Waldau, un mondo a parte

Dieses Wort
König
hat Natur
hat die Hölle
das Fegefeuer der Hölle
und das Paradies
hat diese Verbrecherfrauen
Das ist Wahnsinn
Ist
der Wahnsinn
hat dieses Wort
Wahnsinnige
hat Mundart
un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un- un-
bekannt
fremd
Zweite Welt
Dritte Welt
Dritte Welt

Questa parola
Re
ha una natura
ha l’inferno
il purgatorio dell’inferno
e il paradiso
ha questa donna di criminali
questa è follia
e
la follia
ha questa parola
folle
ha dialetto
sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco- sco
nosciuto
estraneo
secondo mondo
terzo mondo
terzo mondo

L’autrice di questi versi è Constance Schwartzlin-Berberat, che è considerata una delle maggiori poetesse svizzere, ma che scrive versi senza considerarsi mai una poetessa e senza mai rivolgersi a un pubblico. Li scrive nella clinica psichiatrica di Waldau, dove viene internata a quarant’anni e dove resta altri ventisei, fino alla sua morte nel 1911.

Non è la sola che lì, a Waldau, comincia a scrivere. C’è pure Adolf Wölfli, anch’egli schizofrenico e gravemente, che a Waldau inizia a dipingere e scrivere opere che avranno una fortuna inaspettata nel mondo dell’arte come prime testimonianze di quella che verrà detta Art brut. Waldau è anche l’ultimo luogo in cui riesce a scrivere Robert Walser, che vi è internato dal 1929 al 1933. E poi ci sono Friedrich Glauser, Hans Morgenthaler, Carl Albert Loosli.

La clinica di Waldau viene fondata nel 1855. All’inizio è solo un edificio, che accoglie circa duecento pazienti. Nel corso degli anni si aggiungono altre costruzioni. Negli anni Trenta arriva a ospitare oltre mille pazienti. Si lavora subito sulla terapia occupazionale. L’attività centrale è l’agricoltura: ci sono mucche, buoi, cavalli, maiali. Presto si aggiungono anche il disegno, la pittura, infine la scrittura.

Una clinica psichiatrica, quindi, ma anche una letteraria, verrebbe da dire. Non solo perché in questa clinica soggiornano diversi scrittori. Non solo perché in questa clinica alcuni degenti diventano scrittori. Ma anche perché vi lavorano psichiatri che sono o tentano di essere anche scrittori, come Jakob Wyrsch e Jakob Klaesi. Non ci sono, però, solo le opere letterarie di scrittori-degenti e scrittori-medici. Vi sono anche i diari dei medici sui pazienti, le cartelle cliniche, le brevi autobiografie che ogni paziente era tenuto a redigere. Un’enorme quantità di testi, insomma, che sono conservati nell’archivio di questa clinica, anonimi, poco accessibili, di difficile decifrazione.

Di queste opere di pazienti prima sconosciuti, solo quella dello schizofrenico Adolf Wölfli è uscita subito dalle mura della clinica. Questo grazie soprattutto allo psichiatra Walter Morgenthaler, che era stato allievo di Freud e che fu uno dei primi a stimolare il lavoro creativo dei pazienti, a studiare la creatività dei malati di mente e a considerare i loro lavori non come sintomi ma come opere d’arte. Nel 1921 fece scalpore con un libro su Adolf Wölfli: Ein Geisteskranker als Künstler: Adolf Wölfli (in italiano è uscito nel 2007 con il titolo Arte e follia in Adolf Wölfli presso l’editore Alet di Padova).

Adolf Wölfli

Wölfli era un bracciante e aveva alle spalle una vita di squallida miseria e vari episodi di seduzione di minori. Uno schizofrenico violento che scopre il disegno e la scrittura a Waldau, nel 1900, e li pratica ossessivamente per trent’anni fino alla sua morte. Compone un’autobiografia in 45 volumi, pieni di poesie, tabelle, disegni, collage, composizioni musicali: tutto è intrecciato, su pagine che non si possono riprodurre se non con il fac-simile. È una scrittura che sfida la prospettiva centrale e le forme naturali del linguaggio, che fonde scrittura, elementi decorativi e immagini tratte da riviste, una volta nel 1929, decenni prima di Andy Warhol, incolla su un foglio scritto l’immagine di un barattolo di zuppa Campbell.

Morgenthaler insiste sulle analogie tra l’arte moderna e l’opera di Wölfli: in entrambe vede le stesse tendenze disgregatrici e la stessa presenza di un ritmo che organizza la dissociazione, che produce e trascende la dissociazione, trasformandola in costruzione artistica. Ciò che nelle avanguardie è progetto, in Wölfli è frutto di un processo morboso.

Il libro di Morgenthaler suscitò grande interesse. Rainer Maria Rilke lo lesse appassionatamente, ne scrisse entusiasta a Lou Andreas-Salomé, che subito lo raccomandò caldamente a Freud. Carl Gustav Jung comprò tre disegni di Wölfli e scorse nella sua opera la manifestazione di figure archetipiche. Per qualche anno Wölfli cadrà nell’oblio. Ma dopo la guerra verrà riscoperto da Jean Dubuffet, che, dopo aver visto le sue opere a Waldau, inizia la raccolta sistematica di opere di malati di mente, carcerati e emarginati, che considera come manifestazione di un’arte diretta e non contaminata dalla cultura ufficiale. Dubuffet fa conoscere l’opera di Wölfli ai surrealisti. André Breton la considererà «una delle tre o quattro più importanti di tutto il Novecento».

Un altro celebre paziente di Waldau è Friedrich Glauser, il padre del giallo di lingua tedesca. Morfinomane, dadaista, legionario, minatore, Glauser passa un terzo della sua vita in prigioni e soprattutto cliniche psichiatriche. Continui le falsificazioni di ricette e i furtarelli per procurarsi la droga. Varie e inutili le cure disintossicanti. Cinque i tentativi di suicidio. Scrivere lo aiuta, ma «essere solo un letterato», scrive a un amico, «alla lunga non funziona». Non funziona perché «si perde il contatto colla realtà». Ma il contatto con la realtà, per lui, passa soltanto attraverso la sofferenza. Non a caso la ricerca continuamente, certo incosapevolmente. È quello che in psicoanalisi si chiama «godimento del sintomo». Una volta dice espressamente che è felice solo in prigione o in manicomio. L’internamento è anche un desiderio: un desiderio di tirarsi fuori dalla realtà, che per lui è sofferenza, un desiderio di ordine e contenimento per poter scrivere, per essere costretto a scrivere forse. Perché gran parte delle sue opere Glauser le scrisse in manicomio: a Münsingen e soprattutto a Waldau, dove viene internato nel 1934.

Friedrich Glauser sulla copertina del Zürcher Illustrierte

In clinica, a Waldau, può ottenere oppiacei con regolarità, non deve affannarsi a procurarseli ed è protetto dagli eccessi. E così può scrivere. E scrive tre romanzi gialli che lo rendono famoso. Uno di questi è Il regno di Matto, un romanzo sulla psichiatria del suo tempo, ambientato in un manicomio. Si parla di narcoterapia e coma insulinico, di questioni etiche come le determinazioni sociali e la punibilità della follia, come le nuove terapie somatiche e la loro legittimità, come il potere quasi biopolitico sulla vita e sulla morte dei pazienti che gli psichiatri possono esercitare

Glauser è un paziente fuori dal comune, un paziente che studia gli atti e la letturatura specialistica per comprendere il mondo in cui è continuamente rinchiuso. Uno scrittore recluso che si tormenta per descrivere, per denunciare, ma anche per difendere, la psichiatria che lo tiene prigioniero anni e anni. La sua è una scrittura legata al luogo che vuole trascendere, alla clinica che vuole aprire facendola conoscere al mondo che è fuori. Glauser riesce nel suo intento. Il romanzo suscita uno scandalo, mette in subbuglio le cliniche di Waldau e di Münsinger. Dottori, infermieri, pazienti e tutti gli abitanti del luogo fanno la fila davanti al chiosco del giornalaio della stazione per acquitare il libro. Si riconoscono nei personaggi del libro, alcuni si arrabbiano. Si temono querele. Ci fu tanto scalpore che dovette intervenire il consiglio governativo, indicendo una riunione straordinaria. Ma pare che i membri del consiglio si siano molto divertiti a leggere certe caratterizzazioni, e perciò tutto finì in una nota formale di biasimo. Il successo di Glauser farà rodere per la rabbia il direttore della clinica di Waldau, Jacob Kaesi, psichiatra di prestigio, ma anche scrittore ambizioso e modesto. Della propria opera letteraria Kaesi aveva una altissima opinione, inversamente proporzionale a quella che aveva dei romanzi di Glauser, il quale per lui era soltanto un tossicomane con una smisurata presunzione e una intelligenza scarsa che bastava appena per scrivere gialli.

Simile è il giudizio che questo psichiatra scrittore pronuncia sui «sogni poetici» di Robert Walser, altro illustre paziente della sua clinica. Walser passa un terzo della sua vita in manicomio. Per la prima volta viene ricoverato a Waldau, nel 1929, con la diagnosi di schizofrenia. È perseguitato dalle voci e a Waldau trova un rifugio, dove ricomincia a scrivere. Scrive un centinaia di poesie e un’ottantina di testi. Una parte riesce a pubblicarli su giornali tedeschi e praghesi, gli altri restano nella forma di microgrammi. Si tratta di centinaia di testi scritti a matita su piccoli pezzi di carta, pagine di riviste, biglietti da visita, buste da lettere ecc. Sono scritti in una grafia minutissima: la grandezza delle lettere può arrivare a essere un millimetro. Walser inizia a scrivere in questo modo già prima di entrare in clinica. Lo fa per superare un odio improvviso per la penna, in cui lui vede uno strumento della determinatezza, dell’irrevocabilità. La matita, invece, poiché è sempre cancellabile, gli permette di superare il suo blocco e di ritrovare il piacere della scrittura. La matita – come dice una volta – lo fa lavorare in modo «più trasognato, tranquillo, confortevole, meditabondo».

Robert Walser, mikrogramm

Ma la sua minutissima scrittura a matita serve a Walser soprattutto per nascondersi. I suoi microgrammi sono il tentativo inesausto di nascondere la paura che ha dentro, di sfuggirle facendosi piccolo e servitore. È il prezzo da pagare per salvare la sua ispirazione artistica: l’esclusione dalla collettività. Farsi piccolo per poter essere scrittore. Fino a scomparire come scrittore. Questa scomparsa coincide con la fine forzata del suo soggiorno a Waldau, nel 1933. Nella clinica di Herisau, nell’Alpenzello, dove fu trasferito contro la sua volontà e dove resta fino alla morte nel 1956, Walser si chiude a ogni contatto e cessa di scrivere.

È come se Walser trovasse nel silenzio una fonte di piacere estetico. Come se si rifugiasse nel ruolo di malato schizofrenico per trovare il silenzio in manicomio. Nel manicomio che una volta Elias Canetti ha definito il «monastero della modernità». In questo monastero può dimorare il silenzio, ma può anche nascere la poesia. La poesia, di cui Deleuze diceva che è il delirio della lingua

L’articolo riproduce, con lievi modifiche, il testo di un intervento letto nella quinta puntata del programma Specie di spazi condotto da Fabio Condemi e trasmesso da Radio India dal 7 aprile al 10 luglio 2020.

In copertina: Adolf Wölfli, Die Psychiatrische Klinik Waldau, 1921

insegna Letteratura tedesca all’Università Roma Tre. Si occupa di teatro e letteratura tedesca del Novecento e di questioni riguardanti gli studi culturali, in particolare di geografia letteraria e della figura dello spettatore.