John Berger, l’incessante

Cosa significhi davvero leggere, dipingere, scrivere è qualcosa che in John Berger trova la sua vitalità e la sua ragion d’essere a partire dalla condivisione di un campo. Ways of seeing: nulla di più semplice per intitolare i documentari trasmessi dalla BBC nel 1972 (Modi di vedere, Bollati Boringhieri 2004). Nulla di più fulmineo e disarmante che chiamare le cose con il loro nome. La vita dell’artista nato a Londra e morto a Parigi è consistita in un attraversamento in cui la posta in gioco era la vita stessa. La vocazione alla contaminazione dei generi letterari, dei mezzi di espressione è sempre stata un punto di partenza e di arrivo autentico, sempre in là qualsiasi imposizione o etichettatura netta e definitiva.

Di fronte alle opere di grandi artisti il bersaglio coincide con la resa, la scoperta di una fragilità con una piena assoluzione. Non gli bastava disegnare, fotografare, scrivere: solo attraverso dei cortocircuiti (come in Sul guardare, il Saggiatore 2017), muovendosi fra un volto di Bacon e un animale di Walt Disney, riconoscendo la propria storia davanti alla pala di Grünewald a Colmar, Berger è potuto diventare Berger. La sua inguaribile vocazione alla contaminazione si è cristallizzata più che in un concetto in un’idea, una persona. Assieme a un articolo di Federico Ferrari su di lui compare una serie di fotografie. In quella d’apertura è ritratto con un sorriso aperto: sono gli occhi soprattutto a essere aperti, rapidi, svegli. Inoltre, mentre il dito della mano destra sembra quasi fasciato, quello della sinistra indossa un pupazzetto sembrerebbe a forma di fiore, con gli occhi e la bocca, una bocca un po’ allargata in un’espressione di paura, ma tant’è. L’impressione è quella di una fotografia ben riuscita – capace di cogliere un momento, un istante unico, una personalità.

Fotocopie, ripubblicato dal Saggiatore (dopo una prima edizione presso Bollati Boringhieri nel 2004; l’edizione originale è del 1996), è un lungo attraversamento da intendere anche come una serie di trapassi – vi compaiono persone morte, persone vive, e persone vive che si legano a quelle morte. Ed è allora anche una storia della vita umana che scorre su più livelli, tra i presenti, gli assenti. In un dialogo possibile, a volte impossibile, tramite fotografie, disegni, tramite parole. Che le une siano consustanziali agli altri lo dichiara chiaramente la potenza della visione, come quando Simone Weil viene ricordata a partire dal tavolo di legno di pero in una casa di Parigi dove la studiosa concepì molte delle sue opere; o nel primo “ritratto” – parola fuorviante e riduttiva – in cui in una manciata di pagine, e con infinita grazia, viene suggerita la relazione con un altro essere umano: una donna. Il nucleo di questo cominciamento viene presentato quasi sommessamente; osservando un disegno appeso al muro della donna, Angeline, Berger scrive: «Non ha detto nulla o fatto alcun segno. Il viso era rivolto altrove. Solo il corpo rivelava quanto le fossero familiari quelle parole. Il corpo non ha fatto alcun movimento. Alcun gesto. Solo un ritrarsi che si sarebbe potuto scambiare per insolenza». È solo qui, nella restituzione perfetta, quasi intollerabile per la sua perentorietà e potenza, che l’incontro con l’arte può trasformarsi in ciò che forse più autenticamente sarebbe bello: se fosse «un momento vissuto» appunto.

Questo legame inscindibile fra visione e linguaggio – «il vedere viene prima delle parole. Il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare» – in qualche modo apre prospettive nuove anche sul mondo dell’infanzia e sui suoi studi, a partire anche solo da Lev Vigotskij. Molto interessante il punto in cui l’identità di Marisa Camino si crea a partire da un mondo altro, come si legge nel testo 12: «Ciò che sa sulla propria natura lo ha appreso da meduse, seppie, polpi, patelle, gasteropodi, che esistono da nove decimi del tempo trascorso da quando c’è vita sul nostro pianeta. Impara anche da pulci di mare e cavallucci marini».

Il testo numero 6, intitolato Giovane donna con la mano sotto il mento,è per chi scrive il lacerto più perfetto. L’argomento, forse, non avrebbe che potuto ricrearsi sull’argomento principale, cioè l’arte del ritrarre. Prendere la mira dell’oggetto ritratto, incontrare la mira di chi ci sta ritraendo. L’esistenza è un gioco di mire, e nulla è più serio e fatale della mancanza di fiducia nel proprio mondo, del proprio talento, della propria fede in sostanza: «Ogni tratto o correzione che facevo sulla carta era come qualcosa che le era stato trasmesso prima che venisse al mondo. Il disegno stava dragando il tempo. E le sue tracce erano, come i cromosomi, ereditarie». Le pagine dedicate a Cartier-Bresson – alla fotografia intesa come quell’unico e solo «guardare incessantemente» che è l’unico modo per garantirne la vitalità, la presenza oltre il tempo – richiamano quelle dedicate alla difficile vita in carcere, dove il racconto come evasione acquista qui significati ancora nuovi, e restituiti con grande nitore.

Di Berger si ricordano il romanzo G (Neri Pozza 2012), grazie al quale ha vinto nel 1972 il Booker Prize; e poi Ritratti (2018), Paesaggi (2019) e E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto (2020, questi ultimi sempre pubblicati dal Saggiatore); nonché il bel numero dedicatogli da «Riga» (il 32 del 2012). Ma perché Fotocopie? Cosa significa questo titolo, e che valore assume? A un certo punto Berger scrive di fare riferimento a una «fotocopia verbale», qualora la fotografia non sia disponibile (o non lo sia più, o non lo sia stata). Curioso l’accostamento inedito dei due termini. Fare fotocopie di immagini, da intendersi previa la trasformazione in parole. Fare fotocopie trasferendo le immagini in lettere, sillabe, parole, frasi, mondi. Oltretutto il riferirsi alla necessità di fare una «fotocopia verbale» implica che, in un’ipotetica “gerarchia” tra mondo visivo e linguistico, al mondo delle immagini spetterebbe il ruolo preminente in quanto oggetto da trasferire, fotocopiato; è ugualmente vero, però, che quella tautologia, fotocopia verbale, rafforza e potenzia il mondo dei segni e del linguaggio…

In qualsiasi modo la si voglia vedere, e certo lontani da ogni tentativo di stabilire priorità, questo libro piccolo e prezioso illumina ogni passo di avvicinamento e allontanamento al mondo dell’arte, nelle sue pause e rigenerazioni attraverso l’esistenza stessa, in uno scambio definitivo, imprescindibile, ancestrale. 

John Berger
Fotocopie
a cura di Maria Nadotti
il Saggiatore, 2021, pp. 169 pagine ill., € 18

(Roma, 1979) ha scritto “Adorazione” (Edilet 2009, prefazione di Emanuele Trevi), “Come le stelle fisse” (Empirìa 2014), “Ritmi di veglia” (Exòrma 2019, prefazione di Emanuele Trevi). Collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie tra cui “l’Unità”, “il Riformista”, “L’Indice dei libri del mese”, “alfabeta2”, “Nuovi Argomenti” e “Belfagor”. Si è occupata di autori quali Sanguineti, Bachmann, Walser, Weil, Campo, Ortese. Suoi contributi critici e in prosa sono presenti, tra gli altri, nella riedizione del volume “Gruppo 63. Il romanzo sperimentale” (L’Orma 2013) e nell’antologia “Con gli occhi aperti” (Exòrma 2016).