Banalità del genio. Su Gottfried Benn

Con te non avrei condiviso nulla. La tua doppia vita, la tua vanità ti ha spinto verso abissi di miseria. Ti sei venduto la dignità di poeta per il riconoscimento di bifolchi e assassini. Volevi dirigere la poesia tedesca nel tuo studiolo all’Accademia di Prussia. Che misera vanità! Come se non sapessi che la poesia non si fa dirigere da nessuno. Questa tua vanità, questa tua hybris, l’hai pagata, tutta, quando gli assassini sono stati giustiziati e il loro delirio ha avuto fine. I vincitori, ti hanno messo all’indice, per decenni. E, a dire il vero, ci sei ancora adesso. Ben ti sta.

Quel tuo sguardo imperturbabile, forgiatosi nella venereologia, tra vescicole, pus e piaghe non ti ha reso saggio e non ti ha salvato. Eri un cinico e lo sei rimasto. Ma attraverso quel cinismo hai guardato la parola e l’hai sezionata, senza pietà. L’hai liberata dal suo lirismo, senza arenarti in una sterile sperimentazione sull’esanime corpo della lingua. Hai trovato un pathos gelido e potente. Hai saputo distillare le emozioni, portandoci all’ebrezza di un vortice spiroidale, nel quale siamo trascinati alternativamente verso le viscere e verso il cielo.

Hai mentito, talvolta. La tua mente non è mai stata distrutta. Cosa sarebbe un’ora che dura / nella mia mente distrutta, / tutto va in pezzi, in attimi / si frange rabbrividendo. I tuoi occhi non lasciano dubbi. Non ti sei mai davvero pentito. Hai mantenuto ferma la barra del timone, sempre. Era la tua natura, guardare indifferente. La degenerazione dell’umano non ti faceva nessuno effetto. E nemmeno la morte, la tua e quella degli altri.

Guardavi altrove. Una scrittrice appartata, quella che apparteneva all’altro mondo, diceva di te che facevi attenzione solo alla perfezione. E che era per questo che non eri mai stato perdonato, divenendo un imperdonabile. Probabilmente, aveva ragione.

Sì, c’è dell’imperdonabile in te, in tutti i sensi. C’è una grandezza della perfezione e c’è una banalità della perfezione. Le hai fatte convivere in te. E guardando la prima alla luce della seconda, si ha la piena consapevolezza che la banalità dell’uomo di genio è la più misera delle banalità.

Non hai chiesto perdono. Sei stato fedele a te stesso, alla tua doppia vita. Hai incassato. Hai vinto, perdendo. Chi più perde vince, credevano popoli scomparsi. E tu hai perso tutto, tranne la perfezione.

Con quella qualità dei grandi pugili:
incassare e rimanere
saldi,

ingurgitare grappa dalla bottiglia
aver preso sbornie
sub e superatomiche,
lasciare i sandali
sul bordo del cratere come Empedocle
e poi giù a capofitto,

non dire: ritorno
non pensare: mezzo e mezzo,
mollare i tumuli delle talpe
ai nani che vogliono farsi grandi,
pranzare allround a casa propria
non scindersi
e saper dar via anche la vittoria –

un inno a un uomo siffatto.

Immagine di copertina: Gottfried Benn, IMAGNO/HULTON ARCHIVES/GETTY IMAGES

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia” (SE, 2016) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).