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La ragazza con la cinepresa

L’operazione che Eleonora Marangoni ha svolto con E siccome lei poteva adattarsi unicamente a Monica Vitti, perché nessuna delle grandi attrici del cinema italiano ha saputo declinarsi con la stessa agilità a ruoli e contesti tanto diversi. Da Antonioni a Sordi, da Buñuel a Salce, da Losey a Risi, senza dimenticare altri registi più o meno grandi, la Vitti ha saputo sintetizzare nei suoi gesti e nelle sue espressioni figure di donne anche lontanissime tra loro: la musa dell’incomunicabilità e dell’alienazione accanto alla regina della comicità, recitazioni drammatiche e brillanti che si alternano ad altre dove abbonda una visceralità da strada, cinema d’autore e cinema di massa. Monica Vitti è un mistero, un’unità inafferabile che si forma nella molteplicità, un volto che ha prestato se stesso a tante donne differenti, ognuna con la sua storia e il suo vissuto. Questo carattere prismatico ha creato più imbarazzo di quanto si possa pensare: ha diviso le opinioni e ha spinto una parte della critica a domandarsi da che parte stesse l’attrice, quale fosse la sua vera identità. Nella Nota introduttiva vengono ricordate le sedici puntate di Monica: o come tu mi vuoi, una trasmissione radiofonica del 1968 curata da Andrea Camilleri, interamente dedicata a indagare il fenomeno Monica Vitti. Lei stessa, in un programma televisivo di cinque anni prima, aveva ironizzato su di sé interpretando il suo doppio, Vitta Monici, una romanaccia che poco apprezza le capacità di Monica, sempre poggiata da qualche parte, o a strusciare sui muri e a dire frasette corte.

Joseph Losey, Modesty Blaise, 1966

Ma forse non c’è episodio più singolare, per cogliere questo moltiplicarsi che è anche uno svuotarsi, di quello ricordato nelle primissime pagine del libro (la fonte è l’autobiografia della Vitti, Sette sottane, del 1993): è il ’65 e Monica sta viaggiando in treno verso Londra dove ad attenderla ci saranno Joseph Losey e le riprese di Modesty Blaise. Arrivata nella carrozza ristorante, si rende conto di non avere il portafoglio. Poco male, sicuramente qualcuno sarà disposto ad anticiparle i soldi del pranzo. La scelta verte su un uomo inglese intento a leggere. La Vitti spiega la situazione, si presenta e si siede al tavolo nonostante l’uomo non le rivolga parola, dando pure l’impressione di essere piuttosto scocciato. Lei ordina un pasto completo e, nel vano tentativo di avviare una conversazione, inizia a parlare di un suo precedente viaggio e del film che dovrà girare in Inghilterra. A questo punto l’uomo rompe il silenzio: con una certa maleducazione si dichiara disposto ad offrirle il pranzo, purché la smetta di fingersi Monica Vitti, lui ha visto tutti i suoi film ed è pronto a giurare che quelle che ha davanti non è chi dice di essere. Monica rimane stupita, ma quando capisce la serietà del suo interlocutore cerca di convincerlo inutilmente della sua identità sfoggiando dettagli sulla sua vita e sui suoi film. Il cameriere torna con il pranzo, e la Vitti, innervosita, minaccia di non mangiare se non viene riconosciuta, ma l’altro non si scompone minimamente. A nulla vale mostrare il passaporto: lì campeggia il suo vero nome, Maria Luisa Ceciarelli. Senza aggiungere altre spiegazioni, torna a digiuno nella sua carrozza e a digiuno resterà fino a Londra, dove ad attenderla troverà i giornalisti, il produttore e il regista del film, ma dell’uomo della carrozza ristorante nessuna traccia. È un aneddoto che «spiega bene come in lei da sempre ognuno abbia visto quello che voleva», reso ancor più divertente ed emblematico dal dubbio che si tratti o meno di una storia vera.

Michelangelo Antonioni, L’eclisse, 1962

Eleonora Marangoni ha scritto non tanto un libro su Monica Vitti, ma iniziando e finendo con «l’idea che il suo unico ritratto possibile fosse un ritratto corale, il racconto di una voce unica formata da molte». Già la copertina dice qualcosa delle pagine che seguiranno. È una foto in bianco e nero dell’attrice sul set dell’Avventura: è ripresa di spalle mentre si guarda in un piccolo specchio che riflette il suo viso. La sua figura non può essere vista per intero, ma solo per frammenti, uno dei quali è un’immagine riflessa. È solo la prima delle molte fotografie che seguiranno, presenti nel libro alla maniera di un commento ai vari racconti di cui è composto (ed è una foto particolarmente interessante, per il legame che instaura con Viceversa. Il mondo visto di spalle, il saggio recente della stessa Marangoni sulle immagini di soggetti ripresi di spalle). Sono storie che prendono come protagoniste le donne (non tutte) interpretate dalla Vitti nella sua carriera, trasportate in vicende nuove, che ampliano lo spettro narrativo dei film in cui sono comparse o approfondiscono alcuni temi (particolarmente utile è l’indice, in cui sono ricordati i film da cui ogni testo è tratto). Di Teresa (da Teresa la ladra) viene riportata, in forma diaristica, la triste vicenda, attingendo alle sue ingenuità linguistiche, alle frasi che è solita ripetere, a dialoghi riscritti fedelmente, per poi concludere con un’immagine nuova ed esemplare; di Livia (da Io so che tu sai che io so) leggiamo una lettera spedita alla figlia di un professore con cui ha collaborato, in cui si parla del divorzio e della sua nuova vita (situazione assente, appunto, nel film di Sordi).

Queste variazioni dai soggetti originali trovano un corrispettivo nell’atteggiamento sperimentale che guida la solida scrittura di Marangoni. Parlare di racconti è riduttivo, e i due esempi citati lo dimostrano: accanto a testi prettamente novellistici, eccone altri scritti alla maniera di un diario, di una lettera, di un’intervista, di una pagina biografica, di un elenco e altro ancora. Una varietà che non si limita ad essere un puro esercizio di stile; piuttosto, all’interno di quella coerente unità garantita dal viso di Monica Vitti e dai suoi ruoli, si apre una molteplicità di storie e suggestioni, un ventaglio praticamente infinito di soluzioni formali e narrative che dall’immagine in movimento del cinema passano alla parola scritta, disponibili a interrogare le donne di Monica, a mettere sotto una nuova luce un dettaglio trascurato dei film, o a chiedersi cosa avrebbe fatto quella persona in un’altra situazione.

Ogni narrazione apre ad altre narrazioni, ogni storia a nuove scritture, orbitando intorno al centro di gravità di Monica. La quale, giusto alla fine, è unica protagonista della sezione Vietato sporgersi dentro, una «Cronologia non essenziale» scritta in collaborazione con Natalia La Terza. È l’ultima tessera dell’affascinante mosaico di E siccome lei, un libro che, accostandosi a tante donne, prova «a ricomporre un’immagine di lei, di quello che è stata e che ancora oggi rappresenta». L’unico modo per potersi avvicinare a un’attrice che, più di tanti altri, ha fatto della pluralità un tratto distintivo.

Eleonora Marangoni
E siccome lei
Feltrinelli, 2020, 256 pp., € 17

(Roma, 1988) si è laureato in Letteratura alla «Sapienza» e scrive principalmente di cinema e letteratura. Ha lavorato nella redazione della casa editrice Ensemble ed è uno degli autori del libro collettivo “Roma degli scrittori” (Artemide 2015). Collabora e ha collaborato con diverse riviste tra le quali «L'Indice dei libri del mese», «alfabeta2», «Dude Mag» e «Altri Animali».