Castagne secche e altre simili fesserie. Rothko e Gottlieb

Si dice che lo sguardo di un essere umano porti in sé l’intera dignità di una persona. Nello sguardo incrociato di Mark Rothko e Adolph Gottlieb sull’arte contemporanea ho sempre pensato che si giocasse una partita essenziale. Non vorrei soffermarmi a lungo sulla vera e propria poetica che emerge in una breve lettera del 7 giugno 1943 inviata dai due al critico del New York Times, Edward Allen Jewell, cioè, detto per inciso, uno di quei critici che possono fare la fortuna o la disgrazia di un artista ancora relativamente poco affermato, come erano Gottlieb e Rothko in quegli anni.

I due artisti disegnano, in pochi tratti, l’immagine nitida di un gesto pittorico tanto radicale e incisivo quanto lontano da ogni idea di semplice rottura con il passato, secondo una logica, già allora logora e divenuta poi bolsa, secondo la quale nelle arti si tratterebbe di essere innovativi e liberarsi di tutte le cianfrusaglie del passato (lirismo, elemento tragico, mito, simbolo, spirito, ecc., ecc.) in nome dell’imperativo che impone – per parafrasare (fraintendo) Rimbaud – di essere assolutamente postmoderni. Sono estremamente chiari i due esponenti della vera prima grande pittura americana: “poiché l’arte è intemporale, la rappresentazione e il significato di un simbolo, anche il più arcaico, mantengono oggi la stessa forza e la stessa pregnanza che avevano in origine.”

Segue, poi, un elenco, davvero impressionante, di “principi estetici”, che riduco all’essenziale.

1. Per noi, l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che può esplorare solo chi è pronto ad assumersi dei rischi.

2. Questo regno dell’immaginazione è del tutto privo di vincoli e contrapposto al senso comune.

3. E’ nostro compito di artisti fare in modo che lo spettatore osservi il mondo dal nostro punto di vista, e non dal proprio.

4. Caldeggiamo l’espressione semplice di pensieri complessi. […]

5. E’ idea largamente accettata fra i pittori che non sia troppo importante ciò che viene dipinto, a condizione che sia ben dipinto; questa è l’essenza dell’accademismo. Non può esistere buona pittura sul nulla. […]

Fin qui il tentativo di enucleare una poetica da parte di Gottlieb e Rothko, due giganti dell’arte contemporanea, due di fianco ai quali buona fetta del neoavanguardismo degli stessi anni scompare. Le loro parole non lasciano molti spazi all’interpretazione o all’equivoco. L’arte è un gesto transtemporale sui medesimi soggetti che, immobili nella loro “verità originaria”, subiscono solo metamorfosi formali, capaci di trasmettere il fondo tragico dell’esistenza. L’arte non rispecchia né insegue il pubblico e il suo gusto, ma crea la possibilità di una inedita visione. Il pubblico segue l’artista in un mondo sconosciuto, in una modalità della visione inaudita (anzi, invista) e non il contrario. La verità dell’espressione consiste nel rendere in forme semplici la complessità di un pensiero del mondo. Non è certo inutile, credo, rileggere oggi queste pagine, proprio nel momento in cui una banana con scotch è al centro della discussione sul futuro dell’arte e crea stupori ed entusiasmi, frammisti ad altri ancor più stucchevoli e inutili rimbrotti.

Ma quel che davvero mi ha sempre colpito, nella lettera dei due, è la chiusa. E mi ha sempre stupito, pensando all’ossessione odierna (odierna ancor più che del passato) per i premi. Vedo critici e artisti, scrittori e poeti, filosofi e saggisti che ostentano purezza e sprezzo per il mondo conformista in cui gli è capitato di vivere e poi sono in ogni possibile giuria di premio e/o presentano, in modo compulsivo e sistematico, i propri libri a tutti i premi possibili e immaginabili. Ovviamente, sputando sul premio e sui premi qualora il premio non gli venga assegnato. Ecco, davanti a questo panorama culturale dell’Italia di oggi (ignoro se all’estero sia uguale, ma non ho motivo di dubitarne), penso sempre alla chiusa dei due artisti rivolta al critico che poteva fare la loro fortuna. Lascio a loro la parola. La definirei apodittica. Mi permetto solo di aggiungere tra parentesi quadre qualche domanda e osservazione.

Di conseguenza [ecco, i principi estetici dovrebbero avere sempre un “di conseguenza”; altrimenti non si capisce bene che principi siano], se il nostro lavoro incarna questi principi [che principi incarna il lavoro dei fanatici dei premi?], non potrà non offendere chiunque senta una particolare affinità spirituale con la decorazione d’interni, con i quadri d’arredamento, con quelli da caminetto [si estenda facilmente a tutte le arti, compresa la letteratura da coffee table, ecc.], con la “American Scene”, con la pittura sociale [quanta ne abbiamo oggi!], con la purezza dell’arte [quelli del “fa tutto schifo ma…”], con chi si tiene a galla a suon di premi, National Academy, Whitney Academy, “Corn Belt” Academy, castagne secche e altre simili fesserie…

La lettera si può leggere in La Scuola di New York, a cura di Viviana Birolli, Abscondita, Milano 2007. L’immagine di copertina ritrae Mark Rothko, quella nel testo Adolph Gottlieb.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).