Un sapere senza conoscenza. Su William Blake

William Blake vedeva parole e scriveva visioni. Viveva scrittura e visione come diastole e sistole di un unico respiro, di un unico principio che, come ogni respiro, era fatto di nulla. Questo respiro ha scandito, per la sua intera esistenza, il ritmo primario del suo gesto artistico. Un gesto la cui complessità e interezza l’ha portato a non voler e non saper scindere il ripensamento della religione, al di là di ogni chiusura ecclesiale (con i suoi “Tu non devi”), dall’impegno politico (“Tutti gli uomini sono uguali – attraverso le loro infinite differenze.”); la comprensione dell’uguaglianza tra i sessi dall’inesauribile potenza del desiderio; la visione del tutto dalla percezione dell’infinito nel dettaglio. Blake ha saputo davvero spalancare le porte della percezione, oltrepassando le frontiere tra la vita e la morte. Si diceva fosse pazzo. Lo era, senza dubbio: un pazzo visionario; uno che dava alla sua parola e alle sue immagini un carattere profetico. Ogni profeta, ogni visionario, è un uomo fuori di senno.

Ma Blake è stato, soprattutto, uno tra i più radicali pensatori contemporanei, perché ha compreso che la rivoluzione che stava modificando la nostra civiltà (nulla lo entusiasmava di più dei moti rivoluzionari dell’89) era nulla se non accompagnata da una rivoluzione spirituale, da una inversione del modo di guardare al mondo. Aveva percepito, di un sapere indubitabile, la necessità di superare ogni nostalgia per un paradiso perduto (il suo colossale Milton), ogni malinconia di un’innocenza svanita (i suoi Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza).

Blake è stato il grande profeta dell’esperienza, ma di un’esperienza che non riduceva tutto a materia manipolabile bensì a materia che permette la scoperta continua del miracolo al cuore stesso della realtà. Ha saputo trovare e rendere visibile un’altra coscienza del mondo. Forse il primo dei neosapienziali della modernità ha mostrato un sapere che non fosse una conoscenza, un săpĕre (sapore) che era altro da ogni noscĕre (conoscere). La gnosi di Blake è dell’ordine dell’illuminazione, di una visione che apre immediatamente a una sapienza ove appare evidente che non c’è nulla da conoscere ma solo esperienze da compiere, frutti da assaporare, corpi da godere, spiriti da percepire, vite da amare. La gnosi di Blake è una gnosi della genesi del mondo, del suo atto autogenerativo, al di là di ogni creazione demiurgica. E’ la comprensione vertiginosa che la vita è un processo infinito di autogenerazione, coincidente con una self-annihilation, oltre ogni idea originaria di un Creatore onnipotente. Nessun Creatore ma solo la semplice e interminabile pulsazione di un respiro il cui ritmo metamorfico tutto tiene e nulla lascia svanire. Potremmo forse dire che il suo è il canto profetico di quella necessaria riduzione a nulla che lascia lo spazio affinché l’essere possa infinitamente trasformarsi ed eternamente, nel passaggio vita e morte, esistere.

Blake ci ha mostrato che destino dell’uomo non è quello di essere solo una creatura ma di essere quel momento di sospensione del grande respiro, di contrazione ed espansione, dell’essere e del nulla in cui l’individuo si percepisce come l’Uno e il tutto si percepisce come infinito. Noi siamo quel punto di sospensione, quel respiro trattenuto, dal giorno in cui abbiamo abbandonato l’Eden, solo non ne abbiamo più (o sempre) coscienza. Se l’uomo riuscisse a liberarsi da ciò che gli impedisce di sentire questo respiro profondo che lo attraversa da prima che nascesse e che lo accompagnerà dopo la morte; «se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito.» Ognuno di noi apprenderebbe di un sapere senza conoscenza di appartenere a una vita che non smette mai di nascere; di essere Figlio senza Padre, eterno fanciullo in un ciclo cosmico senza gerarchie e senza fine, inesauribile processo del differente, fatto di immagini e parole, visioni e canti, luci e silenzi. Imparerebbe, infine, a nascere e a morire, a morire e a rinascere, ogni singolo giorno, come ogni altro essere vivente, come minute particular (Jerusalem 91, 21), come una mosca felice, come un bambino o una bambina perduti e ritrovati.

Little Fly,
Thy summer’s play
My thoughtless hand
Has brush’d away

Am not I
A fly like thee?
Or art not thou
A man like me?

For I dance
And drink & sing,
Till some blind hand
Shall brush my wing.

If thought is life
And strength & breath,
And the want
Of thought is death,

Then am I
A happy fly
If I live
Or if I die.

(William Blake, The Fly)

Piccola Mosca,
Il gioco della tua estate
La mia spensierata mano
Ha spazzato via.

Non sono io
Una mosca come te?
O non sei tu
Un uomo come me?

Perché io danzo
E bevo, e canto,
Fino a quando una mano cieca
Spazzerà la mia ala.

Se il pensiero è vita
E forza e respiro
E la mancanza
Di pensiero è la morte,

Allora sono io
Una mosca felice,
Se vivo,
O se muoio.

In copertina: William Blake, Teach these Souls to Fly, Plate 2 of ‘Urizen’ (1796?)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).