Alteritrea

Nel maggio 2019 ho trascorso tre settimane in Eritrea insieme a un gruppo di giovani fotoreporter al seguito di Antonio Politano, che nel corso di decenni di viaggi e scatti in tutto il mondo aveva visitato più volte il paese. Antonio intendeva sondare la situazione a dieci mesi dalla firma del trattato di pace del 2018, ultimo atto della lunghissima, sanguinosissima sequenza di ostilità con l’Etiopia. Lui e il suo gruppo erano partiti prima di me, ad aprile, percorrendo in lungo e in largo l’Etiopia e il deserto dancalo; il suo progetto, che prevedeva tra l’altro il coinvolgimento del Ministero degli Affari Esteri, sarebbe sfociato in una mostra fotografica inaugurata contemporaneamente a Addis Abeba, Asmara e Roma nell’estate successiva.

La mia presenza, nel solo tratto eritreo del viaggio, mirava a realizzare un resoconto del paese che andavo scoprendo per la prima volta: paese così particolare (anche nel contesto del colonialismo e postcolonialismo) per la sua storia politica e sociale, in cui l’Italia ha tanta parte. Ma era anche un racconto di conoscenza, e sulla conoscenza: l’incontro con un’alterità che è innanzi tutto interiore e proiettiva, poi anche reale e oggettiva e, come si dice, sfaccettata. Di qui il working title Alteritrea per un libro in cui il mio testo e le foto di Antonio si affiancano alla pari.

Questo travelogue in forma di lettere non ha ancora un editore. Ne propongo un’anticipazione.

Tommaso Giartosio

Caro Antonio,

è paradossale, pensavo sull’aereo della Ethiopian diretto a Addis Abeba (dove avrei preso un secondo volo per Asmara), schiacciato tra un omone scuro e triste e una ragazza dagli occhi pervinca; imbarazzato al solo pensiero di dover abbassare il tavolino o lo schienale, non parliamo dell’andare in bagno; allarmato perché per prevenire la trombosi venosa profonda dovevo passeggiare come un detenuto lungo il corridoio, addentrarmi nella notte indotta del volo, nella tana dei corpi, inciampare in polsi e caviglie sporgenti come rami e radici… è paradossale, pensavo, che proprio quando noi minuscoli umani voliamo attraverso sconfinate, infinitamente accoglienti distese di spazio etereo e vaste sfumate campiture di colore, proprio quando planiamo come esploratori dell’ignoto tra le nubi che disegnano con arte inimitabile un paesaggio di catene e vallate, proprio allora il puntino che è ciascuno di noi di fronte a queste magnitudini deve schiacciarsi dentro un angusto tubo di metallo con due alette appiccicate sui lati, a respirare aria viziata insieme a altri duecento o trecento puntini, uno dei quali prima o poi gli rovescerà la boccetta d’acqua addosso, o gli pesterà l’unghia dell’alluce.

Solo in questo modo possiamo attraversare il cielo – questo spazio che è quasi l’idea stessa di spazio – e arrivare rapidamente a destinazione. Dunque è ragionevole viaggiare in aereo. Ma è anche assurdo, perché lo spazio dovrebbe essere il luogo per eccellenza della libertà di movimento.

L’Eritrea stessa è un paese fatto di spazio. Il Principato di Monaco è fatto di palazzi d’appartamenti; l’Italia è fatta di colline, cittadine, porticcioli; l’Antartide è fatta di ghiaccio; e l’Eritrea è fatta di spazio. L’unica eccezione è Asmara, che è una città, case, muri, e per di più una citta costruita in gran parte dagli italiani. È un luogo in cui senti di tornare a chiuderti. Ma anche Asmara, città dolce e maneggevole, allude – nell’atmosfera rarefatta dei suoi oltre 2300 metri di altitudine, nell’ampiezza delle vie, nel volo veloce e leggero delle rondini, nel riverberare di colpi e grida – alla vastità dello spazio eritreo. Di questa vastità che è ciò di cui oggi che ti scrivo, Antonio, sento la mancanza in modo più acutamente fisico (mentre delle persone, dei loro sguardi e sorrisi e parole di cui dovrò parlarti a lungo, soffro l’assenza come un richiamo personale, mentale: una parola).

Sai un altro motivo di questa nostalgia? Non avevamo la rete, e anche telefonare era difficile. Ricordo Gianni, sconcertato perché non riusciva a ottenere una buona ricezione con i suoi: – Assurdo. Io non li capisco, ma loro mi capiscono! – – È normale in una famiglia, – gli ho detto.

Il fatto è che vivevamo una condizione di leggerezza, un celibato percettivo. E questo mutava anche il nostro rapporto con lo spazio. Non voglio certo decantare la mancanza di copertura web, e tanto meno il divieto di vendere carte Sim ai non residenti. Ma sta di fatto che noi, essendo sempre sconnessi, dropout, in calo di tensione elettrostatica perché privati del fruscio di fondo dei social, insomma esclusi dallo spazio virtuale, per amore o per forza dovevamo riscoprire la virtualità dello spazio reale – l’estremo orizzonte, la lamina lucente del mare – e anche (scusa se mi attorciglio) la realtà di quella virtualità: quelle laggiù erano vere montagne, con vere vette, veri valloni, e all’ombra dovevano spuntare veri fili d’erba; l’orizzonte era tanto lontano quanto tangibile, il mare ci bagnava la cornea. La migliore psichedelia è la realtà.

Chi di noi è riuscito a fare qualche scorribanda online – sperando di sentirsi più libero di Silver Surfer – ha dovuto confessare un senso di costrizione, come a pattinare furiosamente su un laghetto ghiacciato: una vertigine circoscritta. 

Ora tu mi dirai che gli spazi eritrei non sono diversi da quelli di qualsiasi altra pianura o vallata o cordigliera (e ne hai conosciute!). Sarà. Ma lo sai: in Eritrea, tante cose sono piccole. I cavalli, per esempio, sono cavallini. Non dei pony buffi e tracagnotti, ma dei veri e propri stalloni-in-miniatura, quasi delle note a piè di pagina dei loro colleghi arabi che galoppano (loro sì!) sulla sponda opposta del Mar Rosso. Anche le galline sono gallinelle. Le banane sono… nane. Le case sono, di solito, quelle piccole di un paese povero; e anche gli edifici monumentali hanno proporzioni ragionevoli, a misura d’uomo, complice il razionalismo architettonico dei colonizzatori. Purtroppo molti bambini, soprattutto nelle aree più arretrate, sono magrolini e minuti. E anche se il paese ospita ben nove gruppi etnici diversi (ognuno con la sua lingua!), non ho potuto fare a meno di notare le piccole dolci mani delle donne eritree (e di molti uomini), le loro dita sottili e veloci. Ecco, in questo mondo ciò che è grande sembra ancora più grande, e ciò che è piccolo ancora più piccolo.

Pochi giorni dopo l’arrivo mi sono sdraiato su una spiaggia per vedere la famosa via lattea dei tropici: mi avevano detto che lì appariva in tutto il suo fulgore. C’era una bella stellata e mi sembrava di star guardando un panorama pullulante, sì, ma anche stranamente limitato, come se le stelle fossero formiche e il cielo un fermo immagine della loro città sotterranea. Mi sono addormentato pensando che quella fascia di pulviscolo diffuso non la si vedeva poi così diversa dalle nostre campagne. Ma al risveglio, verso le tre del mattino, ho capito che quella che avevo visto non era la via lattea. Ora la vera Galassia era sorta.

Si divaricava da un capo all’altro del cielo, in tutto il suo contorcersi di intestino fumante di lumi… oh, Antonio, per descriverla io provavo sulla lingua queste e altre parole; mi dicevo intestino fumante di lumi, mi dicevo nubi di nebulose, bagliori, rotazioni, fuochi; ma la verità è che quella cosa – quella pura capienza – mi ha lasciato senza parole, oppure le parole che avevo non quadravano il conto. Come poteva esserci posto per lei e per noi, come può una vittoria così schiacciante della natura indifferente farmi sentire pienamente umano?

E dal finestrino dell’aereo non era stato poi così diverso. L’indaco incolmabile della notte, fuori; i faretti dentro, uno per posto. Intanto, però, il gran nero seduto alla mia sinistra, che mi ero messo a studiare di sottecchi come se fosse il primo africano della mia vita (eritreo? etiopico? uomo d’affari?  politico? dipendente di una ONG? facevo il giro di giostra degli stereotipi più scontati, oppure mi perdevo in ipotesi peregrine – funambolo, calzolaio, arredatore, marito in fuga… – come se questo bastasse a vaccinarmi contro l’ovvio), si è accorto che le mie cuffie non funzionavano e mi ha offerto le sue con un gesto rassegnato: come per un furto previsto, come per riscattarsi dai miei pensieri proiettivi. Più tardi ho fermato l’assistente di volo, e me ne sono fatto dare un altro paio per lui. Così gli ho strappato, mentre atterravamo, un sorriso. Intanto mi ero messo a chiacchierare con la ragazza occhi pervinca, scoprendo che… faceva parte del nostro gruppo, e in Eritrea avremmo viaggiato insieme (era Claudia). E tutto questo avveniva dentro un’ampolla di metallo lucido. Forse gli esseri umani hanno bisogno di schiacciarsi l’uno contro l’altro, disturbarsi a vicenda, non avere troppo spazio?

Mi sembra un’idea vera e insieme superficiale. Una verità più profonda deve avere a che fare con l’incontro tra lo spazio e la sua penuria, come se l’uno richiedesse l’altra e viceversa. La cabina ha bisogno del cielo, e il cielo della cabina.

Ricordi quando a Keren ci hai portati a vedere la “Madonna del baobab”? La sminuivi come una bizzarria per turisti: una statua della Vergine ospitata nel cavo del tronco di un albero gigantesco. Ma in fondo quel posto diceva qualcosa di essenzialmente eritreo (o africano? o umano?): la cappella era angusta (ci si entrava uno alla volta) ma anche vastissima (dava la misura del suo ospite colossale). Una cella insonorizzata, eppure alzando gli occhi si vedeva il foro del cielo. Angosciante, ma anche liberatrice, come quella Maria nera sotto il manto scarlatto, che allungava una mano verso il fedele e teneva nel buio del suo ventre l’Onnipresente, il cosmo.

Questa relazione tra grande e piccolo, tra sterminato e piccolissimo, l’avevamo ben chiara, credo; anche perché viaggiare per settimane tutti schiacciati in un pullmino o in poche stanze d’albergo crea, come dire, una certa sensibilità spaziale; e a un certo punto, in quell’atmosfera da road trip che si era creata da sé, abbiamo cominciato anche a scherzarci sopra. Attraversando le lande desertiche per assistere al matrimonio di un remoto clan del Gash-Barka, dopo centinaia di chilometri di sterrata, vicini all’arrivo ci chiedevamo: “Troveremo parcheggio?” – e giù risate.

Ma poi tornava a scorrere il paesaggio, e tornava a porsi la questione, come dire, della proporzionalità.

Durfo, Eritrea © Antonio Politano

Da una parte, ciò che è grande. Il panorama lungo la strada per Massaua (che in effetti, una volta passata una cintura di boschi di eucalipti con la loro aria eternamente turistica e sperduta, si rivelava tutta uno strapiombo, ma a quel punto non avevo più paura e poi Mussi guidava benissimo). Anzi, lungo tutte le strade. Probabilmente sulle carte eritree esiste un segno grafico particolare per indicare le carrozzabili non panoramiche. Certe montagne assurdamente aguzze, come picchi di un film fantasy. Certe altre montagne, fatte di enormi biglie di pietra: ordinate piramidi di macigni, come rimanenze depositate su una scaffalatura (il magazzino di Dio prima della creazione – questo senso di perpetua prossimità all’origine che pesa come una benedizione e una condanna). Gli altipiani: vecchie tavolozze. I vasti palmeti di foglie a ventaglio: in Eritrea non è mai arrivato il punteruolo. Le piste larghe come fiumi molto larghi, dissestate come rapide, di un rosso appiccicoso che è lo stesso colore del berberé, il cocktail di spezie profumate e piccanti (peperoncino, pepe, zenzero, chiodi di garofano e altro) che ritroviamo dappertutto, anche sulle pizzette della colazione; e l’abilità del guidatore che le risale bordeggiando le rive. I grandi ponti di cemento smangiato (“fatto dagli italiani”, ci è stato detto, e non sappiamo dove metterla questa informazione, come il bambino della canzone di De Gregori che “guarda il muro e si guarda le mani”: come immaginarli questi “italiani” che si erano trasferiti armi e bagagli, pallottole e speranza, in Africa: eravamo davvero “noi”, cosa avevano a che fare con noi?). Le foreste di pergolati nudi, “qui ogni settimana si tiene un mercato”: e noi proviamo a immaginare le pelli buttate di traversa in traversa, i lunghi muggiti, gli amici che si ritrovano e gironzolano mano nella mano, le palline di merda nera, le capre con la pupilla a caditoia portate in giro tenendole per un’orecchia, il passaggio di denaro sudaticcio (in questo paese esistono quasi solo le banconote, non a caso consunte; rarissime le monete, come per dare a tutti almeno il lusso di un denaro-documento anche se per lo stesso valore basterebbe il denaro-gioco, il soldino).

­­­­­­­­Dall’altra parte, però, tutto ciò che è piccolo. Quei particolari che a voi fotografi (e ai pittori rinascimentali) servono tanto a costruire l’immagine. Un paese appeso su un’altura. Un’isoletta a forma di virgola. Un termitaio isolato e silenzioso come il piedistallo da cui è fuggita una statua del milite ignoto. Due o tre asinelli (sì, anche i ciuchi qui sono piccini), come se ne vedono sempre qua e là nel paesaggio, ognuno con la sua riga mulina sul dorso, indistinguibili l’uno dall’altro (tranne che per il padrone); ma comunque, mi è stato spiegato, perfettamente in grado di ritrovare ciascuno la sua strada di casa e di bussare col muso, la sera, alla porta della propria stalla. Un grumo di figure che quando ci si avvicina (un pittore non può farlo, un fotografo sì) piano piano diventano donne e bambini che calano nel buio del pozzo decine di taniche dondolanti dai colori elettrici (giallo limone, azzurro cielo) da caricare in groppa agli asini: più di un quintale d’acqua che viene portato via su quattro zampe mentre il pozzo scompare di nuovo tra le figure, e le figure nel paesaggio, e il nostro pullmino vola e la voce di Toto sbadatamente canta:– I bless the rains down in Africa… –

Oppure un bambino. Perché nell’interminabile letto secco di uno uadi, o lungo il pendio di una pietraia a cui si aggrappa solo qualche agave irta e coriacea (per misteriosi motivi una pianta così è detta “succulenta”), o nel bel mezzo di un panorama di alture calcinate, capita di vedere una figurina di uomo, o donna, o (molto spesso) di bambino, che con un altro bimbo, o soltanto con il suo dromedario o il suo asino – o completamente solo – se ne va da un luogo a lui ben noto a un altro luogo a lui ben noto. Già: noi che venivamo perlopiù da Roma, o comunque dall’Italia – luoghi che tutti conoscono o credono di conoscere, cartoline più che luoghi – abbiamo dovuto confrontarci con, strano a dirsi, intere esistenze che conoscono solo luoghi di cui quasi tutti ignorano l’esistenza. (Per questo ero contento che tu fossi con noi, come guida, come mediatore: perché tu mi hai detto, una volta: – Io non ho un territorio. – )

Era come in quel romanzo di Adriàn Bravi che racconta un viaggio in macchina attraverso la pampa: dopo molte ore di viaggio attraverso una distesa grigia e brulla, il giovane italiano chiede all’autista locale: – Ma come si fa a vivere in questo deserto? – E l’altro risponde: – Quale deserto? –

Il deserto è relativo; lo spazio che sembra omogeneo è in realtà segnato, per chi ci vive, da zone, passaggi, cicatrici, punti di riferimento. E questo ci sta, questo è naturale. Quello che mi interroga è il bambino fermo, la donna che si è trovata un po’ d’ombra e si è seduta e guarda. Cosa guarda? Cosa vedono i gruppetti di ragazzi che al limite di ogni mazzetto di case hanno una loro garitta immaginaria dove siedono, di sera, spaziando in silenzio sull’orizzonte? Penseranno agli affari loro e all’immortalità dell’anima, come tutti gli adolescenti di ogni paese, d’accordo. Ma è tutto qui? Quando ho visto per la prima volta questi panorami costruiti per eccesso, come se un illustratore ingordo avesse aggiunto valli e vette, esagerato coi pendii e i dirupi, e sfruttato tutte le più impalpabili sfumature del Pantone, ho capito perché l’altopiano eritreo sia considerato tra i migliori punti del pianeta per la ricezione radio (gli americani ci avevano piazzato la più grande parabola del mondo, 46 metri di diametro) – mi sono figurato quanto facilmente un’infinità di ondulazioni invisibili potessero convergere in questo luogo – e ho avuto l’impressione (io cittadino) di scoprire in me, qui, un organo vestigiale che non avevo mai utilizzato prima: uno scomparto polmonare in più, con cui tirare un respiro più fondo di quanti ne avessi mai cacciati. Forse accade anche su qualche vetta alpina, non so. Ma se cresci qui, se hai questa luce sempre attorno, e non dico la “straordinaria luce del deserto” dei reportage esotizzanti, ma la “luce a cavallo” che coniuga l’orizzonte e il falò, la galassia e il lampione, non te ne resta un po’ dentro? Quando tu (ragazzetto tigrino) siedi sul muricciolo, al tramonto, con il tramonto che si spazza via tutta la pianura: non la senti, la tua vita, catturata nella proporzione tra quello spaziare e quel sentire – noi diremmo “sproporzione”, noi che abbiamo l’Infinito, noi che abbiamo la siepe: ma forse sbagliamo, forse c’è una diversa proporzionalità da imparare qui, dove hai tutto davanti, senza siepi? Non ti sembra, a te ragazzo, di cadere quasi fuori, sempre – e di non cadere, ora, mai?

Il ragazzo che vedo
non bello non speciale
su un macigno qualsiasi
sull’ultima pinna del paese
solo uno stencil contro
il crepuscolo
e la valle del Gash
in quel mare di bigi
che vede che non vedo?

 (E come fa, poi, Antonio, a chiudersi con centinaia di altri nella stiva di una barca?)

Immagine di copertina: Cunama, Eritrea © Antonio Politano

TOMMASO GIARTOSIO è scrittore, poeta, conduttore radiofonico. Ha pubblicato diversi libri a cavallo tra saggio, narrazione e reportage: “Doppio ritratto” (Fazi 1998, premio Bagutta opera prima), “Perché non possiamo non dirci” (Feltrinelli 2004), “La città e l’isola” (con Gianfranco Goretti, Donzelli 2006), “Non aver mai finito di dire” (Quodlibet 2017), e i versi di “Come sarei felice” (Einaudi 2019). Ha curato o tradotto opere di autori di lingua inglese, tra cui “Waugh in Abissinia” di Evelyn Waugh (Sellerio 1992). Conduce da molti anni il programma di Rai RadioTre “Fahrenheit” e gli incontri del Festival della Letteratura di Viaggio organizzato dalla Società Geografica Italiana (Villa Celimontana, Roma), e ha pubblicato un apprezzato esperimento di scrittura itinerante, “L’O di Roma” (Laterza 2012, finalista al premio per la letteratura di viaggio “L’Albatros”).
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ANTONIO POLITANO è fotografo e giornalista. Realizza reportage per diverse testate, in particolare per “il Repubblica” e “National Geographic Italia”. Africanista di formazione, ha un debole per i Sud del mondo. Ha viaggiato nei diversi continenti ed è vissuto tre anni in Africa occidentale (lavorando per le Nazioni Unite). È autore di pubblicazioni, documentari tv e montaggi multimedia. Ha esposto, in collettive e personali, in Italia e all’estero, curato mostre di autori vari, vinto alcuni premi, fondato e diretto Sguardi, rivista online di fotografia e viaggio. È direttore artistico del Festival della Letteratura di Viaggio, promosso da Società Geografica Italiana. Insegna fotografia e scrittura in workshop, master, università. In giro, lontano o vicino, osserva e prova a essere invisibile.