Immaginare il futuro

È da quasi un anno che le nostre giornate si sono ridotte, per buona parte, alla fruizione, forse sarebbe meglio dire, al consumo di immagini. Il mondo e il suo quotidiano esistere si è fatto, in una sorta di accelerazione parossistica, immagine. Siamo davvero atterrati nell’epoca dell’immagine del mondo, come la chiamava Heidegger. Scrutiamo il mondo, lo analizziamo, ci facciamo immagine di ogni aspetto dell’esistente. Viviamo in una scopofilia assoluta. Nulla ci sfugge. Ogni dettaglio può essere zoomato, ingrandito a dismisura.

Eppure, in questo eccesso di visibilità, ci è diventato pressoché impossibile farci un’immagine del futuro. Anzi, per dir meglio, non è tanto un’immagine del futuro che ci manca, se con immagine del futuro intendiamo un’immagine scelta, in modo più o meno idiosincratico, dal catalogo infinito di quelle circolanti. Immagini distopiche, immagini edulcorate, immagini filtrate. Ma quel che davvero ci risulta oggi difficile, nell’epoca dell’immagine del mondo, è immaginare il futuro. 

La produzione infinita di immagini, non compiuta da un apparato dittatoriale che ci governerebbe, ma dalla nostra adesione irriflessa, talvolta entusiastica, a uno sviluppo biotecnologico dai tratti inebrianti e anestetizzanti, ha inibito una delle facoltà principali del pensiero e, in particolare, del pensiero politico, la capacità di immaginare, l’azione di immaginare un futuro non dato nell’oggi.

L’atto di immaginare, la capacità di vedere l’invisibile agli occhi, è il motore di ogni pensiero politico degno di una trasformazione radicale dell’esistente. Senza la capacità di immaginazione si dà, infatti, solo gestione dell’esistente. Senza quel gesto radicale e, per tanti versi, inutile e improduttivo che è l’immaginazione non si dà metamorfosi possibile delle condizioni attuali di stasi. 

L’immaginazione non è l’immagine. L’immaginazione è azione, è trasporto, è slancio, è abbandono, è passione, è  “il respiro dell’anima”. L’immagine è solo quel che resta di tutto questo processo. Non c’è azione politica capace di reale trasformazione senza una capacità radicale di immaginare il futuro, ciò che ancora non c’è. Nessun entusiasmo, nessuna passione politica animata solo da dati, da numeri, da immagini preconfezionate.

Gli artisti, i sognatori, i visionari, coloro che si perdono nelle immagini irrealistiche che la loro vivace immaginazione crea non salveranno il mondo. Ma sarà sicuramente da un bambino con una fervida immaginazione che uscirà l’immagine di un futuro diverso, non certo da un mero utilizzatore postproduttivo dei grandi flussi del mondo-immagine in cui siamo sprofondati, con buona pace degli ideologi del nulla alla Bourriaud (che, al posto di creare cliché o slogan di pensiero, forse dovuti alla loro formazione da creativi, farebbero meglio, oltre a non citare a sproposito Debord e Deleuze, a rileggere – forse leggere – vecchi dinosauri come, ad esempio, Kant, Friedrich Schlegel, Bachelard, Sartre, Ernst Bloch, Arendt…).

Non uscire dal mondo, non buttare il tuo cellulare, non chiudere i tuoi social media, ma trova il tempo di chiudere gli occhi per perderti nelle tue fantasticherie, nei tuoi inutili sogni, nelle tue immagini senza contatto con la realtà. Chiudi, almeno ogni tanto, gli occhi sul presente e immagina il futuro.

Immagine di copertina: Robert Doisneau, Alunni della Sneed Road School, 1931

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).