Un visibile tacere

I

Un discorso sull’aver luogo della poesia potrebbe iniziare con un dettaglio del Trittico di Monte San Martino, dipinto da Vittore Crivelli probabilmente nel 1490, e oggi visitabile nella chiesa di San Martino Vescovo.  Questo dettaglio – una crocifissione con la Maddalena, Maria, Giovanni e tre serafini raffigurati nell’atto di raccogliere il sangue che stilla dalle piaghe del Cristo – è una cartilagine tra due ordini di rappresentazione: un paesaggio ancora terrestre e un cielo già aureo, separato dal mondo degli uomini. Ebbene: la poesia abita proprio quel sottilissimo limite che non è cielo e non è terra, ma piuttosto il loro reciproco, luminoso scartarsi.

Vittore Crivelli, Trittico di Monte San Martino, ca. 1490 (particolare)

II

Nella prima metà del quattordicesimo secolo, il frate Domenico Cavalca scrive lo Specchio di Croce, opera destinata a larga diffusione, nella quale si spiega perché Gesù Cristo in croce sta come libro: «Tutti sappiamo che il libro non è altro, se non pelli d’agnello, bene rase, legate fra due tavole, e scritte quasi per tutto di lettere nere […]. Per questo modo Gesù Cristo in croce sta come libro: perocché la sua pelle e la sua carne, la quale è agnello senza macola, e senza peccato che non fu raso, né purificato da altri; anzi nacque tutto cosi puro. Ovvero possiamo dire, perché la pelle quando si concia per scrivere, si radono gli peli ed assottigliasi; così la pelle di questo agnello fu rasa, quando gli pelarono la barba. […] Questa pelle così nuda e pelata fu non legata, ma confitta fra due legni della croce, ed era scritta tutta di lettere nere: perocché fu tutta illividita ed annegrita per gli colpi e per le guanciate».

III

La Crocifissione sembra così rivelarci qualcosa in più sull’aver luogo della poesia, e cioè che ogni sua scrittura è destinata a illividere ciò che la ospita. A questo punto, uno potrebbe oggi chiedere: in vece del millenario supplizio, non sarebbe più legittimo deporre sulla pagina soltanto un visibile tacere?  Diventa allora necessario interrogarsi su che cosa voglia dire mantenere un silenzio senza percuotere di silenzio la pagina...   

IV

In un frammento dell’Innominabile, Beckett scrive: «mantenere il silenzio non è tutto, ma bisogna anche vedere che genere di silenzio si mantiene». Non si tratta, perciò, di limitarsi a non dire – se questo non-dire è ancora di troppo -, ma di meditare sulla postura del proprio silenzio: scegliere di lasciare sulla pagina uno spazio impercosso, tanto dalla scrittura quanto da quello che abbiamo voluto tacere; di covare un resto che – a suo tempo – possa rivelare un altro senso, sino a quel momento rimasto imprevisto anche per noi.

V

Un racconto chassidico narra di come un giorno Reb Mendel avesse interrogato i suoi discepoli, domandando: «Dove sta Dio?». «Dove sta Dio?» risposero sorpresi i discepoli, «Lo sa ogni bambino. Dio è dappertutto!». A quel punto Reb Mendel, scuotendo la testa, fissò attentamente i suoi discepoli; disse infine: «Dio è là dove lo si lascia entrare».

VI

Da dove si entra nella poesia? Per quale luogo? È noto come alcune raffigurazioni della resurrezione di Gesù – appartenenti in particolare al Basso Medioevo – raffigurino la piaga del costato ancora sanguinante. Nonostante il trionfo sulla morte, le ferite del Salvatore non si sono rimarginate: esse conservano questa aporia di un trascorso mai completamente trascorso, di un qualcosa che qui si mantiene fra il corrotto e l’incorruttibile senza tuttavia appartenere davvero a nessuno dei due: «dux vitae mortuus, regnat vivus» recita la sequenza Victimae paschali laudes («il Re della vita, morto, regna vivo»). Allo stesso modo, in ogni poesia si entra attraverso quella ferita che, nonostante la trionfante compiutezza dell’annuncio, continua imperterrita a sanguinare – a conservarsi aperta.

Hs 2505, Speculum humanae salvationis

VII

Uno spazio rimasto impercosso; una ferita per la quale si può ancora passare; un limite che non è cielo e non è terra, ma il loro reciproco scartarsi… ecco, dunque, l’aver luogo della poesia.

(Macerata, 1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l'atlante “Navegasión", inaugurato con il film "Ogni roveto un Dio che arde” durante la 52esima edizione della "Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro”. È curatore del progetto di ricerca cinematografica “La Camera Ardente”, e redattore di “Nazione Indiana”. Suoi interventi sono apparsi su “Le parole e le cose”, “Doppiozero”, “Il tascabile”, “Minima e Moralia” e “Il Manifesto". Nel 2019 ha vinto il "Premio Opera Prima” (Anterem) con la raccolta "La Promessa Focaia", ed è stato finalista al "Premio Montano". Studia al Trinity College di Dublino.