La vita inferiore

Proponiamo qui, ringraziando la cortesia dell’editore, una selezione di poesie tratta dalla raccolta Umbra vitae, che uscì pochi mesi dopo la morte di Heym (domani ne ricorre l’anniversario) per i tipi dell’innovativo Ernst Rowohlt e che nel 1924, su impulso di quell’altro pioniere dell’editoria d’avanguardia che fu Kurt Wolff, fu ristampata con la preziosa aggiunta delle xilografie di Ernst Ludwig Kirchner. È da quell’edizione che trae spunto la traduzione in uscita in questi giorni curata da Massimo Palma (Castelvecchi, pp. 163, € 13,50).

La poesia degli anormali

Il 16 gennaio 1912 Georg Heym affondava nel ghiaccio della Havel, alle porte di Berlino, per aiutare un amico in difficoltà. Definito già in vita “Baudelaire tedesco” (o alternativamente “Rimbaud”, forse per il viso da fanciullo), amato dalla generazione che andò alla guerra e da quella successiva (non ultimo Paul Celan), determinante – senza giungere a saperlo – nel fissare modi e coordinate dell’Espressionismo tedesco, Heym registra i mutamenti sociali in corso. Mentre le trasformazioni della metropoli interrompono ogni fuga dell’immaginario poetico nel repertorio romantico, Heym scopre, come rilevò Walter Benjamin, categorie sociali inedite: i matti, i disabili, gli alienati, i delinquenti. E la miseria, l’esclusione – le parti proscritte, maledette, di una società in rapida industrializzazione, che procedeva spedita verso il macello della Grande Guerra. In forme espressive inedite, che spezzano i legami con la tradizione lavorandola dall’interno, forzandola, gli “anormali” entrano nel campo nella poesia di una Germania tardo-guglielmina ancora gerarchica e autoritaria. Trovano una voce, un’espressione – allucinata, sformata –, trovano il ritmo nella ripetizione.

Massimo Palma

ALLE LANDSCHAFTEN HABEN
Sich mit Blau erfüllt.
Alle Büsche und Bäume des Stromes
Der weit in den Norden schwillt

Leichte Geschwader Wolken,
Weisse Segel dicht
Die Gestade des Himmels dahinter
Zergehen in Wind und Licht.

Wenn die Abende sinken
Und wir schlafen ein,
Gehen die Träume die schönen
Mit leichten Füßen herein.

Cymbeln lassen sie klingen
In den Händenlicht
Manche flüstern und halten
Kerzen vor ihr Gesicht.

OGNI PAESAGGIO si è
avverato d’azzurro
ogni arbusto ogni albero del fiume
che si gonfia ancora a nord

stormi leggeri di nubi
vele bianche dense
le sponde del cielo dietro
a sfarsi nel vento nella luce.

Quando le sere affogano
e noi prendiamo sonno
i sogni i sogni belli
entrano a passo lieve.

Fanno suonare i cimbali
alla luce delle mani
alcuni sussurrano e tengono
ceri avanti al volto.

*

Der Garten der Irren

Am roten Teiche stehen viele Schatten
Bei dünner Bäume schwächlichen Gesichten,
In Stille fort. Nur selten daß sich eine
Herunter zu dem trüben Wasser bücket.

Und manche gehn in den entleerten Hecken
In kühlen Gängen, die schon voller Lichter,
Und schleifen mit den Füßen in dem Laube,
Und sitzen wieder sanft in den Verstecken.

Der Strom ist weit hinab im blanken Scheine
Bei Erlen und den krumm gebornen Weiden.
Und wer mit leichtem Kahn ihn überbrücket,
Er wird im Licht die gelben Blumen pflücken

Il giardino dei matti

Allo stagno rosso ci sono tante ombre
di volti gracili sotto alberi sottili,
sempre in silenzio. Solo di rado c’è chi
si china giù sull’acqua opaca.

E alcuni vanno tra le siepi svuotate
per corridoi freddi, già pieni di luci,
e trascinano i piedi sul fogliame
e siedono di nuovo calmi nella tana.

Il ruscello più giù luccica lucido
tra gli ontani e i salici nati storti.
E chi lo guada con una barca leggera
coglierà fiori gialli nella luce.

*

Die Stadt

Im Dunkel ist die Nacht. Und Wolkenschein
Zerreißet vor des Mondes Untergang.
Und tausend Fenster stehn die Nacht entlang
Und blinzeln mit den Lidern, rot und klein.

Wie Aderwerk gehn Straßen durch die Stadt,
Unzählig Menschen schwemmen aus und ein,
Und ewig stumpfer Ton von dumpfem Sein
Eintönig kommt heraus in Stille matt.

Gebären, Tod, gewirktes Einerlei,
Lallen der Wehen, langer Sterbeschrei,
Im blinden Wechsel geht es dumpf vorbei.

Und Schein und Feuer, Fackeln rot und Brand,
Die drohen im Weiten mit gezückter Hand
Und scheinen hoch von toter Wolkenwand.

La città

La notte immersa al buio. E la luce delle nuvole
lacerata al tramonto della luna.
E migliaia di finestre che scortano la notte
le ammiccano con palpebre rosse e minute.

Le strade attraversano come vene la città,
esseri innumeri fluttuano dentro e fuori,
e un suono sempre sordo di vita cupa
sgorga monocorde spento nel silenzio.

Parto, morte, monotonia lavorata,
balbettio delle doglie, lungo grido di morte,
passano oltre cupi, una cieca alternanza.

E la luce e il fuoco, la fiaccola rossa e l’incendio
minacciano da lontano con mano sguainata
e splendono alti da una parete di nubi morte.

*

Der Winter

Der Sturm heult immer laut in den Kaminen,
Und jede Nacht ist blutigrot und dunkel,
Die Häuser recken sich mit leeren Mienen.

Nun wohnen wir in rings umbauter Enge
Im kargen Licht und Dunkel unserer Gruben,
Wie Seiler zerrend grauer Stunden Länge.

Die Tage zwängen sich in niedre Stuben,
Wo heisres Feuer krächzt in großen Öfen.
Wir stehen an den ausgefrornen Scheiben
Und starren schräge nach den leeren Höfen.

L’inverno

La tempesta ulula sempre forte nei camini,
e ogni notte è rosso sangue e scura,
le case si sporgono con occhi vacui.

Ora abitiamo in un cantuccio tutto rifatto
alla luce fioca al buio delle nostre buche,
come cordai tendiamo il grigio delle ore.

I giorni entrano a fatica nelle camere basse
dove gracchia un fuoco rauco in grandi forni.
Noi stiamo alle finestre gelate
e fissiamo di sbieco i cortili vuoti.

*

Meine Seele

GOLO GANGI GEWIDMET

Meine Seele ist eine Schlange,
Die ist schon lange tot,
Nur manchmal in Herbstesmorgen,
Entblättertem Abendrot
Wachse ich steil aus dem Fenster,
Wo fallende Sterne sind,
Über den Blumen und Kressen
Meine Stirne spiegelt
Im stöhnenden Nächte-Wind.

La mia anima

DEDICATA A GOLO GANGI

La mia anima è un serpente
già morto da tempo,
solo a volte le mattine d’autunno,
nel crepuscolo nudo di foglie
spunto di fretta dalla finestra,
tra le stelle in caduta,
sopra i fiori i crescioni
la mia fronte riluce
nel vento di notte che geme.



Deine Wimpern, die langen…

Deine Wimpern, die langen,
Deiner Augen dunkele Wasser,
Laß mich tauchen darein,
Laß mich zur Tiefe gehn.

Steigt der Bergmann zum Schacht
Und schwankt seine trübe Lampe
Über der Erze Tor,
Hoch an der Schattenwand,

Sieh, ich steige hinab,
In deinem Schoß zu vergessen,
Fern, was von oben dröhnt,
Helle und Qual und Tag.

An den Feldern verwächst,
Wo der Wind steht, trunken vom Korn,
Hoher Dorn, hoch und krank
Gegen das Himmelsblau.

Gib mir die Hand,
Wir wollen einander verwachsen,
Einem Wind Beute,
Einsamer Vögel Flug.

Hören im Sommer
Die Orgel der matten Gewitter,
Baden in Herbsteslicht,
Am Ufer des blauen Tags.

Manchmal wollen wir stehn
Am Rand des dunkelen Brunnens,
Tief in die Stille zu sehn,
Unsere Liebe zu suchen.

Oder wir treten hinaus
Vom Schatten der goldenen Wälder,
Groß in ein Abendrot,
Das dir berührt sanft die Stirn.

Göttliche Trauer,
Schwinge der ewigen Liebe.
Hebe den Krug herauf,
Trinke den Schlaf.

Einmal am Ende zu stehen,
Wo Meer in gelblichen Flecken
Leise schwimmt schon herein
Zu der September Bucht.

Oben zu ruhn
Im Hause der dürftigen Blumen,
Über die Felsen hinab
Singt und zittert der Wind.

Doch von der Pappel,
Die ragt im Ewigen Blauen,
Fällt schon ein braunes Blatt,
Ruht auf dem Nacken dir aus.

Le tue ciglia, lunghe…

Le tue ciglia, lunghe,
acqua scura i tuoi occhi,
fammici immergere,
fammi andare a fondo.

Il minatore scende nel pozzo
brandisce il lume opaco
al varco dei minerali
alto sulla parete di ombre.

Guarda, scendo giù,
nel tuo grembo per dimenticare
lontano quel che rimbomba su,
la luce e la pena e il giorno.

Nei campi cresce,
dove il vento fa pausa, ubriaco di grano,
un pruno lontano, lontano e malato,
contro l’azzurro del cielo.

Dammi la mano,
cresceremo legati
preda di un vento solo,
volo di uccelli solitari.

D’estate udiremo
l’organo di burrasche spossate,
d’autunno ci bagneremo alla luce
sulla sponda azzurra del giorno.

A volte sosteremo
al bordo della fonte scura,
per vedere a fondo nel silenzio,
per cercare il nostro amore.

Oppure usciremo
dall’ombra dei boschi dorati
immani in un crepuscolo
che ti sfiora tenue la fronte.

Mestizia divina,
tremito d’amore eterno.
Leva il boccale,
bevi il sonno.

Un giorno ci troveremo alla fine,
dove il mare striato di giallo
già nuota lento
nella baia a settembre.

Riposeremo lassù
nella casa dei fiori avvizziti,
dall’alto oltre le rocce
il vento canta e trema.

Ma dal pioppo
che si staglia nell’azzurro eterno,
cade già una foglia bruna,
ti riposa sulla nuca

*

Hymne

Unendliche Wasser rollen über die Berge,
Unendliche Meere kränzen die währende Erde,
Unendliche Nächte kommen wie dunkele Heere
Mit Stürmen herauf, die oberen Wolken zu stören.

Unendliche Orgeln brausen in tausend Röhren,
Alle Engel schreien in ihren Pfeifen
Über die Türme hinaus, die gewaltig schweifen
In ewiger Räume verblauende Leere.

Aber die Herzen, im unteren Leben verzehret,
Bei dem schmetternden Schallen verzweifelter Flöten
Hoben wie Schatten sich auf im tödlichen Sehnen,
Jenseit lieblicher Abendröten.

Inno

Infinite acque a scorrere sui monti,
infiniti mari a incoronare la terra che resiste,
infinite notti accorrono come cupe armate
recano bufere ad agitare nubi in alto.

Infiniti organi a strepitare da mille canne,
gli angeli tutti a urlare nelle trombe
dalle torri, vagano immani
nel vuoto ormai blu di spazi eterni.

Eppure i cuori, consumati nella vita inferiore,
all’eco acuta di flauti disperati
si sono levati oltre i tramonti ameni
come ombre nel desiderio mortale.



(Hirschberg 1887-Berlino 1912) fu poeta capofila del primo espressionismo berlinese, di cui dettò stili e codici nell’ambito del Neuer Club e della prima vague del Cabaret Neopatetico, dove si riunivano, tra gli altri, Gottfried Benn, Else Lasker-Schüler, Kurt Hiller, Erich Unger e Karl Kraus. Pubblicò in vita soltanto la silloge di poesie Il giorno eterno (1911). Uscirono postumi “Umbra vitae” (1912), la raccolta di novelle “Der Dieb” (“Il ladro”, ora ripubblicate da Giometti & Antonello, 2020), il ciclo di sonetti “Marathon” (1914), e le “Dichtungen” (“Poesie”, 1922), comprensive della raccolta di poesie del lascito “Der Himmel Trauerspiel” (“Dramma dei cieli”).