Il Dubbio

Il 2021 è arrivato e porta con sé un vento di speranza (è il caso di dirlo): il vaccino. Virologi virali, imbonitori da domenica sera, veline da salotto tv si fanno in quattro per diffondere la lieta novella. Il Ministro della Salute in persona ha ribadito che verrà fatta una campagna “senza precedenti” per convincere tutti a vaccinarsi, e la macchina comunicativa del Ministero si è messa immediatamente in moto.

Quando è arrivato l’ordine dall’alto di cercare il regista per creare uno spot televisivo, ritenuto assolutamente indispensabile per lanciare la campagna vaccinale, al Ministero si sono certo domandati a chi mai avrebbero potuto rivolgersi. Salvatores? Per carità, sono anni che rifà Mediterraneo. Sorrentino? Imprevedibile, e poi troppo criptico. Guadagnino? Macché, sofisticato ed ermeticamente citazionista. Ma scusa – si saranno chiesti – abbiamo un premio Oscar e ce lo facciamo sfuggire? Chiediamo a Giuseppe Tornatore! Detto fatto.

Ufficialmente si dice che sia stato lo stesso Commissario Straordinario per l’emergenza Covid19 Domenico Arcuri a contattare Tornatore – ma è facile immaginarsi che, tra un incontro online con i vertici Pfizer e una rogna sulle mascherine, abbia demandato a qualche giovane impiegato quello che sembrava un compito facile facile. Non conosco personalmente gli addetti alla comunicazione del Ministero della Salute però, non saprei, li immagino come abbastanza giovani, ben vestiti, certo carichi e ottimisti: potrebbe essere diversamente? È chiaro che è il loro grande momento.

Adesso, immaginiamoli qualche settimana dopo, nella saletta di proiezione (ammesso che ne esistano ancora) per visionare il risultato. Parte lo spot – il primo di una trilogia (pare) dal promettente titolo “La stanza degli abbracci”. Lo guardano attentamente, ansiosi, e un poco timorosi di avere un simile privilegio.

Lo spot di Giuseppe Tornatore per la campagna vaccinale

Si vede una sala non bene illuminata, dove fluttuano delle tende di cellophane. Una signora di una certa età, con mascherina, viene accompagnata da un addetto in tuta anti-covid. In controcampo si avanza una ragazza più giovane, anche lei con mascherina. Si abbracciano attraverso le tende trasparenti di plastica. Scambio di battute: “Ti trovo in forma” – “si, dai me la cavo”. Poi l’anziana chiede alla giovane: “E tu, cosa hai deciso?” E quella dopo un attimo di esitazione risponde: “Non lo so. Ho molti dubbi”. L’anziana ribatte: “I dubbi … aiutano….I dubbi aiutano!”. E poi: “Ci rivedremo ancora?” “Certo!  – che domande”. Le due si abbracciano attraverso il cellophane, la giovane si allontana e saluta da lontano un’ultima volta. “Devi volerti bene” le dice la donna – poi l’anziana sorride e leva le braccia al cielo mentre i veli vengono sollevati da una folata di vento. Fine.

Una scena dallo spot di Tornatore

Ora. Immaginate di nuovo i nostri amici (chiamiamoli così, per comodità) ministeriali: dire che siano rimasti costernati sarebbe un gentile eufemismo. E’ più serio sostenere che gli sia crollato il mondo addosso. In effetti, è ipotizzabile che, in una frazione di secondo, come capita a un condannato a morte, gli siano passati davanti agli occhi le immagini di una vita,: il campetto col pallone di cuoio, il primo bacio dietro il liceo, quel morbido cannolo di ieri mattina, l’amico di mamma che ti propone un bellissimo lavoro al Ministero…. Eh sì. Perché davanti allo schermo spento si materializza un problema gigantesco: chi lo dice al Ministro?

Cioè: non è che i due si aspettassero da Tornatore un cartone animato con Topolino che ordina a Qui Quo Qua di vaccinarsi; ma, magari, una cosa tipo una fila di vecchietti e bimbi e donne e uomini in un paesino del centro Sicilia, mezzo assonnati, che all’arrivo dell’ambulanza (tipo L’uomo delle stelle) saltano su e corrono a vaccinarsi, questo sì, ci stava. Invece questo no – questo è davvero difficile da accettare.

Già. Perché va bene la memoria corta, ma dobbiamo anche ricordare cosa sta succedendo in Italia tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. Nello spot, infatti, non solo non si parla mai di vaccino, ma la parola che più aleggia è “dubbio”. Eppure, quando uno dei virologi più gettonati dai media, Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova, il 20 novembre 2020, aveva espresso appunto dei “dubbi” sul fatto che i vaccini anti-covid proposti da diverse case farmaceutiche non presentassero dei “dati certi”, era stato letteralmente aggredito da tutti gli altri esperti, martirizzato dagli esponenti politici, e infine ostracizzato seduta stante dai palinsesti di qualunque rete fino a nuovo ordine. Il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli, aveva definito “sconcertanti” le sue, peraltro del tutto legittime, affermazioni, e infine aveva aggiunto: “In un paese che già di per sé si connota per qualche perplessità, dubbio o addirittura ostilità alle strategie vaccinali è bene ricordare sempre la responsabilità delle affermazioni che possono avere riverbero mediatico” – infilando uno dietro l’altro dei termini che, se di fatto hanno un significato preciso e del tutto diverso l’uno dall’altro, evidentemente nella sua immaginazione erano immediatamente sinonimi. Qualcosa di simile era successo anche a personalità che hanno poco a che vedere con la scienza dell’epidemiologia, come Heather Parisi, la quale, rea anch’essa di aver espresso pubblicamente dei “dubbi” dello stesso tenore, era stata allegramente crocefissa mediaticamente senza alcuna possibilità di replica o smentita. E non si deve nemmeno dimenticare che il quotidiano più importante d’Italia, cioè il Corriere della Sera, il 20 marzo 2020 si era già rifiutato di pubblicare un intervento (richiesto) di Giorgio Agamben (!) dal titolo programmatico “A che punto siamo”, semplicemente perché – col piglio severo da filosofo (che del resto è il suo mestiere) – il pensatore esortava a “rimanere a casa” ma anche a “restare lucidi e far sentire la propria voce” (A che punto siamo, Quodlibet, 2020, p. 17).

Questo per citare solo pochissimi fra gli innumerevoli episodi di censura, intolleranza, puro e semplice odio, sollevati dalla questione vaccinale.

Quindi lo spot di Tornatore, i cui messaggio appare tutt’altro che palese, e anche tutt’altro che schierato a favore un vaccinismo “senza se e senza ma”, sembra veramente assumersi un rischio altissimo – ma, forse perché il regista ha accettato di girarlo solo a quella condizione, viene comunque messo in onda. Anche il ministro della Salute Speranza deve fare buon viso a cattivo gioco e, con abile mossa politica esulta (o, magari, finge di farlo) uscendosene con un “Grazie Tornatore. Dobbiamo volerci bene” (sul sito ufficiale del Ministero, 18 gennaio 2021).

Ma solo tre giorni dopo, il 21 gennaio, il più voluminoso critico televisivo del già citato quotidiano nazionale, non risparmia critiche feroci: “Quando c’è di mezzo la salute – tuona – la comunicazione si deve basare su fatti concreti, su certezze, su evidenze. Non su suggestioni o promesse” (Aldo Grasso “Campagna per i vaccini: lo spot di Giuseppe Tornatore e il piano sanitario”, Corriere della Sera, 21 gennaio 2021).

Tuttavia, nella loro foga accusatoria, i Soloni dello spot sembrano possedere delle certezze che, alla prova di uno sguardo solo un po’ più attento, appaiono invece assai opinabili. Grasso infatti, senza il minimo dubbio (dimenticandosi che nello spot si ripete che proprio i dubbi aiutano) sostiene con convinzione che le due figure siano madre e figlia. Seguendo la sua idea, allora, si potrebbe anche arrivare a sostenere che la madre starebbe invitando la figlia a vaccinarsi, ma quest’ultima le risponde che non è sicura… Se poi assumiamo il fatto che nell’ultima scena la madre alza le braccia e sembra scomparire tra i veli, il significato è chiaro: la scelta perplessa e sospensiva, cioè anti-vaccinista, della figlia, finisce per risultare pericolosa al punto da uccidere la madre e con lei potenzialmente tanti altri anziani, dato che la “stanza degli abbracci” si trova di sicuro in una casa di cura o in una RSA. Quindi lo spot non è affatto dubitativo, ed anzi è in linea con le aspettative delle politiche ministeriali!

Ma siamo sicuri che questa sia l’interpretazione giusta?

Pochi sanno che Tornatore, oltre che il regista di grandi successi mondiali, da Nuovo Cinema Paradiso a Una pura formalità, da La sconosciuta, a La migliore offerta, è stato anche regista di numerosi spot pubblicitari, per marchi prestigiosi tra cui Dior e Dolce & Gabbana, ed anche di spot a carattere sociale. In particolare, nel 2002 Tornatore aveva realizzato uno spot per AIMA, l’Associazione malati di Alzheimer, di sconvolgente forza visiva: nell’Aula del Parlamento entra un anziano signore visibilmente spaesato, arriva davanti al presidente di turno e lancia un grido inarticolato alzando le mani al cielo; il presidente interdetto e visibilmente scocciato chiama due commessi che accompagnano il malcapitato fuori dal Transatlantico; poi, una voce fuori campo dice: “Quest’uomo ha una grave malattia, l’Alzheimer. Le istituzioni hanno una malattia più grave: l’indifferenza. Non dimenticare chi dimentica”. Come è noto, lo spot venne rifiutato da Rai e Mediaset, creando un caso di eclatante censura “trasversale” che suscitò infinite polemiche e persino interrogazioni parlamentari: non è quindi un regista da sottovalutare, pensando di poter ridurre facilmente il suo messaggio entro una griglia prefabbricata.

Chi ci autorizza dire che le due figure dello spot siano madre e figlia? Il loro saluto è affettuoso ma anche formale: nella scena finale, l’anziana leva il dito in un monito che è più da insegnante che da mamma, e le sue parole “devi volerti bene!” potrebbero dare ragione proprio alla giovane ex-allieva che ha scelto un atteggiamento riflessivo, “scettico” nel senso etimologico del termine, di “ricerca”.

Ulisse abbraccia l’ombra della madre nell’Ade (Odissea, sceneggiato Rai, 1968)

Ma si potrebbero fare anche molte altre ipotesi. Forse, la posta in gioco è essenzialmente estetica: Tornatore, per dare una lezione a Bill Viola, che in The Greeting (1995) aveva replicato in video la Salutazione di Pontormo, voleva produrre una propria versione della discesa all’Ade di Odisseo che abbraccia vanamente l’ombra della madre (come nella versione televisiva dell’Odissea del 1968 con Bekim Fehmiu e Irene Papas), mostrandone l’inattesa l’attualità ai tempi del distanziamento sociale. Oppure, con un taglio più mistico, tutto l’incontro si svolgerebbe in una sorta di Iperuranio (non ci sono dati per stabilirlo, anche gli esseri in tuta potrebbero essere delle figure angeliche senza sesso); la vecchia sarebbe una rappresentazione della Teologia (una sorta di Beatrice invecchiata) e si rivolge alla giovane, che rappresenta la Filosofia, per ricordarle di “volersi bene” cioè di mantenere alto il suo ruolo di “sentinella della Ragione”, in un inaspettato endorsement dell’Agamben-pensiero.

Jan Styka, Odisseo tenta di abbracciare il fantasma della madre, 1901

O invece, in un’altra lettura ancora, più marcatamente politica, l’anziana potrebbe essere una personificazione dell’Italia che dialoga con la sua giovane Democrazia. La frase “non lo so, ho molti dubbi” sulla bocca di quest’ultima non potrebbe riferirsi allora alla scelta dell’azienda farmaceutica con cui stringere il fatidico contratto vaccinale?…

Paradossalmente, questo spot che forse solo ieri in molti avrebbero preferito rifiutare, sembra assumere proprio qui ed oggi tutto il suo senso. Tra le polemiche sui ritardi di consegna dei vaccini, con le perplessità crescenti sui dati della loro sperimentazione, con l’emergere alla conoscenza pubblica di contratti firmati in tutta segretezza quasi fossero il Patto di Londra, e con una crisi politica che minaccia di protrarsi a lungo, sintomo inequivocabile di una degenerazione davvero patologica delle nostre istituzioni, questo dialogo sul dubbio trascende persino l’occasione pandemica da cui è scaturito, e mostra come funziona una vera opera d’arte: è proprio come un test, una “macchia di Rorschach”, insomma, dentro cui ognuno finisce per vedere la parte più inconfessabile di se stesso.

In copertina: William Russel Flynt (1880-1969), disegno per “Odisseo nell’Ade

PhD, filosofo e teorico d’arte contemporanea. Ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie università e accademie e ha curato mostre internazionali come “Cover Theory – L’arte come reinterpretazione” (2003). Ha scritto su molti artisti contemporanei e ha pubblicato numerosi saggi tra cui “Enjoy! Il godimento estetico”, Meltemi, 2003 (e 2006); “Van Gogh a Hollywood. La leggenda cinematografica dell’artista”, Meltemi, 2004 (nuova ed. 2021); “Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea”, Bompiani, 2008 (vincitore Limina Award 2008 come miglior saggio di cinema); “Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea”, Guerini, Milano 2012; e recentemente “Duchamp. La scienza dell’arte”, Meltemi, giudicato il miglior saggio sull’arte del 2019. Ha collaborato per anni a Flash Art; i suoi articoli e interventi sono apparsi sui principali quotidiani nazionali e su riviste come Alfabeta2, Juliet, Exibart; dal 2012 firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune. È stato inoltre autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e nel 2019 ha realizzato “Genio & Sregolatezza”, programma televisivo a puntate sulla storia d’Italia vista dagli artisti, 1950-2000, andato in onda su RAI Storia (ora disponibile su RaiPlay).