Non luogo a procedere

È da poco uscito presso Valigie Rosse, nella collana «Caratteri» diretta da Paolo Maccari e Valerio Nardoni, Teoria delle rotonde. Paesaggi e prose di Italo Testa (pp. 126, € 14), accompagnato da dodici fotografie dell’autore rielaborate da Riccardo Bargellini (non è la prima volta che il lavoro di Testa si accompagna all’immagine, come ricorda Riccardo Donati nel testo critico scritto per questa occasione).

Si tratta di un lavoro più che decennale (le prime parti, in ordine di pubblicazione, risalgono al 2007; e diverse di esse videro la luce una prima volta su «alfabeta2»: come, nell’ottobre 2010, questa che per la cortesia dell’autore e dell’editore presentiamo qui – e che conclude il libro). Come scrive Maccari, il libro non dissimula una «vocazione saggistica insieme esposta […] e occultata nell’estrema formalizzazione dello stile». L’unica notazione “teorica” acclusa da Testa, a parte quelle che ricostruiscono la storia “esterna” del testo, lo definisce infatti «la parte emersa di un tentativo estetico sul paesaggio contemporaneo» (un’altra notazione, che rinvia per la sezione «Italia[n] Aila[n]ti» a «una serie fotografica di Luigi Ghirri sul paesaggio italiano», è in realtà un deliberato depistaggio: poiché le immagini che annuncia, «immagini diffuse e infestanti che compongono la sezione», sono perfettamente assenti dall’impaginato).

Materiali così distanti per stesura e modalità espressive sono accomunati, in questo lavoro di Testa, da un’attitudine “psicogeografica” di remota matrice situazionista (mentre un’altra provenienza dalla sperimentazione di quegli anni si potrà indicare, nella sezione «Vicolo corto», dal Perec topograficamente più “saturo” del Tentative d’épuisement d’un lieu parisien). L’inserimento delle immagini partecipa appieno alla costruzione del senso, dunque, non solo quale “interpunzione ritmica” di carattere macrotestuale (come in tanti altri esempi, ormai, di expanded poetry contemporanea), ma anzitutto con funzione di “segnaletica” tanto più necessaria quanto arbitraria e, s’è visto, desultoria. Così pure ricollegandosi, con allusiva “mossa del cavallo”, alla più acuta tradizione del nuovo, imagista e post-. 

Andrea Cortellessa

1. [revenants]

Subito pensa che “luogo” è una parola tra tante, nella selva dei dizionari, che non si impone di per sé, per qualche forza arcana o sortilegio. E poi è una parola segnaposto, che sta per questo o per quello, priva di vita autonoma: una parola zombie. Ma tutto questo come può riguardarlo? In effetti, non lo riguarda, e non riguarda il fare poesia. Quella cosa che chiamiamo poesia non sarebbe tale se fossimo equidistanti rispetto alle parole, come se le guardassimo dall’alto di una torre e potessimo puntarle indifferentemente con il nostro fascio di luce. Bisogna essere disposti a un corpo a corpo con singoli vocaboli. Ci sono dislivelli, parole che impattano, revenants, e soprattutto siamo immersi nella mischia, e spesso ci sentiamo soffocare, ci manca l’aria per via di una parola che occlude il respiro. Tutto questo succede, di volta in volta, tanto che una domanda diretta ci prende di sprovvista: non lo sappiamo, dobbiamo verificare, dopotutto questo fare poesia è una faccenda empirica, opaca, e discontinua, un prepararsi all’invasione. Tra le parole che fanno irruzione vi è anche “luogo”? Setacciando le carte, scopre di averla scritta non più di otto nove volte. Il numero è un indizio? È poco? È tanto? Si sorprende, però, a realizzare che “Un luogo qualunque” è il titolo di un testo che sta nel suo cantiere da diverso tempo. Stava proprio sotto gli occhi, e perciò invisibile. Prova ad estrarre alcune tessere, a giustapporle, come un disordinato mosaico delle sue parole “luogo”: “un luogo qualunque”, “in qualche luogo”, “ogni luogo”, “in nessun luogo”, e poi le forme interrogative “in che luogo?”, da che luogo?”. Questo è il catalogo. Un campionario dell’indeterminatezza. Di cui forse si soffre, in cui forse si spera,  correndo come a uno slargo, un’apertura di luce che ci minaccia ubiqua, e dove tutto può succedere, cadere qui ed ora.

2. [nuotare al buio]

Le poesie non parlano di parole, vorrebbero piuttosto renderle trasparenti e disinnescarle. I poeti artificieri vorrebbero bonificare la mente dagli ordigni verbali che irrompono nei siti cerebrali. Anche dalla vaghezza della parola “luogo”. Ma come scriveva Corrado Costa, “il luogo della poesia torna sempre fuori, anche se il poeta è senza luogo”. Commentando queste parole, Patrizia Vicinelli ha aggiunto che “è il poeta a scegliere il territorio della sua nascita. A volte coincide, a volte no”. Non sa se il poeta sia senza luogo, anche se resta fermo all’evidenza che la poesia è un non luogo a procedere. Non sa neppure se possiamo scegliere il territorio della nostra nascita, di ciò che potrebbe voler dire venire alla luce da qualche parte nella poesia. Sperimentiamo piuttosto un senso di costrizione, siamo lì, quei canali, quei pioppi muti, quegli argini e quelle sabbie continuano a ripresentarsi. Rimane la non coincidenza, perché le colline, i calanchi franosi al cui cospetto siamo cresciuti erano già altri, sin dall’inizio, sin da quando ha iniziato a manifestarsi questa debolezza del volere, questa forma di akrasìa. Forse li abbiamo riconosciuti anche altrove, o all’inverso erano solo l’anticipazione di quanto sarebbe venuto. Così questa non coincidenza è anche il segno di una pluralità: i luoghi tornano sempre fuori. Quei calanchi franosi, le terre rosse delle colline dell’Emilia sono tornate dopo molto tempo, quando già la cintura lagunare veneta gli si era stretta intorno, a delimitare lo spazio acquoso dei suoi versi: e sono ritornate come le sabbie emerse, le dune che sono sempre state. Così le piazze sterminate e i campi d’acqua, l’eco degli allarmi nelle strade di Milano e le sirene delle maree. Sei lì sotto, nuoti al buio, sotto una crosta ghiacciata, a tratti una corrente ascensionale ti porta verso la superficie, dove il ghiaccio è più sottile fai pressione, lo perfori, riemergi da qualche parte, hai poco tempo, prima di tornare sotto, per riconoscerlo, sembra uno di quelli, sembra proprio uno di quei luoghi.

3. [ultratossico]

Considera l’ipotesi che le poesie a volte non siano altro che siti di stoccaggio di rifiuti verbali ultratossici. A che cosa varrebbe? A disinfestare la mente? A liberare questi luoghi dai detriti, e lasciare che le cose si mostrino? Considera l’ipotesi che le poesie siano luoghi eventuali. In questo spazio qualcosa deve poter accadere, fare irruzione, sovrastare: i detriti trasfigurati, di più, cancellati. Negazioni determinate di se stesse, del loro proprio luogo. Perché è la spazialità concreta ciò che più di tutto sembra distinguere il testo poetico dalle altre forme di espressione. Come questo spazio è occupato, una determinata disposizione delle parole, certi pieni e certi vuoti. Questa forma conta, fa la differenza. È così che crediamo di riconoscerle, a colpo d’occhio. Stanno lì, nel mondo, sono dei luoghi espressivi altamente connotati e differenziati, su cui più individui possono transitare, fermarsi per un poco, esplorarli, prendere congedo. Ma si deve chiedere di più: se di questo luogo non ci dimenticassimo, se non sparisse alla vista, se non si negasse nello stesso momento in cui si affaccia alla mente, della poesia non ne sarebbe nulla, nulla accadrebbe.

4. [sostanza]

Devono poter dimenticare. Finché ti ricordi di una cosa, l’hai vista spesso, non sarà mai tua: tua come deve poter essere per entrare in una poesia, e diventare d’altri. Anche i luoghi non ricordano, almeno non da soli: non possono ripescare, richiamare dal fondo cose e eventi. Ma hanno memoria. Possono avere una memoria fisica, che sta lì, anche se nessuno potrà mai più richiamarla. Perché contengono, come pozzi, serbatoi, sono recipienti di tracce, impronte, calchi. Anche le poesie non ricordano e sono fatte della sostanza inconscia della memoria.

5. [microsolchi]

Vorrebbe che le sue poesie fossero fossili biometrici scagliati nello spazio. Oggetti strani, punteggiati da microsolchi e tracce più o meno visibili. Oggetti che spesso nascono in transito da un luogo all’altro:appunto tracce, registrazioni, campionamenti, tapes,dove un viaggio d’andata e ritorno da Venezia a Sarajevo diventa il catalizzatore di una memoria d’ostilità immagazzinata in forma compressa anche negli altri luoghi dove trascorre, dalla periferia sud di Milano ai dintorni della base militare di San Damiano.

6. [strame]

La memoria dei luoghi non dipende solo da noi. Anche se un luogo è sempre un luogo per qualcuno, non dovremmo farci incantare troppo dalla definizione stessa della parola: è l’eterotopia ciò che veramente c’interessa, quanto nei luoghi sfugge a ciò che progettiamo e proiettiamo su di essi. Che la memoria non si lasci ridurre a quella storica e biografica è quanto sperimentiamo nella durezza fisica di molti luoghi. Incontriamo qualcosa di indisponibile, una resistenza che fa strame dei nostri piani. Che questa sia una promessa di smemoratezza, o rinvio a una memoria anteriore, non può essere aggiudicato una volta per tutte. È in questa indecisione che indugia l’esperienza dei luoghi.

vive a Milano. Ha pubblicato, fra l’altro, “Gli aspri inganni” (Lietocolle 2004), “Biometrie” (Manni 2005), “canti ostili” (Lietocolle 2007), “La divisione della gioia” (Transeuropa 2010), “i camminatori” (Valigie Rosse-Premio Ciampi 2013); “Tutto accade ovunque” (Aragno 2016), “L’indifferenza naturale” (Marcos y Marcos 2018) e “Teoria delle rotonde” (Valigie Rosse 2020). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, tedesco e cinese, e sono inclusi nell’antologia di poesia europea “Grand Tour. Eine Reise durch die junge Lyrik Europas” (Hanser 2019). Dirige la rivista di poesia, arti e scritture “L’Ulisse” ed è coordinatore del lit-blog “leparoleelecose”. Insegna filosofia teoretica e teoria critica all’Università di Parma.