La Grande Presenza. Frammenti di Roma

Da sempre ci assilla il bisogno – più o meno pressante a seconda dei tempi che stiamo vivendo – di definire Roma. Si legge dell’esigenza di darle “un senso”. Qualsiasi cosa significhi, questa città non ne ha bisogno, perché esiste da sempre facendone a meno, mentre – nei tempi buoni e in quelli cattivi – ci propone incessantemente spazi temi linguaggi. E letture difficili.

Roma non è barocca.
Cioè solo una minima parte di Roma è barocca.
Roma non è nemmeno rinascimentale, e nemmeno neo-classica, e nemmeno eclettica.
A Roma praticamente non esiste il gotico.
E il paleo-cristiano, per quanto affascinante, vi è reperibile solo in pochi esemplari.
Roma non è fascista che in minima parte.
Lo stesso può dirsi della Roma umbertina.
Lo stile prevalente (sarebbe meglio dire la natura prevalente) di Roma è palazzinesco.

Stile palazzinesco è quando prendi le semplificazioni linguistiche del modernismo, cui avrai preventivamente sottratto il razionalismo e aggiunto una buona dose di gne gne piccolo-borghese, e le applichi su una confusa struttura in cemento armato e—con piccole variazioni—ripeti questa unità edilizia sul territorio, estensivamente e all’infinito, secondo un’urbanistica accomodata alle esigenze dello speculatore.

Oggetti che seguono il gusto del compratore e il compratore è la città stessa.

Roma barocca è in netta minoranza rispetto alle brughiere sterminate di palazzine che si espandono tra le consolari come membrane tra i tentacoli di un polpo.

Non ho più un’immagine di Roma, l’ha cancellata il risentimento. L’ha annientata la desolazione. Non tanto per ciò che la città è oggi, quanto per la miriade di occasioni mancate, di idee e sogni e progetti e piani buttati via, o meglio lasciati lì nelle cassettiere degli uffici comunali, degli studi professionali, negli archivi degli architetti, dove pian piano Roma li scioglieva nella logica guadagnina e miope dei costruttori cui appartiene.

Come accade a tutte le città occidentali, Roma non è dei suoi cittadini, ma solo di alcuni di loro: organismi speciali capaci di sopravvivere a qualsiasi stagione politica, quindi sostanzialmente indifferenti agli esiti di tutte le elezioni, perché quello che conta è il mercato, con la politica ci si mette d’accordo. Se il mercato tira, niente li può fermare. Se non tira, hanno guadagnato talmente tanto nelle fasi positive, che possono permettersi di restare in sonno per anni, come un virus. Senza abbassare i prezzi, senza vendere niente, in attesa di un nuovo momento.

Ma non volevo scrivere di loro né del palazzinume romano, che è fenomeno noto da almeno 70 anni, da tutti esecrato, e allo stesso tempo accettato e condiviso e felicemente abitato da tutti, ricchi e poveri, ma soprattutto classe media, perché niente rappresenta la medietà con la stessa esattezza della palazzina.

Non volevo scrivere delle palazzine, non sono contro le palazzine, le accetto. Volevo solo ri-marcare il fatto che in termini quantitativi Roma non è né medievale né rinascimentale né barocca, è palazzinesca.

Ma non sono certamente i tappeti urbani palazzinati a determinarne l’iconografia ufficiale. Quella è affidata ai monumenti centrali e ai tessuti storici. La massa palazzinesca ne determina l’iconografia ufficiosa, quella concreta, che tutti conosciamo, cui nessuno riconosce valore estetico, fatti salvi alcuni episodi edilizi ben riusciti, per lo più circoscritti al tipo palazzina, ma dentro cui si svolge la maggior parte delle nostre esistenze consensuali.

Lì vogliamo abitare, no ai palazzoni, no ai casermoni o peggio alle torri.

Ma non volevo davvero parlare di questo, non estesamente, solo un cenno alla palazzina in un pezzo che vuole essere sui linguaggi di Roma, sui modi in cui la città si propone, sui mezzi estetici con i quali ci imbozzola e ci divora lentamente: non per cattiveria, ma perché, come si dice, è “nella sua natura”.

Se non riesci ad afferrare il tutto, allora concentrati sui particolari, sugli ambiti ristretti, sul manifestarsi degli oggetti, essendo chi scrive manifestamente inabile all’analisi diretta dell’umano, ma solo di ciò che l’umano produce, cercando di dedurne qualcosa sui produttori. Sulla loro storia, le loro capacità, le loro menti.

È singolare che in una città satura di manufatti artistici e architettonici, ma anche di episodi urbani di valore assoluto, si sia verificata una caduta estetica verticale praticamente in tutti i campi e in ogni angolo del Secondo Novecento.

Ma neanche di questo vorrei parlare. Volevo solo dire che nella molteplicità inafferrabile dell’Urbe, di solito guardo in basso.

Se guardo in alto la mia facoltà di giudizio, in certe stagioni, in certi giorni, certe ore del giorno, si affievolisce e si arrende all’impatto estetico del cielo—soprattutto se mutevole, se minacciante pioggia, se primaverile o autunnale—e dell’aggancio della città al cielo, del profilo delle cornici contro i capricci talvolta inauditi delle nubi.

Quindi guardare in basso o al massimo davanti a sé, perché lì insistono gli oggetti urbani e le loro qualità estetiche funzionali strutturali, la loro capacità di durata, oggetti cui dare o no il nostro assenso, cose che dicono di noi più di quanto vorrebbero, e forse dovrebbero.

Concentrarsi costantemente sui linguaggi e sugli stili, produrre un giudizio automatico e incessante, che non lascia tregua, non consente distrazione, perché anche se la coscienza lì per lì non partecipa al verdetto, questo si manifesta in una sensazione più o meno forte di disagio, di dis-approvazione, oppure in uno stare bene senza cause apparenti o, ancora meglio, nel sentirsi vivere senza dover giudicare, perché ciò che ti circonda ti appare per così dire neutro, cioè privo di un voler essere/apparire, che a mio avviso è la qualità vera di una città.

Vale a dire il livello estetico in cui si situa una medietà priva di wannabe, che nella Roma moderna è praticamente assente: qui tutto vuole essere sembrare riferirsi alludere affermare contrapporsi scuotere e tristemente dire.

Se osservi con attenzione e forse cognizione i ferri antichi, non so se secenteschi, che recingono le fontane di Girolamo Rainaldi a piazza Farnese e che un tempo impedivano agli animali di abbeverarsi in un’acqua che era attingibile solo dagli umani, ferri quadri di grossa sezione piena chiodati e battuti a caldo in un ricciolo finale di grande sobria eleganza, se osservi quei ferri vedi che la fase artigiana della storia della città produceva cose con cui andare naturalmente, piacevolmente d’accordo.

Ma non era nemmeno di questo che avrei voluto parlare, cioè non del fatto che prima-era-meglio-di-adesso, perché il prima e l’adesso sono pacchetti di civiltà talmente differenti da essere imparagonabili e tutti sappiamo che tra il ferro forgiato e quello trafilato c’è un intervallo tecnologico, quindi estetico, anzi un gradino, uno scarto, evidente e incolmabile.

E tutti sappiamo che questa città, fino a 150 anni fa cioè l’equivalente di 6 generazioni, ha conosciuto, con qualche trascurabile eccezione, solo il potere assoluto. Se ci aggiungiamo il ventennio fascista, Roma ha vissuto solo 130 anni di democrazia.

E sappiamo anche che per tanti motivi la democrazia fa più fatica a produrre bellezza di quanto non riesca al dispotismo. E ci è noto che, in materia di città, l’uniformità e la coerenza, altro prodotto di poteri forti, sono portatrici se non di bellezza, di quell’approvazione distratta che spesso dà conforto ai viventi urbani. Politicamente esecriamo i poteri assoluti, ma esteticamente godiamo dei loro prodotti, della loro città e ad essa ci riferiamo tutte le volte che proviamo a costruire il concetto Roma.

Uniformità e coerenza la troviamo nella Roma borghese che nasce nel ’71 e muore con il fascismo, per rinascere, nel secondo dopoguerra, sotto forma piccolo-borghese: negli anni Cinquanta Sessanta e Settanta e Ottanta, la non-città punteggiata della palazzina fronteggia la non città punteggiata della baracca.

Anche la Roma borghese era frutto di un potere forte, certamente non assoluto, ma di salda presa sui subalterni, ed era quindi ancora capace di costruire forma urbana, ordine, prospettiva, cioè ancora città rinascimentale. A quei tempi oscillava, Roma, tra città rinascimentale revisited e città-giardino, idea idiota importata da fuori e sperimentata qui, a patto che restasse solo un frammento di utopia tra frammenti di utopia. Cioè a patto che fallisse, come tutto il resto.

Il pastoso irregolare ferro battuto di piazza Farnese era potere forte.

Il profilato metallico dei parapedonali—tutti diversi—sparsi un po’ ovunque nella città, sono potere debole. E durano poco, si possono liberamente piegare o spezzare durante una retromarcia maldestra, oppure possono marcire di ruggine sotto le piogge tropicali di questi anni.

Il ricciolo di ferro barocco, che spero/esigo sia di Girolamo Rainaldi, invece è lì, esiste e resiste, è perenne, a nessuno viene in mente di mettere in dubbio la sua eternità, visto che è lì da 400 anni, secolo più, secolo meno. Non volevo tematizzare a oltranza sulla ferraglia di piazza Farnese, volevo dare un’idea di come l’osservazione del dettaglio fornisce informazioni sul tutto. E sul conforto che può darci la città.

Da poteri assoluti discende tutto ciò che a Roma risale all’Antico e che ancora ci opprime con la sua presenza funerea. È il linguaggio della rovina, dello sgarrupato, di tutto ciò che appartiene alla Grande Presenza Sottostante, alla cui quota si scende solo in piazza del Pantheon, il punto più basso della città attuale, l’unico edificio di età romana rimasto ininterrottamente in uso, dove ancora si esperisce la spazialità dell’Antico, immensa e aliena. Mentre su quasi tutto l’ossario architettonico dell’archeo-Roma—fatta non trascurabile eccezione per le Mura Aureliane—si stende un velo intangibile di morte.

Chi vive qui incontra continuamente presenze spettrali di “glorie” passate, non ci si fa caso, ma non puoi parlare di Roma senza dire di questo continuo sussurro di morte, dei pezzi informi di qualcosa che neanche sappiamo bene come fosse fatto e da chi realmente fosse abitato. La città morta dell’Antico che giace sotto la città semi-viva dell’oggi, i suoi spazi enigmatici, i suoi antichi alieni abitanti, evocano continuamente il nulla, ci inculcano da sempre e banalmente, ma profondamente, il senso della profondità del tempo, della provvisorietà delle cose e dell’inutilità del fare le cose per uno scopo che non sia profitto, perché comunque si perderanno.  

Ma neanche questo volevo dire, mi sarebbe bastato un esempio del repertorio dei linguaggi in cui si esprime Roma, se strada facendo non mi fossi ricordato che esistono linguaggi urbani, linguaggi architettonici, linguaggi delle suppellettili civili e linguaggi correnti della città sociale: almeno 4 piani diversi, di solito discordanti. E così ho finito per dare solo qualche cenno che non approfondisce, e non serve.

Anche se per lavoro mi sono applicato per tutta la vita a questa città, al centro come alle fasce intermedie, come alle varie periferie, non sono mai riuscito a farmene una visione di insieme. Conosco un po’ meglio degli altri i tessuti dentro le mura, la città detta antica, detta “storica”, come se quella all’esterno della Cinta Aureliana non fosse anch’essa storica, come se la più lontana delle periferie non fosse storia: per noi soffocata e persa, ma non per chi ci nasce, ci cresce e ci vive.

Il mio problema è che ho sempre più facilmente considerato Roma come un ente temporale piuttosto che spaziale, come una successione di eventi, di fasi, di imperatori re papi, fattasi città, piuttosto che come un ente fisico trasformatosi nel tempo per lo più a causa di quegli eventi. È una carenza cognitiva che ammetto ormai senza difficoltà.

Ma ho notato che più si conosce questa città e meno si è in grado di definirla, di portarne a sintesi la molteplicità diacronica. Perché una cognizione approfondita delle cose implica quello starci dentro che rende più difficile lo sguardo lungo di chi giudica e definisce l’insieme. Questo almeno in teoria, perché in pratica l’ignoranza di Roma non mi avvantaggia e non mi acuisce la facoltà di giudizio.

Però se qualcuno mi chiedesse —non è mai accaduto—una definizione di Roma risponderei «Roma è la città del Ponte», perché è dal primigenio ponte di legno di (forse) tremila anni fa che parte una catena causale capace di giungere fino all’oggi. È il Ponte che fonda la città ed è la città che si prende cura del Ponte, sua prima risorsa e punto di forza. Roma è superamento e profanazione della sacralità dell’acqua, è un gesto tecno-acquatico e lo sarà per quasi tutta la sua storia. Il Ponte arriva prima di tutto e marca di sé ogni cosa, consentendo il passaggio da una riva all’altra del fiume più grande di tutto il versante occidentale dell’Appennino. E con il passaggio c’è la mescolanza, la tolleranza, l’indifferenza. Ma anche, per molti secoli, un’inaudita potenza.

Eppure non è neanche di questo che volevo parlare. Le mie intenzioni erano di cercare di dire della non-comprimibilità di Roma in un unico concetto o in un sistema di concetti logicamente correlati, tesi a darcene un’immagine, un’idea che ci consenta, per esempio, di raccontarla a chi non l’ha mai vista. In realtà non ci ho nemmeno provato, perché gli unici concetti che riesco a produrre sono urbanistici, mentre le parole restano al palo, oppure al contrario corrono libere nel solco del convenzionale romano—genere letterario a sé—di cui forse non ho detto e di cui non starò a dire. 

è nato a Roma nel 1945. Esercita il mestiere di architetto in un ente pubblico prima di scrivere i racconti di “Dove credi di andare” (Premio Berto, Premio Napoli), Mondadori 2007. Per qualche anno è titolare di un blog in rete di cui, nel 2008, pubblica una scelta di scritti: “Questa e altre preistorie”, Le Lettere. Nel 2012 escono i versi di “Primordio vertebrale”, Ponte Sisto. Pubblica numerosi saggi e racconti su giornali e riviste, cartacee e on line. Nel 2013 per Ponte alle Grazie esce il suo primo romanzo, “La vita in tempo di pace”, che è finalista al Premio Strega, vince il Premio Viareggio ed è tradotto in quattro lingue. Nel 2019 esce “Lo Stradone”, sempre per Ponte alle Grazie, finalista al Premio Campiello.