La linea di Giacometti

Un volto, una valle, una stanza colma di oggetti, una porta, un quadro, l’angolo di una via parigina o un tavolo dai bordi stretti. Quelle che ho visto disseminate nelle sale sono tracce, testimonianze di una volontà ferrea e persistente. Una volontà che tenta di afferrare il mondo che appare per un istante per poi ritrarsi. I troppo veloci profili della sedia o della strada tradiscono il difetto dei nervi della mano. Ogni gesto frettoloso incalza ancora e ancora la sua deficienza, mentre l’occhio diventa crudele, offrendo quell’immagine meravigliosa per poi strapparcela non appena allunghiamo le dita per acciuffarla. Non rimane allora che un incedere ossessivo come quello di Giacometti, coperto dall’ombrello della perenne insoddisfazione, dagli occhi famelici e insaziabili tanto da agitarlo, da farlo scalpitare su ogni busta e tovagliolo al richiamo di una figura. Come se ogni giorno fosse una di quelle incerte, tormentate notti dai risvegli con la bocca aperta, come il morto, suo vicino nel villaggio natio, che s’impresse sulla soglia dei suoi sonni.

Giacometti cerca di trattenere qualsiasi cosa, un lampione, una testa modellata, tutto risulta per lui ignoto, sfuggente, cioè meraviglioso. Non può che posare un foglio sullo spazio della camera per esporvi, come una foglia, l’occhio e poi la mano che traccia i bordi offerti dalla natura. Ma, questi bordi, sono solo e sempre mutevoli, anche per il più immobile dei marmi. Come un inverno, Giacometti ci apre ai tronchi neri e ai rami del bosco. Quel che ci viene qui concesso di scoprire è lo scheletro del nostro occhio, che disegna il profilo del ramo nel cielo e ve lo separa. Muta e semplice, la linea di Giacometti ci rammenta il nostro più antico sapere, un sapere che non riguarda la parola ma che la precede, un sapere che è un saper vedere e un saper fare.

Alberto Giacometti, L’Homme qui pointe dans l’atelier, 1951

Guarda e riguarda, Giacometti, fin quando quel che vede non diventa visione. Delle sedie attorno a un tavolo, un lampadario che pende dal soffitto mentre quel che avanza scompare. Le linee portanti delle figure vengono calcate e ricalcate, ma il resto viene abbandonato allo sfondo che le assorbe come avviene nei sogni o nelle rivelazioni, dove si concede spazio solo all’immagine della visione e a nient’altro. In quel breve e denso ammasso di forme si concentra tutta l’esistenza, ma con quale leggerezza. Disegni, o dovrei dire grafie – per scrivere in fretta quel che vedeva senza alcuna possibilità di tornare indietro, di cancellare e ricominciare. E qui, in questa piccola cittadina di confine, la mostra porta la mole di carte e stampe: condensate in poco spazio la persistenza e la mano vorace di Giacometti mi hanno circondato senza via di scampo. Uscito dal museo, fuori dalle cornici, ho trovato poi un mondo rinvigorito: per qualche momento ancora i miei occhi profilavano le case, la strada e i passanti con le rapide linee di bulino e di grafite.

Ma queste prove continue non erano, infine, che un esercizio di attesa, uno stare sull’uscio dell’immagine e augurarsi di «non toccare nulla almeno direttamente, che le cose vengano con piedi muti, da sole». Giacometti si esercitava a vedere, sapeva che la visione è qualcosa che a ogni istante si rinnova. E come fare a catturare la farfalla senza trafiggerla con lo spillo? Come cogliere una fila di auto, un lampione, delle persone sedute in un caffè senza distruggerle? Ahimè quel che rimane sulla carta non è la farfalla, ma un residuo della visione. Eppure questo residuo è forte perché è testimone del nocciolo del lampione, delle persone e, come diceva Giacometti, quel nocciolo non è altro che l’apparenza.

Alberto Giacometti, Michel Leiris VII, VIII, I, VI, 1957-1958

Giacometti sapeva che prima o poi sarebbe tornato sullo studio dal vero, perciò abbandonò i surrealisti. Ma quale difficoltà tormentava lui e i suoi modelli: che diamine, non stavano fermi! – dopotutto Giacometti esigeva solo che rimanessero immobili per qualche ora. Ma poi venne a Parigi Isaku Yanaihara, per incontrare Sartre. Inutile dire che si imbatté in Giacometti. Una conoscenza fortuita, o quasi: Yanaihara si era esercitato all’immobilità per tutta la vita, come se si fosse preparato a quell’istante in cui avrebbe posato per Giacometti, e d’altra parte fu come se Giacometti si fosse esercitato per tutta la vita a ritrarre il volto ignoto del mondo per affrontare il viso del pensatore giapponese – fu come osare un passo in un mondo sconosciuto.

Breton disse irritato a Giacometti: «tutti sanno che cos’è una testa!» Ma Giacometti no, non lo sapeva. E per questo non ha mai smesso di ritrarla, sentiva che «la testa è l’essenziale». Lo capì dagli occhi: gli occhi sono precisi, mentre il naso, la bocca, la fronte sono vaghe e indecifrabili. Il rigore dell’occhio però esige dal disegno la presa dello sguardo, ma se il disegno dell’occhio è preciso – diceva – lo sguardo non viene. Ogni linea rapinosa è un sigillo che cerca di afferrare lo sguardo con la grafite, che tenta di arginarlo nel suo cerchio magico, ma a ogni tratto esso scappa di qua e di là come fumo. Eppure quel che scappa è il tratto che lega il mondo intessuto di rapporti, di persone che si avvicinano e si allontanano, è la linea di Giacometti che scappa, che non si fissa.

Ho visto l’originalità di Giacometti nella sua capacità di non cedere all’onda dell’epoca – che per lui fu il Surrealismo – e di attingere direttamente dal mondo spogliato delle sue vesti concettuali e della sua faccia nota per ritrovarsi in una tenebra di ignoranza, e solo di qui, nella meraviglia labile, ergere le dita a tracciare un segno originario come per la prima volta, come un merlo che scende dall’albero per lasciare fresche le sue impronte sulla neve.

Alberto Giacometti (1901-1966), Grafica al confine fra arte e pensiero
m.a.x. museo, Chiasso (CH)
(La chiusura della mostra, prevista per il 10 gennaio 2021 è stata anticipata al 21.12.2020 a causa delle restrizioni Covid)

In copertina: Alberto Giacometti, Studi di teste, 1947

Nato in Svizzera nel 1994, ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e presso l’Universität der Künste di Berlino. Scrive come redattore esterno per il canale Cultura della RSI (Radiotelevisione della Svizzera Italiana). La sua ricerca d’arte, attraverso pittura, scultura, grafica e scrittura, si concentra sulla forma visiva del grafema inteso come figura originaria o geroglifico e sulla relazione essenziale tra nome e immagine. Negli ultimi anni ha esposto diverse volte a Varese, Chiasso, Pavia, Milano e Berlino.