Mnemosyne, Aletheia e i poeti veggenti

Nell’antica Grecia si pratica la divinazione per sonno, un procedimento di natura mantica, un’incubazione religiosa. A Lebadea, Trofonio rende i suoi oracoli in un antico santuario, in una Tholos, ovvero in una tomba a forma di alveare, che deve condurre simbolicamente alla discesa nell’Ade. Il postulante, dopo qualche giorno di clausura e di severe interdizioni alimentari, viene accompagnato nei pressi di due sorgenti contigue, Lethe e Mnemosyne, prima di accedere nel mondo sotterraneo. L’acqua della prima fonte induce la mente a dimenticare tutta la vita personale, mentre la seconda fa in modo che il consultante possa conservare i ricordi di tutto quello che vedrà nell’altro mondo. Pausania narra che il corpo viene inghiottito come se un fiume impetuoso lo trascinasse nel suo flusso. L’individuo entra in uno stato d’incoscienza, prima di essere tratto dal mondo soprannaturale e invisibile per sedersi sul trono della Memoria, non lontano dalla bocca oracolare. Appena riprende coscienza, l’iniziato ritrova la facoltà di ridere, segnando la rottura con il periodo di tensione e il ritorno dopo il viaggio nell’aldilà. La persona diviene simile a un morto, entra nella “Pianura d’Oblio”, scende nel ventre della Terra-Madre, entra in contatto con le potenze dell’aldilà, e ritorna ricco di conoscenza, che si estende al passato e all’avvenire. Acquisisce così facoltà e valori essenziali corrispondenti a quelli degli indovini e dei poeti ispirati, divenendo un “vivo” tra i morti, come Anfiarao e Tiresia, in virtù dell’acqua di Mnemosyne. Il dono di veggenza, le visioni notturne dei Sogni (chiamate Alethosyne) e il viaggio nell’invisibile conducono i mortali a vedere con gli occhi dell’Aletheia (Verità), riuscendo a comprendere tutte le cose divine e umane, in ogni spazio e tempo.

Mnemosyne, particolare tratto dal Simposio funerario (IV sec.)

La Musa e la Memoria, nella civiltà greca arcaica, sono considerate due potenze religiose. Sono simili a divinità e portano nomi di sentimenti, passioni, qualità intellettuali, attitudini mentali, sostantivi comuni e potenze divine. Poiché la parola cantata è ritenuta inseparabile dalla memoria, Esiodo immagina che le Muse siano figlie di Mnemosyne[1]. Le Muse inducono i poeti a ricordarsi, a sviluppare l’arte della mnemotecnica, a imprimere lo statuto religioso nelle loro parole. E soprattutto in una cultura fondata sulle tradizioni orali e non sulla scrittura, come era la Grecia dal XII al IX secolo a.C., la memoria non deve ingannare, ma risvegliare immagini e significati che sono già dentro le coscienze. A Chio le Muse sono considerate mneiai, ovvero rimembranze, perché inducono il poeta a mettere in azione i suoi ricordi.

Ma la memoria dell’aedo è una funzione psicologica molto diversa da quella dei nostri tempi: è una memoria divinizzata in grado di viaggiare nel tempo, per attingere a forze e immagini di rango superiore, spirituali, religiose, epiche, eroiche. La memoria sacralizzata è un privilegio di poeti ispirati, organizzati in confraternite, dove viene insegnata (per via iniziatica) l’arte vicina a un sapere mantico. Per loro la memoria è un’onniscienza di natura divinatoria. Come veggenti, i poeti entrano in contatto con l’altro mondo, accedono agli avvenimenti che evocano, decifrano l’invisibile, ricordano il passato e il futuro[2]. Sono sintonizzati con le divinità oracolari, che incarnano la potenza veggente.

Simposio funerario (IV sec.), Worcester Art Museum

Sul piano più alto della rivelazione oracolare sta Apollo, e il suo tempio a Delfi. Poi vi sono Nereo, Glauco, Pontos, Phorkys. Eido viene chiamata Thenoe “poiché conosce tutte le cose divine, il presente, l’avvenire, un privilegio che ha ereditato dall’avo Nereo”[3]. Come lei molti chiaroveggenti si affidano al campo di pensiero della mantica, fortemente legato alla Sapienza e alla Verità. All’Aletheia appartengono anche le visioni e le rivelazioni ricevute in sogno[4]. Ma nel pensiero religioso greco la dea della giustizia, Dike, è strettamente associata alla Verità. L’Aletheia, “che sa tutte le cose divine, il presente e l’avvenire”[5] ed è la più giusta di tutte le cose, esprime la sua azione nello stesso ambito di Dike, che conosce in silenzio ciò che avverrà e ciò che è avvenuto. Entrambe si affidano anche a forme di divinazione e di mantica nei procedimenti giudiziari. A prova di questa pratica, nel VI secolo a.C. Teognide scrive: “Bisogna che io giudichi questa faccenda con tanta esattezza come se procedessi con il filo di piombo e la squadra, che io renda equamente il dovuto alle due parti con il ricorso agli indovini, agli uccelli, agli altari che fumano, per risparmiarmi l’onta di un errore”[6].

Le tre Muse Melete, Mneme, Aoide (IV secolo a.C.), Atene, Museo Archeologico

Ma torniamo ai versi dei poeti-veggenti che, per cogliere chiaramente la verità, si affidano al medium della Memoria superiore. Mnemosyne è la potenza religiosa che dona al verbo poetico lo statuto di parola magico-religiosa[7], così che la parola cantata da un poeta dotato della visione profetica sia veramente una parola efficace, in grado di rendere vivi i significati del mondo simbolico religioso, della realtà, dell’Aletheia, in tutte le sfumature significanti, che trascolorano dal “dischiudimento” alla verità, dallo svelamento alla rivelazione.

I poeti ispirati, ma anche le persone più sensibili, in alcuni momenti del tempo sentono in loro la presenza delle Muse. Metis è la facoltà intellettuale, Themis è la nozione sociale, entrambe spose di Zeus. La Musa esprime la teologia della parola cantata, o della parola ritmata. In principio, molto prima di Esiodo, le Muse sono tre, venerate in un antichissimo santuario sul monte Elicona.  Si chiamano Melete, Mneme, Aoide, e incarnano aspetti essenziali della funzione poetica. Melete rappresenta l’esercizio mentale, la concentrazione e l’attenzione che il poeta deve mettere in atto nella propria disciplina. Mneme è la funzione psicologica che permette di improvvisare e di recitare i versi. Aoide è il poema finito, il prodotto che ha preso forma da Melete e Mneme. Al tempo di Cicerone le Muse divengono quattro, con una sostituzione e un’aggiunta. Le nuove arrivate sono Arche, ovvero la musa che svela il principio e l’originario, la realtà primordiale, e Thelxinoe, la seduzione dello spirito, l’incantamento che il ritmo e i suoni dei versi esercitano sugli ascoltatori.

Sarcofago delle Muse (II secolo), proveniente da Via Ostiense, Parigi, Museo del Louvre

Nel poema Teogonia, Esiodo attesta che le Muse rivendicano il privilegio di dire la verità, attingono direttamente all’Aletheia poetica e religiosa, rivelando “ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu”[8]. I poeti – intesi come i servitori delle Muse, della Memoria e dell’Aletheia – divengono voci determinanti in una civiltà agonistica, dove la parola di lode può incidere nella memoria dei contemporanei e dei posteri, e decidere del valore di un guerriero, di un re, di un nobile, o di un artista.

Nella civiltà greca vi sono due aspetti della gloria: Kydos e Kleos. Kydos è gloria istantanea, accordata direttamente dagli dèi, mentre Kleos è la gloria che prende forma e si sviluppa di bocca in bocca, di generazione in generazione, è una fama che sale fino agli dèi. E questa gloria dipende dalla bravura dei poeti, dai maestri della lode. I servitori delle Muse hanno il potere di accordare o di rifiutare la memoria alle gesta di un guerriero, all’operato di un re, ai versi di un letterato, alle opere di un artista. Nell’Iliade, Ettore testimonia che la vita di un guerriero è tesa verso la gloria cantata: “Non voglio morire senza lotta, senza gloria, senza qualche alta impresa il cui ricordo pervenga ai posteri”[9].  L’angoscia degli argonauti risiede nella paura di morire senza che nessuno dia memoria alle loro gesta[10].

Baldassarre Peruzzi, Apollo e le Muse (1514- 1523), Firenze, Palazzo Pitti

I poeti ispirati dalle Muse, per mezzo della lode e dell’etymos, possono trasformare un comune mortale in uomo avvolto dalla gloria, nel pari di un Re: “Nestore e il licio Sarpedonte, uomini di grande fama, ci sono noti dai versi armoniosi che hanno composto gli artisti di talento. Sono i canti illustri a far durare il ricordo del merito; pochi, però, riescono ad ottenerli”[11]. Ogni mortale sta tra le due potenze antitetiche, tra Mnemosyne e Lethe, ovvero tra la memoria e l’oblio, tra la possibilità di essere ricordato dai posteri o di essere inghiottito dalla dimenticanza e dal silenzio perenne. Le imprese su cui si tace scompaiono, o vengono inghiottite dalle fauci dell’Oblio e della Notte. Aletheia si oppone a Lethe, conferisce luce e splendore, saggezza e virtù. Il poeta è considerato “maestro di verità”, perché agisce e parla attraverso l’Aletheia delle Muse.

Jacopo Tintoretto, Le Muse (1578), London, Royal Collection

Il poeta Esiodo si considera come un indovino-profeta, in grado di rivelare i “disegni di Zeus”[12]. Per lui anche arare, coltivare e far fruttificare la terra hanno un carattere sacro e sono da intendere come una pratica religiosa. “Uomo divino” è colui che conosce il rituale concatenarsi dei lavori nelle quattro stagioni. Ed è per questo che il contadino di Ascra può guadagnare l’Aletheia attraverso il suo agire sulla terra, per vedere la rivelazione dei Lavori e dei Giorni. L’aedo pronuncia le parole magico-religiose delle Muse, articolate con la memoria poetica. Il contadino può sconfiggere l’oblio attraverso lo spirito e i frutti del suo lavoro[13]. E come l’iniziato che entra nel mondo ctonio, chi sa lavorare la terra e farla generare accede al mondo sacrale della Terra-Madre, condotto dalla memoria dei saggi e dalla verità che disvela.


[1] Hes., Theog., 54, 135, 965 sgg.

[2] Cfr. Il. I, 70; Hes., Theog., 32 e 38.

[3] Eur., Hel., 13 sgg.

[4] Esch., Sette, 710.

[5] Eur., Hel., 13 sgg.

[6] Theognis, 543 sgg.

[7] Si veda: M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Roma-Bari 1983, pp. 4-5.

[8] Hes., Theog., 28, 32 e 38.

[9] Il., XXII, 304-305.

[10] Apoll., Rh., IV, 1306.

[11] Pind., Pyth., III, 112-115.

[12] Hes., Oper., 661-662. Cfr. M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Roma-Bari 1983, p. 13.

[13] Hes., Oper., 397 e 769.

In copertina: Andrea Mantegna, Il Parnaso, 1497 (particolare)

Mauro Zanchi è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra le altre, da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, CURA, Skinnerboox, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Scrive per Art e Dossier, Doppiozero e Atpdiary.