Gregor canta. “La metamorfosi” di Giorgio Barberio Corsetti

«Quando Gregor Samsa un giorno si risvegliò da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un insetto enorme». È l’incipit indimenticabile di quello che è certamente il più bel racconto di Franz Kafka. Intorno al commesso viaggiatore Gregor Samsa nulla è cambiato e neanche dentro di lui: la stanza è quella di sempre, i suoi pensieri e le sue sensazioni anche. Solo il suo corpo è diventato animale. Ma lui accetta la cosa senza sorpresa, senza paura. Non prova panico, quella sensazione irrefrenabile di voler fuggire senza poter fuggire. Nessuno, né i personaggi né il narratore, che senta il bisogno di spiegare quella mostruosità che è lì, davanti agli occhi di tutti. Nessuno che si disperi, che si agiti o che solo si stupisca. Invece si godono le serate leggendo il giornale della sera, mentre nella stanza accanto qualcosa di orrendo è avvenuto e non smette di avvenire. Il mostruoso irrompe nella normalità e non suscita spavento, né clamori, perché la realtà è mostruosa senza riconoscerlo.

Non è certamente un caso che Giorgio Barberio Corsetti abbia scelto questo testo per tornare ancora una volta a Kafka, dopo aver creato spettacoli memorabili a partire dai tre romanzi dello scrittore praghese (America ovvero Il disperso, Il processo, Il castello) e da un suo racconto giovanile (Descrizione di una battaglia). Lo spettacolo avrebbe dovuto debuttare il 10 novembre al Teatro Argentina di Roma e invece, ora che tutti i teatri sono stati chiusi, potremo vederlo in prima nazionale domani sera, sabato 19 dicembre, sugli schermi di Rai5, alle 21.15. Vedremo attori isolati e solitari sul palcoscenico a interpretare questo racconto su un isolamento che progredisce fino all’annullamento (la parola “Samsa” in ceco, che era una delle lingue di Kafka, significa appunto “il solitario”).

Una scena de La Metamorfosi, regia di Giorgio Barberio Corsetti, ph. Claudia Pajewski

Si dice che i classici siano quelle opere che non smettono mai di riproporsi come specchi del nostro presente. Mai è stato più vero che a rileggere oggi questo racconto di Kafka, che sembra scritto per farci gettare uno sguardo straniato sulla nostra condizione attuale di confinamento collettivo, di distanziamento forzato dal fuori, di inibizione del movimento e del contatto con gli altri. Barberio Corsetti lo mette in scena come se fosse un sogno che elabora il nostro presente.

Ma già il testo dello scrittore boemo ha la complessità enigmatica dei sogni, la complessità che forse ogni scrittore cerca, senza sempre saperlo. I sogni, però, il più delle volte svaniscono con il risveglio. Ma per Kafka non era così. Come scrisse una volta in una lettera, gli riusciva di dormire meglio in ufficio, parlando e dettando, che di notte. Fuori dall’ufficio il sonno era inquieto. Le notti, per lui, erano fatte di due parti: una di veglia e una insonne. Ma erano piene di sogni: “Solo sogni senza sonno”, scrive in una lettera. Certe volte finisce per addormentarsi e quando si sveglia se li ritrova lì, i sogni, raccolti intorno a lui, ma lui si guarda bene dal pensarli, dice a un amico. Sono tormentosamente esatti, rabbiosamente chiari. E lui non li pensa, ma li registra, continuamente, nei diari, come un cronista, senza commenti e senza interpretazioni. A decine e decine. Finisce di lavorare alle 14 e passa spesso i pomeriggi sul divano o a letto, in uno stato di dormiveglia che è anch’esso pieno di sogni senza sonno, pieno di fantasie che forniscono le immagini e i ritmi per l’invenzione letteraria. Nei casi più felici il materiale onirico trapassa nella creazione letteraria in un movimento liberatorio di “totale apertura del corpo e dell’anima”, come scrive una volta nei suoi diari.

Una scena de La Metamorfosi, regia di Giorgio Barberio Corsetti, ph. Claudia Pajewski

Anche La metamorfosi nasce da un sogno a occhi aperti, in una lunga fantasticheria in stato di dormiveglia. Nasce una domenica, il 17 novembre 1912. Kafka ha dormito male, ha fatto sogni inquieti, e allora se ne resta a letto, e si lascia andare alle associazioni, per ore, tra veglia e sogno. Sono i momenti in cui Kafka si sente sprofondare fino al fondo del suo essere e si sente di potervi attingere quello che vuole. Così quella domenica, mentre rimugina sulle difficoltà del suo rapporto con la fidanzata, Felice Bauer, man mano cresce nella sua mente lo schema di questo racconto, che poi scrive in alcune settimane, in sequenza cronologica, direttamente nella versione che sarà poi definitiva, con pochissime correzioni. Lo pubblica nel 1915, prima sulla rivista “Die Weissen Blätter”, poi in volume presso l’editore Kurt Wolff, al quale impone una particolare condizione per la copertina: “L’insetto non può essere disegnato e neanche visto da lontano”. Al meglio, dice, si potrebbero mostrare i genitori e il procuratore davanti alla porta chiusa, oppure, meglio ancora, i genitori e la sorella nella stanza illuminata, mentre la porta della stanza di Gregor è aperta ma lascia intravedere solo un buio indistinguibile. Gregor – il commesso viaggiatore divenuto un insetto – è un buco nero, è un essere che deve essere sottratto alla visibilità.

Giorgio Barberio Corsetti sfida questo Bildverbot, questo divieto di rappresentare l’immagine dell’insetto pronunciato dall’autore. Del resto, come diceva Paul Klee, il senso dell’arte è proprio questo: cercare immagini per rendere visibile ciò che visibile non è e non può esserlo. Così nello spettacolo l’insetto invisibile di Kafka prende corpo, acquista il corpo nudo, ricoperto soltanto da un impermeabile verde scuro, di Michelangelo Dalisi, che a tratti riesce a farci davvero vedere il mondo con gli occhi di quest’insetto che alla fine decide di abbandonare il mondo per ritirarsi chissà dove, nell’invisibile. Un Gregor Samsa che sarà difficile da dimenticare. Dalisi riesce a farci vedere come il corpo dell’insetto nel corso del racconto si rimpicciolisce, si assottiglia, come la sua presenza si riduce sempre più, come la sua vista, come quell’essere si chiude sempre più nel suo interno, fino a ubbidire alla condanna di sparizione pronunciata dalla sorella.

Una scena de La Metamorfosi, regia di Giorgio Barberio Corsetti, ph. Claudia Pajewski

L’interno in cui Gregor si reclude è come una torsione interna dell’esterno, un’esteriorità immanente. Viene da pensare alla definizione freudiana dell’inconscio come “territorio straniero interno”. Tanto più quando osserviamo come la stanza di Gregor, il quale fino allora aveva nutrito la famiglia, viene via via trasformata in un ripostiglio e, mentre il suo corpo ferito dal padre si fa sempre più debole, lui prova un godimento sconosciuto a strisciare tra la sporcizia e quelle cianfrusaglie polverose. Il corpo animale è pure qualcosa di proprio, oltre che di estraneo, che indica possibili linee di fuga. Gregor ne trae anche sensazioni fisiche di benessere. A un certo punto prende l’abitudine di girovagare per le pareti e sul soffitto, standosene sospeso lassù, dove respira meglio, dove il suo corpo è invaso da un una sensazione inaspettata di piacere. Episodi come questo ci dicono che la metamorfosi animale di Gregor è anche la fantasia di diserzione utopica in un altro corpo. C’è un punto in cui lo spettacolo riesce a trasmettere concretamente questo rimando utopica inscritto nel racconto kafkiano: quando a un certo punto vediamo il corpo di Michelangelo Dalisi salire su per le pareti e abbiamo per un attimo come l’impressione che siano sospese le leggi della gravità e della caduta dei corpi. È il momento in cui Gregor cerca di impedire che, insieme a tutti i mobili, venga portata via dalla sua stanza anche la fotografia di una signora con la pelliccia. Nello spettacolo quell’immagine ritagliata da una rivista e incorniciata diventa come una vetrina dietro la quale c’è una donna in carne e ossa. È una scelta di regia che colpisce nel segno. Non solo perché rimanda a un’esperienza erotica ridotta a esperienza feticistica e occupata da un immaginario da rotocalco, ma anche perché mostra che l’unico spazio privato nella vita di Gregor è a priori alienato, che l’unica apertura verso l’esterno nella sua esistenza tutta occupata dal lavoro è quella verso un immaginario espropriato.

Una scena de La Metamorfosi, regia di Giorgio Barberio Corsetti, ph. Claudia Pajewski

Nelle conversazioni che ho avuto con lui sullo spettacolo, Giorgio Barberio Corsetti ha insistito su questo aspetto del racconto di Kafka: sul lavoro, sull’alienazione che esso produce e che penetra anche nei luoghi segreti della vita intima. Kafka era laureato in giurisprudenza, lavorava presso un ente statale di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, ed era un burocrate abile, brillante, un funzionario impegnato, interessato al suo lavoro, con uno spiccato senso del dovere e una grande competenza specialistica. Quel lavoro però lo soffriva anche, fino alla depressione. Non soltanto perché in ambito lavorativo, come in famiglia, dominava allora il carattere autoritario, ma anche perché si doveva confrontare di continuo con le vittime della produzione industriale, con corpi menomati dagli incidenti, sfiniti da turni di lavoro proibitivi. E poi c’erano i continui viaggi nelle periferie dell’Impero, spesso nei mesi invernali, con la neve dappertutto, per andare a visionare gli standard di sicurezza delle fabbriche o rappresentare l’ente in contenziosi giuridici. E lui quei viaggi li odiava proprio, lo si capisce bene dai diari e dal racconto.

La metamorfosi di Gregor Samsa è anche l’immagine di un grande rifiuto di tutto questo, di un desiderio di fuga da una vita ridotta a lavoro che deforma il corpo e rende estranei a sé stessi. Ma quella trasformazione in un insetto repellente è anche la metafora  del senso di colpa suscitato da questo desiderio, e dell’interiorizzazione della condanna che si aspetta da un mondo che non conosce legge diversa da quella dello sfruttamento. Gregor si sacrifica per ripagare un debito del padre che è andato in bancarotta e ha smesso di lavorare. Accetta ritmi di lavoro massacranti e una condizione di sottomissione umiliante per consentire alla famiglia una vita tranquilla. Ma comprende di essere stato ingannato, comprende che il padre ha salvato dal fallimento un piccolo capitale e lo rimpingua grazie al lavoro del figlio. Insomma, Gregor è sfruttato anche dalla famiglia e una volta che non può esserlo più, una volta che il suo corpo non è più abile al lavoro, viene messo da parte, diventa un peso morto che viene estromesso, un rifiuto di cui disfarsi, per poter ricostuire un nucleo produttivo fondato, ancora, sullo sfruttamento.

Una scena de La Metamorfosi, regia di Giorgio Barberio Corsetti, ph. Claudia Pajewski

Il divenire insetto di Gregor produce una metamorfosi nella famiglia, mobilità in essa energie inaspettate, energie economiche. Il padre si rimette a lavorare, la sorella entra nel mondo del lavoro, assumendo il posto di speranza e capitale della famiglia che era stato del fratello. È come se entrambi assorbissero la vitalità perduta da Gregor: una vitalità che nella sua sostanza e nella sua forma è solo economica. È tutto un gioco di corpi produttivi o parassitari. Parassitari sono dapprima i corpi dei genitori e della sorella che si nutrono del lavoro di Gregor. Questo poi, una volta che non può essere più sfruttato, si trasforma in parassita, diventa superfluo, ma come tale non può più vivere. Qualcuno potrebbe dire che è una raffigurazione appena distorta della realtà contemporanea: questo mondo in cui o si è sfruttati o si è parassiti che hanno la capacità di sfruttare. Una capacità che Gregor non ha o, anzi, non vuole avere. Perciò si lascia morire, e questo sin dall’inizio. Sin dall’inizio comincia ad abbandonare sé stesso, il suo corpo, la sua voce umana.

Il testo di Kafka sfida ogni messinscena anche per questo: perché la metamorfosi di Gregor Samsa produce un effetto sul linguaggio. Il suo corpo di insetto non gli consente più di articolare le parole. Perciò lui decide di tacere. Parla soltanto con se stesso, nella sua interiorità. Ma è un parlare di cui gli altri neanche conoscono l’esistenza. Per Kafka questa è la condizione dell’artista: che parla con un’altra voce, incomprensibile agli altri. Quando Gregor tenta di dire qualcosa nessuno lo comprende, perché la sua voce è diventata altra, animale, come subito nota il procuratore.

Ma che voce ha un animale? Barberio Corsetti ha l’intuizione felice di far parlare Gregor Samsa, come tutti gli altri personaggi, nella terza persona. Una scelta brechtiana, anche se il tono dello spettacolo brechtiano non lo è di certo. L’atmosfera è piuttosto onirico-epica, c’è un’adesione spezzata all’immaginario kafkiano. Gli attori si calano tutti dentro ai personaggi paradossali inventati da Kafka e, allo stesso tempo, ne restano fuori quel tanto che basta per mostrarceli dall’esterno, per citare le loro parole, i loro gesti e i sentimenti che non hanno. Si crea così quell’effetto che Brecht avrebbe voluto dai suoi attori: non la cancellazione del proprio volto nel volto del personaggio rappresentato, ma la sovrapposizione dei due volti, dei due sguardi.

Questo sguardo doppio è anche lo sguardo di una doppia dis-identificazione. Ma non è questa, appunto, l’esperienza di Gregor Samsa, l’esperienza della metamorfosi? Gregor non riesce a identificarsi con l’animale che è diventato, ma non può neppure smettere del tutto di essere quello che era stato: la maschera di una professione, un corpo usato e consumato nel processo lavorativo. E in questa doppia impossibilità riesce certe volte, quasi senza volerlo, a staccarsi dalla sua dipendenza dal giudizio degli altri, e a trovare qualcosa che neanche sapeva di aver sempre cercato. Avviene una volta sola: quando sente la sorella suonare il violino e allora dice di se stesso: “Era dunque un animale che così lo prendeva la musica? Era come se davanti a lui si mostrasse la via per un nutrimento agognato”. Un nutrimento sconosciuto e desiderato che si offre soltanto quando smette di essere l’essere umano che era, e diventa altro: vita animale soggetta alla legge inesorabile della metamorfosi.

Ci sono dei momenti, nello spettacolo che vedremo domani su Rai5, in cui i personaggi smettono di essere quello che sono e si mettono a cantare. Solo voci, senza strumenti. La voce può essere la trascendenza del corpo, può ricordarci la possibilità di cambiare forma quando un dolore diventa insopportabile e ogni trasformazione appare preclusa. Certe volte il teatro sa creare momenti in cui tutte le impossibilità iniziano a danzare e i poteri che minacciano la vita non hanno più la forza di spaventarci.

La metamorfosi di Franz Kafka
traduzione di Ervino Pocar edita da Mondadori
adattamento e regia di Giorgio Barberio Corsetti
con Michelangelo Dalisi (Gregorio Samsa), Roberto Rustioni (Il Padre), Sara Putignano (La Madre), Anna Chiara Colombo (La Sorella Rita), Giovanni Prosperi (Il Procuratore, Pensionante II, Contabile Universale II), Giulia Trippetta (La Donna di Servizio, Pensionante III), Dario Caccuri (Pensionante I, Contabile Universale)
vocal coaching e musiche di Massimo Sigillò Massara; scene di Massimo Troncanetti; costumi di Francesco Esposito; luci di Marco Giusti; aiuto regia Giacomo Bisordi; assistente alla regia Tommaso Capodanno
Produzione Teatro di Roma-Teatro Nazionale
prima nazionale sabato 19 dicembre in onda su Rai5

insegna Letteratura tedesca all’Università Roma Tre. Si occupa di teatro e letteratura tedesca del Novecento e di questioni riguardanti gli studi culturali, in particolare di geografia letteraria e della figura dello spettatore.