Marcinelle, i colori della miniera

Nel 2014, insieme al giornalista Angelo Mastrandrea, avevo scritto per il Manifesto un lungo reportage su Charleroi. Vivendo all’epoca a Bruxelles, era una città che conoscevo bene: ogni anno con gli studenti andavamo a visitare il museo del Bois du Cazier, costruito sulla miniera di Marcinelle, ormai periferia urbana, dove nel 1956 duecentosessantadue minatori (di cui 136 italiani) avevano perso la vita.

La città, già allora, mostrava un aspetto spettrale. Sembrava una Detroit europea, con la strada pedonale del centro piena di negozi chiusi e manifesti che maledicevano la crisi economica, l’incompetenza dei politici, la sorte avversa. Sui palazzi – molti dei quali distrutti, o in costruzione da chissà quanto tempo, tanto che avevamo l’impressione di attraversare un dopoguerra perpetuo – numerose pubblicità del comune invitavano i cittadini a iscriversi a corsi di autostima, supporto psicologico, diplomi di vario genere. Più di un quarto della popolazione attiva era senza lavoro e se non fosse stato tutto così reale – come solo può esserlo una città che ha al centro della piazza centrale una stele di carbone e che ha musealizzato la propria miniera – con il senno di poi avremmo pensato di essere stati catapultati in una sorta di Black Mirror belga.

Per la strada camminavano le seconde o terze generazioni delle comunità italiane, polacche, turche o marocchine. La razzializzazione della miniera voluta dai belgi – più la pelle era scura più si scendeva nel sottosuolo, e la “nerezza” dei lavoratori cambiava seguendo le ondate migratorie – aveva generato questa città post-industriale, post-miniera, post-tutto. Il lavoro, semplicemente, non c’era più e i tentativi di trasformare la città in un polo culturale si erano rivelati disastrosi. Nel 2012 un sindaco socialista aveva provato a ristrutturate il teatro centrale del Vaudeville, per sancire l’entrata in una nuova fase per i cittadini. All’inaugurazione più di sessanta macchine del parcheggio erano state danneggiate, il teatro aveva chiuso per due mesi e alla riapertura non aveva i soldi neanche per riparare i danni.

Girando anche quel giorno per il museo del Bois du Cazier – doveva essere la terza o quarta volta che ci andavo – ci rendemmo conto che alla narrazione della miniera mancava qualcosa. Nessun accenno al nome del proprietario della mina, nessuna agli esiti del processo di Marcinelle (tutti assolti, per la cronaca, o usciti con pene lievi). La direzione del museo seguiva la giustizia belga: la tragedia di Marcinelle era stata un incidente inevitabile. Non c’entravano le condizioni di sicurezza dei minatori, le paghe basse e la necessità di scendere più in basso e lavorare più ore, la negligenza nella gestione della miniera, il sistema semi-schiavista di reclutamento. Questi due grandi vuoti inficiavano anche le narrazioni sulla città, che dalla miniera aveva preso la sua forma moderna – prima Charleroi era un borgo rurale – e che con la chiusura della miniera di quella stessa forma vedeva la fine.

Eppure queste narrazioni mutilate mostravano qualche crepa. Qualche mese prima, nella parte esterna del museo, avevo visitato una curiosa mostra. Alcune tavole di un fumetto erano esposte, a mia memoria senza alcun commento. Si trattava del romanzo grafico Marcinelle 1956, scritto e disegnato da Sergio Salma, belga di origine italiana nato e cresciuto da quelle parti e pubblicato da Casterman nel 2012. In effetti il legame di Charleroi con il fumetto è sempre stato molto stretto: di Charleroi era Jean Dupuis, che vi fondò prima la stamperia e in seguito la casa editrice, a cui si devono, tra le altre, opere miliari della settima arte come gli Schtroumpfs (da noi diventati Puffi), Lucky Luke, Gaston Lagaffe. Talmente importante, la Dupuis, da caratterizzare una sorta di scuola estetica, la cosiddetta “scuola di Marcinelle”, caratterizzata da disegni per l’epoca innovativi, con corpi caricaturali, nasi sempre ingombranti, angoli arrotondati. Diverse statue raffiguranti tali personaggi sono state costruite a Charleroi, dando alla città un’aria ulteriormente macabra: statue colorate e ironiche che si stagliano su un paesaggio brullo e post-industriale di colore grigio tendente al nero, quello che i belgi chiamano “la Zone”.

Marcinelle 1956, però, almeno nella prima parte è abbastanza classico dal punto di vista del tratto: Salma segue la “linea chiara” che contraddistingue la produzione franco-belga, con i corpi proporzionati, i contorni dei visi sempre ben delineati, la quasi totale assenza di ombreggiature. Scelta curiosa per un fumetto che parla di miniere, quella di eliminare le ombre, quindi l’oscurità, dalla narrazione.

Sergio Salma, Marcinelle 1956, 2012

Appare diverso, questo lavoro, da altri sull’argomento, sia belgi che italiani, che sulle ombre avevano basato la ricostruzione della vita in miniera: sarà la scelta, ad esempio, di Antonio Cossu in Una storia importante (2020), così come lo era stata per Marcinelle. Storie di minatori di Igor Mavric e Davide Pascutti (2006). Eppure quella di Salma è un’opera più complessa di quanto sembri, con disegni il cui tratto si sporca e si scurisce nel prosieguo della narrazione mentre il dramma dell’agosto del 1956 è raccontato da un punto di vista marginale, quasi colpevole: la storia di un minatore che, invaghitosi di una signora belga, decide quel giorno di fare una deviazione verso la sua casa prima di andare al lavoro.

Sergio Salma, Marcinelle 1956, 2012

È l’otto agosto 1956 e all’arrivo l’uomo trova una folla ammassata fuori dal cancello del Bois du Cazier. Si è salvato, trattenendo però un sentimento di colpevolezza e disagio. Di Marcinelle parla Paolo Di Stefano nella Catastròfa, pubblicato da Sellerio nel 2011, ma ne ha scritto anche la storica Anne Morelli nelle sue inchieste sugli emigranti italiani in Belgio. Quando una tragedia diventa collettiva, raccontava, tutti vi partecipano. Gli italiani che intervistava ci tenevano a ribadire quanto fossero stati fortunati. Loro lavoravano a Marcinelle e quel giorno, per pura casualità, non erano andati al lavoro, per un malanno lieve o altre ragioni simili. Ma il Bois du Cazier era una miniera relativamente piccola, era impossibile che tutti lavorassero davvero lì. Era stata la tragedia dell’otto agosto 1956 a renderla la loro miniera.

Un altro elemento nel fumetto colpisce: la relazione ambigua fra la donna belga e il minatore italiano si costruisce attraverso gli spettri della violenza coloniale, di classe e di genere. La donna è nata e cresciuta in Congo, la sua casa è piena di fotografie raffiguranti scene di caccia, famiglie bianche con servitù congolese al seguito, scenari esotici piuttosto comuni. L’uomo è stato due anni prigioniero in Libia, in un’altra avventura coloniale. Le colonie africane sono il grimaldello che innesca una relazione più profonda (“venite un giorno a parlarmi della Libia”, dice la ragazza, “e io vi racconterò del Congo”), ma le differenze di classe e genere la rendono impossibile, fino a una scena che lascia intuire una violenza da parte del minatore. Il giorno in cui il minatore si salva, scampando così a una morte causata anche da un sopruso di classe, è anche quello in cui, forse, è egli stesso autore di violenza.   

Viene anche accennata, come un frammento fuori posto, un’altra storia di migrazione fra Italia e Belgio: quella degli italiani che, dopo due lettere ufficiali di Leopoldo II a Umberto I nel 1889 e nel 1891, vennero mandati a lavorare nelle miniere del Katanga. In cambio, anche quella volta, di uno sconto sul prezzo del carbone. E anche in Congo la miniera era razzializzata: i belgi non scendevano sottoterra, ma rimanevano in superficie. Gli italiani sì, ma come porion, ovvero capireparto. Nelle profondità della mina, invece, si addentravano solo i congolesi. La posizione di “mezzo” che gli italiani avevano raggiunto in Congo – anche nella disposizione razziale della città, perché a Elisabethville, l’odierna Lumumbashi, vivevano nel quartiere fra la collina dove risiedevano i belgi e la valle delle casupole congolesi, e i loro negozi erano l’unico luogo di incontro fra le comunità – la persero nell’emigrazione in Belgio, dove i capireparto erano spesso belgi fiamminghi ed erano proprio gli italiani a scendere più in basso.

Più di recente un altro fumetto, Macaroni! di Thomas Campi e Vincent Zabus (2016), sempre ambientato in quelle zone, affronta un’altra problematica essenziale di questa storia. Come si trasmette la memoria, in che modo la si perpetua? Qualcosa inevitabilmente si sta perdendo: fino a pochi anni fa nel liceo di Charleroi veniva inviato un lettore d’ambasciata, perché la richiesta dell’italiano da parte dei figli e dei nipoti degli emigranti era costante. Ora i ragazzi preferiscono studiare inglese od olandese e sempre meno classi aprono l’opzione italiano. Macaroni era uno degli epiteti con i quali venivano chiamati gli emigranti nei contesti francofoni: uno, ritals, è forse il più noto (pare derivi dalla difficoltà degli italiani a pronunciare la “r” gutturale alla francese e in Belgio la letteratura degli emigranti italiani è chiamata “Rital-littérature”), l’altro, gueules noires, letteralmente “musi neri”, era esplicitamente riferito al lavoro in miniera, non senza connotati classisti e razzisti. 

Nel fumetto è narrata un’estate nella campagna della Zone di un nonno e un nipote, che si conoscono poco e non hanno mai avuto un rapporto molto stretto. Il ragazzino vive a Bruxelles con i genitori che però si stanno separando, l’anziano è un ex minatore che vive nella casa che ha comprato negli anni Sessanta vicino al terril, piccola collina di sabbia nerastra dove andavano ad abitare i minatori negli anni Quaranta e Cinquanta, in case di lamiera costruite dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Non hanno molto da dirsi e non si capiscono, né sembrano particolarmente attratti l’uno dall’altro. È infatti un libro di silenzi, Macaroni!, con pochi dialoghi e molte scene mute, e quando infine il silenzio viene rotto e il nonno riesce a raccontarsi – un racconto pieno e riuscito, perché sublimato dalla ricezione del nipote – l’autore opta per un cambio anche cromatico.

Thomas Campi e Vincent Zabus, Macaroni!, 2016

I fantasmi e i ricordi dell’anziano minatore riprendono i colori del grigio, del nero e del marrone scuro tipici di quelle zone, mentre il nuovo rapporto che si crea, pur con molte difficoltà, fra nonno e nipote rompe questo tipo di rappresentazione con colori più brillanti come il rosso e il verde. La memoria diventa segno, forma, corpo, riportando al ragazzino una storia diversa da quella che si immaginava. Di sfruttamento e marginalizzazione, certo, ma anche del senso di appartenenza a una comunità e della difficoltà di raccontarla.

È questo che colpisce, ancora oggi, chi va a Charleroi: nella città post-miniera, dove la crisi imperversa da decenni, rimane un frammento di una storia vecchia, che talvolta ancora riesce a farsi ascoltare.

Immagine di copertina: una scena tratta dal documentario Dèjà s’envole la fleur maigre, di Paul Meyer, 1960

è professore associato di italianistica presso l’università di Montpellier. Ha pubblicato i romanzi “Vie di fuga” (Besa 2015) e “Colpo di stato nella San Marino rossa” (Besa 2018). Si occupa di letteratura della migrazione, di postcolonialismo italiano e di romanzo grafico. Ha pubblicato i saggi “Scrivere nella lingua dell’altro. La letteratura degli immigrati in Italia 1989-2007” (Peter Lang 2010), “Affrica. Il mito coloniale italiano attraverso i libri di viaggio di esploratori e missionari dall’Unità alla sconfitta di Adua” (Cesati 2013) e “Un autre monde est-il possible? Bandes dessinées et science-fiction en Italie, de l’enlèvement d’Aldo Moro jusqu’à aujourd’hui” (Quodlibet 2019). Insieme a Simone Brioni ha scritto “Italian Science Fiction: The Other in Literature and Film” (Palgrave Macmillan 2019) e “Ideologia e rappresentazione. Percorsi attraverso la fantascienza italiana” (Mimesis 2020).