almanacco «Vozdušnye puti».

Quando Mandel’štam vi si recò, la regione autonoma del Nagorno-Karabakh, inclusa nel territorio dell’Azerbaigian ma popolata per il 94% da armeni, esisteva come entità amministrativa da sette anni, cioè da quando l’Ufficio Caucasico del Comitato Centrale del Partito Comunista, dopo la sovietizzazione dell’Armenia e dell’Azerbaigian, nel luglio del 1923 ne aveva stabilito la nascita a seguito della cruenta disputa che aveva visti opposti i due popoli. Tale conflitto fu solo la prima delle fasi di ciò che oggi chiamiamo «Guerra del Karabakh» (una seconda fase si ebbe nel 1987-1991 e una terza, recentissima, nel 2020) e si svolse tra il 1918 e il 1920, quando l’opposizione tra i due eserciti si fermò solo perché le truppe russe nell’aprile del 1920 collaborarono con l’Azerbaigian e riuscirono a reprimere l’opposizione degli armeni. In particolare, nel marzo del 1920 su preciso ordine del capo del generale azero Sultanov (nominato dalla Conferenza di Parigi governatore pro tempore del Nagorno-Karabakh), nella città di Šuša fecero ingresso le truppe del consigliere militare turco Chalil-Paša, che si stabilirono nella fortezza della città e da lì scagliarono un attacco violentissimo alla popolazione civile armena. Interi quartieri furono rastrellati e una parte massiccia della popolazione brutalmente assassinata, mentre più di 25000 armeni riuscirono con difficoltà a fuggire dalla città ormai distrutta.

Mandel’štam arrivò nella città fantasma di Šuša nel settembre del 1930. Scrive la moglie Nadežda:

Šuša iniziava con uno sterminato cimitero, poi la minuscola piazza del mercato dove sbucavano le strade della città distrutta. Ci era già capitato di vedere le campagne abbandonate dagli abitanti, costituite solo da alcune case semidistrutte, ma in questa città, che evidentemente un tempo era stata ricca e prospera, il quadro della catastrofe e della carneficina era concreto fino all’orrore. Attraversavamo le strade e dappertutto la stessa cosa: due file di case senza i tetti, senza le finestre, senza le porte. Negli scorci tra le finestre si vedevano stanze vuote, raramente qualche resto di carta da parati, stufe semidistrutte, a volte anche resti di mobilio rotto. Le case erano costruite con il famoso tufo rosa, tutte a un piano. I tramezzi erano distrutti, e attraverso queste fessure potevi vedere il cielo azzurro. Dicono che dopo la carneficina tutti i pozzi siano stati riempiti coi cadaveri. Chi è sopravvissuto, è scappato da questa città di morte. In tutte le vie abitate non abbiamo incontrato una sola persona. Solo in basso, nella piazza del mercato, c’era un gruppetto di persone, ma tra di loro non un solo armeno, solo musulmani. Osip Mandel’štam ebbe l’impressione che i musulmani del mercato fossero gli avanzi di quei sicari che circa dieci anni prima avevano massacrato la città, solo che da questo non avevano tratto alcun vantaggio: la povertà orientale, quegli inverosimili stracci addosso, le piaghe purulente sul volto.

Osip e Nadežda Mandel’štam non reggono alla vista di questo spettacolo, temono il cibo e soprattutto l’acqua: «non berremo acqua da questi pozzi», dice il poeta alla moglie, né vuole comprare del cibo dalle mani di persone che potrebbero essere degli assassini. Decidono così di “scendere” (Šuša si trova a un’altitudine di 1800 metri) a Stepanakert, il più importante centro del Nagorno-Karabakh. Per andarci devono prendere una carrozza e l’unico cocchiere che trovano nella piazza sembra ubriaco, ha una rudimentale maschera in cuoio che gli copre il volto completamente sfigurato, addirittura senza il naso, ma non senza fatica li porta fino a destinazione: Mandel’štam è «spaventato» e rimugina a lungo su questa circostanza.

Tornato a Mosca, nel giugno del 1931 compone due poesie che la ricordano, la prima è appunto «Na vysokom perevale», la seconda è «Kak narodnaja gromada» («Come la mole del popolo»), in cui viene più che altro raccontato il tragitto fino a Stepanakert. Alla prima sarà poi aggiunto il titolo Faetonščik, cioè Il cocchiere del phaéton. Si tratta di un componimento che riflette le principali caratteristiche della poetica di Mandel’štam, in particolare la sua mnogoplanovost’ («pluralità di piani»), cioè la capacità di condensare in un solo componimento tradizioni e storie di contesti diversi, che come potenti flussi di luce giungono da contesti diversi a illuminare nello stesso momento una scena quotidiana. A cominciare dal mito di Fetonte, richiamato dal nome della carrozza: il termine francese phaéton (in russo faeton) deriva come noto dal nome dell’eroe che sfidò Apollo rubandogli il carro, ma bruciando tutto ciò che incontrava sul suo cammino, prima di incorrere nel castigo di Zeus e precipitare rovinosamente all’inferno: tuttavia il mito classico, nella tragica realtà in cui vive il poeta, si riproduce degradato, nel volto ustionato e nell’estrema fatica fisica di questo «tenebroso» cocchiere, che turbò molto l’autore e la moglie.

Mandel’štam aggiunse poi un sottotesto importante, quello di una delle piccole tragedie di Puškin, Pir vo vremja čumy («Il banchetto in tempo di peste»), scritta nel 1830 e quanto mai attuale. L’azione del piccolo capolavoro puškiniano si svolge in una città devastata dalla peste, dove un tale Val’singam, detto il «presidente» (il tamadà della traduzione), guida un banchetto di spregiudicati che gozzovigliano incuranti delle regole da tenere per evitare il contagio. A nulla valgono le parole con cui un prete che passa di lì ammonisce duramente i convenuti, in particolare il presidente, che tuttavia gli risponde che «Дома у нас печальны – юность любит радость» («Le nostre case sono tristi, la gioventù ama l’allegria»). L’insistenza del prete, che fa leva anche sui sentimenti di Val’singam, il quale a causa della peste ha perso la moglie e la madre, genererà in lui una riflessione finale.

Mandel’štam inserisce nella poesia il tema della peste attraverso un doppio canale: da un lato va infatti ricordato che il Nagorno-Karabakh ha avuto nella sua storia più episodi di peste, e che nel 1932 a Gardut (circa cento chilometri da Šuša) si erano segnalati ancora numerosi episodi epidemici, legati addirittura al cannibalismo; dall’altro il poeta lo usa come elemento metaforico duplice, giacché il colore blu dei bubboni della peste è anche quello del cielo, che si fa spazio nella desolazione delle «quarantamila finestre morte», delle «impudenti case denudate» di Šuša.

È il metodo del poeta in questo testo: egli costruisce su un tema particolarmente denso una duplicità in virtù della quale possa fiorire una parola di speranza dal fango della tragedia. Tra gli accenni alle nequizie della guerra e dell’epidemia, Mandel’štam fa infatti filtrare lampi di luce: nella sua stranezza, il faetonščik deturpato che conduce i viaggiatori fuori dall’oscuro pericolo e riflette le funzioni del mito di passaggio del «vecchio saggio», trova riflesso nella tradizione russa del vetturino russo, lo jamščik. Si tratta di un tema di importanza enorme, molto ricorrente nelle canzoni popolari russe, ma rielaborato anche da importanti scrittori: Puškin, Gogol’, Tolstoj, ma anche Esenin (da una sua poesia Mandel’štam riprende la metafora del rospo e della rosa) e Bulgakov, fino ad arrivare a un recentissimo testo di Vladimir Sorokin. Chi è il faetonščik di Mandel’štam, se non un’originale variante di questo personaggio così russo? Egli «conduce e allieta lo spirito», è silenzioso, mansueto e sottomesso, sopporta i rudi ammonimenti del viaggiatore, le sue paure, intonando poi una canzone (il suo «tso» nella poesia) che lo rassicura: lui conosce la strada («spingeva la carrozza chissà dove»): il poeta e la moglie usciranno dalla «bufera» di Šuša, tutto passerà, non si smarriranno.

Se rivisti nel riflesso di una guerra che ha devastato un intero territorio, di una città ridotta a una desolata e distrutta architettura, passata di mano in mano fino a tempi recentissimi (l’8 novembre del 2020 l’Azerbaigian ne ha ripreso il controllo dopo la terza fase della guerra), i versi di Mandel’štam ispirano riflessioni ancora vive, slanci ancora possibili.

На высоком перевале
В мусульанской стороне
Мы со смертью пировали –
Было страшно, как во сне.

Нам попался фаэтонщик,
Пропеченный, как изюм,
Словно дьявола погонщик,
Односложен и угрюм.

То гортанный крик араба,
То бессмысленное «цо», –
Словно розу или жабу,
Он берег свое лицо:

Под кожевенною маской
Скрыв ужасные черты,
Он куда-то гнал коляску
До последней хрипоты.

И пошли толчки, разгоны,
И не слезть было с горы –
Закружились фаэтоны,
Постоялые дворы…

Я очнулся: стой, приятель!
Я припомнил — черт возьми!
Это чумный председатель
Заблудился с лошадьми!

Он безносой канителью
Правит, душу веселя,
Чтоб вертелась каруселью
Кисло-сладкая земля…

Так, в Нагорном Карабахе,
В хищном городе Шуше
Я изведал эти страхи,
Соприродные душе.

Сорок тысяч мертвых окон
Там видны со всех сторон
И труда бездушный кокон
На горах похоронен.

И бесстыдно розовеют
Обнаженные дома,
А над ними неба мреет
Темно-синяя чума.

12 июня 1931

Su di un alto valico di montagna
Nei quartieri musulmani
Si banchettava con la morte:
Era orribile, forse un sogno.

Venne un cocchiere col suo phaéton,
Ben bruciato, come un’uvetta,
O come chi un diavolo trasporta,
Era di poche parole e tenebroso.

Ora il grido gutturale dell’arabo,
Ora quell’insensato «tso», –
Come una rosa o come un rospo,
Custodiva egli il proprio volto:

Sotto la maschera di cuoio,
Nascondendo i tratti sfigurati,
Spingeva la carrozza chissà dove
Fino all’ultimo affanno.

Con le spinte, con gli slanci,
Alla fine scendemmo dal monte,
Mentre vorticavano i phaéton,
E poi le locande coi cortili…

Mi riebbi: fermati amico!
Ora capisco, il diavolo mi porti!
Del banchetto in tempo di peste
Il tamadà si è smarrito coi cavalli!

Egli, canuto e senza naso
Conduce e allieta lo spirito,
E come un carosello girava
Quella terra agro-dolce…

E così, nel Nagorno-Karabakh,
Nella brutale città di Šuša
Ho provato questo orrore,
L’orrore insito nell’anima.

Quarantamila finestre morte
Lì si vedon da ogni parte
E il callo duro della fatica
Giace sepolto sulle montagne.

E impudenti le intravedi
Quelle case denudate,
Su di esse del cielo si spande
Una scura peste blu.

12 giugno 1931

 (Traduzione di Marco Caratozzolo)

Leggi anche: Giuseppe Caccavale, Tradurre, Mandel’štam

In copertina: la città di Šuša dopo gli attacchi del 1920

è professore associato di Slavistica e insegna dal 2006 Lingua e Cultura russa presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. È direttore scientifico del festival letterario “Pagine di Russia” e della omonima collana di studi e traduzioni dal russo presso la Stilo Editrice. Ha scritto monografie, articoli e saggi su vari aspetti della letteratura russa dell’Ottocento e del Novecento e sull’emigrazione russa in Francia e in Italia. Ha ricevuto il Premio Lorenzo Claris Appiani per la traduzione della commedia “Che disgrazia l’ingegno” di Aleksandr Griboedov (Marchese 2017). Ha curato l’edizione critica dei ricordi di Gor’kij su Lenin (“Lenin un uomo”, Sellerio 2018). Negli ultimi anni si è dedicato allo studio del retaggio di Tommaso Fiore, con particolare attenzione alle sue idee sulla cultura russa.